L’eredità di Don Milani diventa uno spettacolo

“Zia? Tu li picchi i tuoi allievi? Io da grande se faccio la maestra non picchio nessuno”. A parlare è un’immaginaria bambina di 10 anni – Alice – che nel 1967 si trova tra le mani “Lettera ad una professoressa“, il manifesto educativo di don Lorenzo Milani, rimanendone profondamente e intimamente segnata. La domanda è di quelle che lasciano inorriditi; non era così fino a non molto tempo fa, quando in una scuola ancora impregnata di un’ottica classista e autoritaria, punizioni corporali e maltrattamenti erano parte integrante di un metodo formativo accettato senza troppe discussioni. La bambina curiosa è la protagonista di “I care. L’eredità ignorata”, un inedito spettacolo musicale che proprio oggi, nel giorno del cinquantesimo anniversario della scomparsa del religioso, si presenta come un viaggio di andata e ritorno dai nostri giorni al 1967 nel corso del quale la sua più importante eredità viene assimilata, elaborata e rilanciata oltre la soglia degli anni 2000.

In questo arco di tempo la musica, la materia che Alice, divenuta a sua volta insegnante, ha scelto come mezzo per mettere in pratica concretamente un nuovo modello di scuola e di didattica, accompagna una crescita personale e umana che si snoda per cinque decenni e scorre sulle note immortali di 29 Settembre dell’Equipe 84, passando per i King Crimson fino ad arrivare al rap di Eminem. Perché la musica è aggregazione e si configura come una palestra educativa: dal coro di paese alle più elaborate sinfonie, il mettersi a disposizione l’uno dell’altro rappresenta la base essenziale per la buona riuscita. Così in “I care”, dove ben oltre al classico saggio di fine anno, i ragazzi dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi-Tonelli di Modena e Carpi, dell’Accademia “Il Flauto Magico” di Formigine e del Liceo Musicale “Carlo Sigonio” di Modena sono essi stessi al centro di un esperimento meta-teatrale: protagonisti sulla scena, ma protagonisti e attori di come collaborazione, autonomia, reciprocità – alcune delle parole chiave della dottrina di Don Milani – siano in tutti i campi dell’educazione e della convivenza dei principi dai quali non è possibile prescindere.

Interessante anche la scelta di riproporre un “oratorio”, un genere musicale antico, di ispirazione religiosa senza però attingere alla liturgia; recitativo, ma senza rappresentazione scenica, mimica o personaggi in costume: protagonisti, come detto, un gruppo di giovanissimi di età compresa tra i 12 e i 20 anni, ottimamente diretti dal maestro Antonio Giacometti e guidati dalla regista Alice Melloni, abili a mettere in scena uno spettacolo di ragazzi con la profondità tematica necessaria per far riflettere i più grandi.

I CARE

Al di là, infatti, della curiosità per un’esibizione incentrata su una figura che ha fatto discutere fino al gesto decisivo di papa Francesco, che nei giorni scorsi si è recato a pregare sulla tomba di Don Milani (“era trasparente e puro come il cristallo”, ha detto con animo commosso), questa rappresentazione costringe a tornare a fare i conti con un programma educativo forse mai completamente recepito dalla scuola italiana. Concepito in un’epoca nella quale le percosse facevano parte della vita scolastica, nella quale nelle classi erano rimarcate – se non addirittura enfatizzate – le diseguaglianze sociali, esso promuoveva un approccio diverso e sicuramente avveniristico prima ancora che moderno: fondato sull’inclusione, sulla partecipazione, sulla benevolenza, sull’assistenza reciproca, esso si poneva in netta discontinuità con un’istituzione che tra i banchi di scuola favoriva ed esacerbava differenze e disparità, in un contesto nel quale il “figlio del dottore” arrivava alle elementari già in grado di leggere a fronte dell’analfabetismo dilagante.

In un certo senso la scuola di oggi è figlia di questi principi: essa non umilia chi sbaglia, non punisce a nerbate chi rimane indietro; ad essa è demandato l’arduo – ma essenziale – compito di favorire l’integrazione in una società sempre più diversificata e al tempo stessa diversa da quella che don Milani voleva contribuire a cambiare. Perché se è vero che le basi della Lettera ad una professoressa rimangono universalmente valide, è altrettanto inevitabile che esse debbano rapportarsi a una società mutata, più articolata e con esigenze diverse, dove il tempo rappresenta un fattore sempre più stringente e vincolante e dove, del resto, il titolo di studio elevato non costituisce più una garanzia di avanzamento sociale.

Lavorare assieme, far sì che nessuno rimanga indietro e che chi è più avanti aiuti chi ha delle lacune non devono rappresentare proclami che, dal politico al dirigente, rimangono il più delle volte lettera morta; al contempo non devono essere trascurati tanto l’aspetto formativo, quanto una sana selezione: essa non dovrebbe “marchiare a fuoco” chi non ce la fa, ma indirizzare verso la giusta via ciascuno a seconda delle proprie inclinazioni. Non trascurare nessuno non dovrebbe essere l’alibi per il più grande svilimento dell’istituzione scolastica: appiattire la qualità verso il basso rappresenterebbe infatti il più grande travisamento del pensiero di don Milani, che tanto voleva una scuola capace di formare persone in grado di fare la differenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *