L’etica e l’epica della «cumpa»

L’etica e l’epica della «cumpa»

Fra i primi ebook pubblicati dalla casa editrice "Il Dondolo", c'è il romanzo di Alessandro Calabrese, con cui è arrivato in finale l'anno scorso al Premio Calvino: una storia ispirata alle gang giovanili, al mondo del rugby e, in parte, al suo vissuto (a quello di tanti di noi, che non faranno di certo fatica a immedesimarsi in un «bastardo»). Il giovane Calabrese, insieme al suo editor Beppe Cottafavi, sarà domenica prossima al Salone del Libro di Torino all’incontro “Premio Calvino: una nuova stagione di esordi. Autori e editor a confronto”.

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«Ma no: non è la paura a dettare legge; non qui. Perché qui nessuna legge vale e le regole sono di chi le inventa.»
(da
T-Trinz. Bastardi al Grandemilia)

TtrinzAlessandro Calabrese, classe 1991, ha un cipiglio quasi longobardo: i capelli biondi, gli occhi azzurri, la barba da rugbista e tantissime storie da raccontare. Fra le altre cose, con il suo libro “T-Trinz. Bastardi al Grandemilia” (Edizioni “Il Dondolo)”, è stato uno dei finalisti alla XXIX edizione del Premio Calvino. Le atmosfere che ha dipinto nel romanzo – con pennellate rapide, a tratti ispide e nostalgiche -, sono quelle che conoscono molto bene quei modenesi che hanno vissuto l’adolescenza in prima persona negli anni Novanta: la stagione del trovarsi in compagnia, di quando si riusciva a vedere ogni serata -anche la più insulsa – come un’epopea omerica, anche solo scambiandosi furtivamente una «giolla» al parchetto. Dopotutto, anche raccontarsi qualcosa è uno scambio, un modo per condividere e stare assieme. Il T-Trinz è esistito davvero (anche se Calabrese e i suoi amici lo chiamavano K-Pollege). Lì, all’interno di uno dei tanti esempi di archeologia industriale incastonati nell’intreccio urbano, il romanzo narra che si incontrassero quelli della compagnia “Thanatos”, capeggiata dal Biondo: ragazzini che «si divertono a fare i vandali, si mettono nei guai, si menano, giocano a rugby». A seguito del tradimento di un amico, la situazione precipita inesorabilmente in un finale che probabilmente sarebbe piaciuto tantissimo allo stesso Richard Wagner. L’ho incontrato per parlare del T-Trinz, della sua presenza al Salone del Libro di Torino – il 21 maggio alle ore 18.30 – e di sogni nel cassetto. Ma abbiamo anche divagato, sorridendo e perdendoci fra l’insostenibile leggerezza del ricordo.

Alessandro Calabrese
Alessandro Calabrese

Com’è nata l’idea della storia di “T-Trinz. Bastardi al Grandemilia”, un libro sulle gang giovanili? Ci sono dei personaggi ispirati a persone che già conoscevi?
Sicuramente c’è del mio. Alcune storie presenti nel libro – con altri nomi, altri luoghi, altri plot – sono storie che ho vissuto. Non tutte, chiaramente: sono presenti esagerazioni; ma non è così distante da quello che ho vissuto con i miei amici di allora. Nel libro i ragazzi hanno circa sedici anni. Noi, ne avevamo qualcuno in meno: circa quattordici o quindici. Ho scritto la trama in pochissimo tempo ed è quasi tutta inventata. Ma sono storie che potrebbero benissimo essere vere.

Anche perché l’area ex-AMCM, luogo a cui è ispirato il T-Trinz, c’è ancora…
Sì, esiste ancora. Anche se qualche anno fa hanno demolito qualche pezzo del nostro T-Trinz… Noi lo chiamavamo K-Pollege, in realtà – ribattezzato T-Trinz nel romanzo -, poco distante dal Teatro delle Passioni. Ce n’erano tanti altri, frequentati da ragazzini come noi: tutti posti abbandonati in cui ci si trovava a fare delle cazzate.

