L’insopprimibile tentazione di consumare, consumare tutto

L’insopprimibile tentazione di consumare, consumare tutto

Il territorio? Un gigantesco album da colorare con sempre più case, strade, industrie. E' il fenomeno conosciuto come consumo di suolo. Il cemento chiama cemento e così la campagna scompare. I dati del recente dossier di Legambiente dicono che in Emilia Romagna tra il 1975 ad oggi il territorio urbanizzato è più che raddoppiato, con oltre 100.000 ettari di campagna consumata.

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Tra le correnti architettoniche, artistiche e urbanistiche tipicamente italiane ce ne sono alcune al momento poco studiate dagli accademici ma che trovano spazio (è proprio di questo che parliamo) tra i più attenti osservatori. Correnti ironiche eppure serissime come il venutomalismo, che riguarda soprattutto statue e in particolare quelle raffiguranti santi, l’incompiutismo, di cui è celebre lo stile siciliano, e molte altre appena scoperte o ancora da scoprire.

Diceva Beckett che le arti sono “un tentativo di riempire gli spazi vuoti”. Chissà se il drammaturgo irlandese si è mai interessato di pianificazione territoriale. In effetti c’è una tendenza italica non ancora classificata, ma che conosciamo tutti benissimo, che di “riempire gli spazi vuoti” ne ha fatto un’arte e un business. Qualcosa che ricorda molto l’horror vacui, quella locuzione latina che significa “terrore del vuoto” usata nell’arte per descrivere la tendenza decorativa a riempire l’intera superficie, senza lasciare spazi vuoti, in maniera un po’ ossessiva e opprimente. Guardare le regioni italiane dall’alto dà questa l’impressione.

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Il territorio è considerato da imprese e amministrazioni comunali come un gigantesco album da colorare. Ci sono i centri urbani, le strade, le aree industriali, e poi – soprattutto al nord e in particolare nella pianura padana – piccoli rettangoli vuoti, ovvero campi, coltivati e non, prati, vigne, spazi naturali e agricoli, in attesa di essere riempiti. E’ il fenomeno conosciuto come consumo di suolo. Ovvero: quando da uno spazio non artificiale si passa a uno spazio artificiale, cioè qualcosa di costruito. Così la campagna scompare, spesso con conseguenze drammatiche legate al dissesto idrogeologico, e lo spazio vuoto diminuisce sempre di più.

I dati dicono che in Emilia Romagna tra il 1975 ad oggi il territorio urbanizzato è più che raddoppiato, con oltre 100.000 ettari di campagna consumata. Non solo nelle aree extraurbane, ormai sempre più mangiucchiate dall’espansione urbanistica e industriale, ma anche in quelle urbane, dove anche i più piccoli spazi vuoti rimasti tra un edificio e l’altro fanno gola a imprese e amministrazioni. Centri commerciali, ampliamenti di imprese esistenti, aree residenziali, strade che magari non servono: c’è un po’ di tutto.

Sia il più recente dossier di Legambiente sul consumo di suolo in Emilia Romagna, sia il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2016 fotografano una situazione in cui il consumo delle aree agricole è rallentato rispetto agli anni precedenti, ma è sempre in costante aumento. 35 ettari al giorno consumati in Italia, secondo l’Ispra: un dato preoccupante in particolare nei territori a rischio sismico o idrogeologico, cioè quasi tutta l’Italia, Emilia Romagna compresa. Lo stesso rapporto segnalava come nel 2015 nella maggioranza delle regioni italiane è stato superata la percentuale del 5% di suolo consumato. Lombardia e Veneto erano al primo posto, con oltre il 10% ed Emilia Romagna poco dopo, con valori tra il 7 e il 10%.

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Se poi si guarda caso per caso, ci si rende conto non solo della portata del fenomeno, ma anche delle sue caratteristiche più paradossali. Si tratta spesso di progetti considerati inutili e costosi da molti, quasi sempre mal visti dai residenti, dalle conseguenze a volte imprevedibili, a volte invece prevedibili e preoccupanti.

Vediamo qualche esempio modenese preso dal recente dossier di Legambiente. Uno è quello che riguarda il Comparto di via Morane: 198.546 mq di superficie destinata a 550 nuovi alloggi, con caratteristiche che hanno suscitato non poche perplessità tra gli architetti e tra i residenti del quartiere Morane. Niente marciapiedi, parcheggi interrati, case costruite tra le curve e un probabile aumento dell’inquinamento acustico. Questo in una città dove ci sono oltre 5mila case sfitte, per non parlare degli edifici abbandonati e delle opere incompiute potenzialmente riqualificabili.

A volte poi il cemento chiama altro cemento. Un esempio significativo è quello che riguarda l’espansione di Spezzano, nel comune di Fiorano Modenese. Siamo nel famoso distretto ceramico, area già caratterizzata da un eccessivo consumo del suolo nei decenni passati. Nella frazione di Spezzano è previsto un “consumo di suolo che genera altro consumo di suolo” spiega Legambiente, attraverso il meccanismo della compensazione. Ovvero, l’iniziativa di espansione privata porta con sé, come contributo alla città, la realizzazione di opere pubbliche. Cioè il privato consuma suolo per i propri interessi, ma la città ha in cambio un consumo di suolo che è di tutti (ad esempio con scuole, parchi o ospedali). Se apparentemente è un vantaggio per la collettività, di fatto c’è un doppio consumo di suolo che si sarebbe potuto evitare.

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Nel caso di Spezzano sparirebbero 7 ettari di zona agricola (“una delle poche aree agricole di pianura sfuggite alla imponente cementificazione dei decenni passati” si legge nel dossier) e altri 6 ettari di campagna. Per il paradossale ma apparentemente sensato meccanismo di “compensazione”, a questa espansione industriale si aggiunge il consumo di suolo per l’edificazione di opere pubbliche, che vedranno prediligere “il consumo di ulteriore suolo vergine, rispetto la volontà di riqualificare il patrimonio pubblico esistente”.

Nel comprensorio ceramico infatti sono tante le aree dismesse da aziende ormai chiuse. Per capirci, parliamo di costruire capannoni nuovi in un’area dove ci sono capannoni abbandonati. E nello spazio che rimane, costruire opere pubbliche “per la collettività”. Così facendo, “si sfrutta il consumo di suolo ad opera di privati per alimentare altro consumo di suolo per opere pubbliche”.

Tra gli altri interventi che riguardano il modenese ci sono l’Autostrada Cispadana, la Bretella Autostradale Campogalliano – Sassuolo, l’area residenziale di via Santa Caterina (4mila mq, 22 palazzine). Tutti interventi evitabili, secondo l’associazione ambientalista, che è molta critica anche nei riguardi della proposta di legge urbanistica regionale, sottolineando come è molto alto – per non dire certo – il rischio che si superi senza problemi quel limite del 3% di consumo di suolo previsto dalla giunta Bonaccini.

E dunque cosa bisognerebbe fare, secondo gli ambientalisti e i sostenitori di uno sviluppo sostenibile? Non costruire più nulla, fermare lo sviluppo, danneggiare l’economia, tornare a vivere nelle caverne e cibarsi di bacche? Non esattamente. Anzi, secondo elaborazioni piuttosto attendibili, è proprio il consumo di suolo che, alla lunga, oltre a modificare il territorio in modi a volte irreversibili, danneggia l’economia. Perché ha dei costi occulti spesso difficilmente prevedibili e calcolabili. A parte la nostalgia per il bel paesaggio di campagna di una volta, la cementificazione porta con sè delle spese enormi di cui raramente sentiamo parlare le amministrazioni.

Secondo l’Ispra l’impatto economico del consumo di suolo in Italia è stato stimato “attraverso la contabilizzazione dei costi associati alla perdita dei servizi ecosistemici connessi”, tra i i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro all’anno, pari a 36.000 – 55.000 € per ogni ettaro di suolo consumato. Il rapporto precisa subito dopo che “si tratta con tutta evidenza di una sottostima”. Quali sono questi costi viene spiegato in maniera molto dettagliata nel rapporto, difficilmente riassumibile, per cui rimandiamo alla lettura del capitolo dedicato all’argomento (capitolo 52, pagina 117, Impatto del consumo di suolo in Italia).

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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