Ci mancherebbe. Ho visto che sarai al Salone del Libro di Torino all’incontro “Premio Calvino: una nuova stagione di esordi. Autori e editor a confronto”. La domanda sorge spontanea: che rapporto hai avuto con Beppe Cottafavi, il tuo editor?
Ti dirò una cosa (che non dovrei dire): io non ho riletto il libro dopo che lui l’ha preso in mano [ride di gusto]. Ho riletto i passaggi per me più significativi, ma devo dire che non l’ha stravolto. Lo stravolgerà: non ho ben capito quale sia la sua idea, ma vorrebbe fosse messo su carta. Se si parlerà di una edizione cartacea, certamente, bisognerebbe rivedere alcuni passaggi. Sinceramente, non saprei dirti cosa… Conoscevo già Beppe da un po’ di tempo: ho provato a farglielo leggere e gli è piaciuto. Poi, è piaciuto anche ad altri. Ero già arrivato in finale al Premio Calvino quando Beppe mi ha chiesto di poterlo leggere. È stato allora che ho detto fra me e me: «Bella!». Successivamente è stato inserito nel progetto del Dondolo, la casa editrice digitale che ha appena fondato.

Tra l’altro Beppe, nell’intervista che gli ho fatto, di te ha detto: «Alessandro Calabrese è un giovane di grandi qualità: nella sua vita, ha visto più serie TV di quanto libri abbia letto. Lui fa bene anche una cosa che pochi autori sanno fare bene: scrivere i dialoghi».
L’immediatezza del dialogo si invera in una sorta di coralità. Anche il narratore sembra che parli con lo stesso linguaggio dei personaggi, nel libro. Certamente questa caratteristica non viene tanto dalle mie letture quanto dalla passione che ho per le serie TV. A Beppe piace giocare su questo fatto: ma non è vero che non leggo niente!

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Be’, in un certo senso ha ragione. I libri sono anche fatti di marketing. Ti stai pure laureando in Italianistica, quindi qualcosa l’avrai letto.
Tornato da lezione, non avevo certo voglia di leggere un libro: preferivo dedicarmi alle serie TV. Le mie ossa, in termini di storytelling, me le sono fatte su quello.

Nel libro compare anche il rugby, tua grande passione, giusto?
Il rugby, tuttora, fa parte della mia vita: poi, come tutti i cattivi giocatori sono finito ad allenare. Ai tempi del K-Pollege ho comunque giocato diversi anni. Nel romanzo buona parte dell’etica dei personaggi deriva proprio da quel mondo, e nella mia compagnia erano tutti rugbisti. Nell’introduzione del libro c’è uno scontro, una corsa: l’incipit nasce in seno al rugby.

Perché impostare il libro sul mondo delle bande urbane giovanili e sui loro scontri? In fondo, a sedici anni, i ragazzi potrebbero anche andar d’accordo…
Quando andavi al parco e c’era lo skinhead che faceva il bulletto, avresti voluto suonargliele di santa ragione. Poi non lo si faceva per mille motivi, tra cui il fatto che fosse il doppio di te. Noi ne abbiamo prese un sacco. All’interno delle gang giovanili si crea un’epica del racconto e delle imprese compiute: abbiamo fatto a schiaffi al parchetto e andiamo a raccontarlo con orgoglio, per fare un esempio. Lo stare assieme si giocava esattamente su quello: facevamo tante cazzate all’interno del K-Pollege e andavamo nelle sere d’estate al Parco Amendola a raccontarcela. Ci trovavamo nella zona d’ombra del «Sasso»: da bravi metallari, avevamo scelto la zona meno illuminata.

Al Parco Amendola – e questo me l’ha fatto venire in mente anche l’uso che fai del linguaggio gergale – c’era un vocabolario ben preciso: i punti d’incontro venivano identificati in modo molto preciso, che solo noi adolescenti potevamo capire. Mi piace il fatto che venga riscoperta la lingua “nostra”: ogni generazione, dopotutto, costruisce la propria.. Se dici «vuoi una giolla» a un quattordicenne di oggi non so cosa capirebbe…
Esatto: magari ti prenderebbe pure in giro.

Noi al Parco Amendola ci trovavamo sotto la uedra, per esempio.
Certo, me la ricordo! E il bello è che ogni luogo differenziava i vari gruppetti: gli sfattoni stavano proprio sotto la uedra. Anche nel libro, per esempio, il «parco delle molle» è proprio quello. I contesti provinciali, come può essere quello di Modena, sono riconoscibili anche in altre città. Certo, cambia il gergo, ma l’orizzonte probabilmente è quello. a Torino, infatti, il libro l’hanno letto e l’hanno capito.

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Tu sei «Il Biondo» del romanzo?
No, non sono né Il Biondo né il narratore, come dico più volte. Magari mi identifico, così come faccio quando leggo un romanzo non mio. L’etica che accompagna il personaggio non mi appartiene: non ero il capetto di niente né l’esempio di nessuno.

Sei curioso di vedere come diventerà “su carta” la tua storia, dopo che ci riavrà messo mano Beppe?
A me va bene ciò che ne farà. Ho dato la mia copia ai vecchi amici del mio T-Trinz che l’hanno letto e apprezzato, per cui sono a posto. Se verrà messo in vendita, l’unica cosa che posso dire è: «Vai, Beppe!». Insomma, vediamo cosa succede. Quando mi aveva proposto il sottotitolo, Bastardi al Grandemilia, non ero proprio convinto. E forse non lo sono nemmeno tuttora. C’è una scena ambientata al Grandemilia, simbolica e descrittiva: quella in cui i ragazzi vengono inseguiti dalla sicurezza dopo aver commesso un furto. Addirittura, prima di postare il link al libro sulla mia bacheca Facebook, avevo cancellato il sottotitolo con Photoshop. Beppe mi ha telefonato subito, arrabbiatissimo…

Hai in mente altri libri?
Adesso non ho il tempo materiale di scrivere: ma ho tanti progetti in testa. Sono anni che provo a scrivere lo storyboard per un fumetto: ci sarebbe anche qualcuno che potrebbe illustrarmelo. Ma le collaborazioni con gli illustratori portano sempre a valanghe di bestemmie, quindi alla fine ho desistito. Anche T-Trinz secondo me sarebbe molto efficace come fumetto o come film. Le scene e i dialoghi immediati glielo consentirebbero. Mi piacerebbe sicuramente scrivere qualcosa sull’ambiente rugbistico di provincia: ci sono storie davvero assurde! Si può creare un’epicità anche di quello che avviene all’interno di una squadra di rugby. C’è un forte contrasto fra l’etica presente in campo e quella che si instaura “fuori”, negli spogliatoi per esempio. Adesso non racconterò tutte queste storie: le leggerai nel prossimo libro.

Il mondo del rugby è – nell’immaginario comune – macho, virile, forte, e ogni contrasto con questa idea tende stupire in effetti. Una copertina di “Sportweek” che ha fatto scalpore nel luglio 2015 ritraeva il bacio gay fra due rugbisti (non erano stati scelti due pallavolisti né due giocatori di basket)…
Sì, effettivamente nel mondo del rugby ci sono aneddoti molto divertenti e inaspettati…

Immagini: graffiti nell’area ex AMCM.

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Nato a Carpi nel 1985, ha studiato a Parma e al Politecnico di Milano, dove si è laureato in Architettura degli Interni con una tesi sui nuovi spazi per l'arte. Ora, è nei nuovi spazi del web che lavora, occupandosi di comunicazione e social media marketing. Da sempre ama raccontare tramite la scrittura quello che osserva e vive. E si è accorto che, spesso, la realtà è davvero il film più riuscito.

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