Lealismo e dissidenza fra i migranti di Modena

21A Modena e provincia abitano circa 94mila cittadini stranieri, pari al 13,5 % dell’intera popolazione. Le migrazioni verso il territorio sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti circa 140 nazionalità diverse. Le etnie maggioritarie sono quella marocchina, rumena e ghanese e la religione più praticata fra i migranti è il cristianesimo, sia esso cattolico, ortodosso o evangelico.

La tendenza ad assimilare tutti gli stranieri in un’unica grande categoria indistinguibile si scontra con una realtà molto più sfaccettata: gli immigrati del modenese sono certamente divisi per linee etniche e culturali ma lo sono anche per ragioni politiche interne. In alcuni gruppi nazionali è “guerra aperta”.

Diana kassem
Diana Kassem

I siriani di Modena sono poco più di un centinaio. “Prima non c’era bisogno di emigrare, nel paese c’era pane e lavoro anche se non c’era libertà”, ricorda Diana Kassem, giovane neolaureata siro-modenese, militante anti-regime. I levantini di Modena sono per lo più ostili al governo del presidente di Bashar al Assad quanto all’Isis. “Ma è Bashar il vero colpevole dell’escalation della violenza nel paese, è lui che ha fatto precipitare la Siria nella guerra civile”, sostiene Nabil Cholhop professore di origine siriana in una scuola di Vignola. I siriani di Modena più in vista, quelli che hanno organizzato le fiaccolate contro i bombardamenti su Aleppo in piazza Grande, si riconoscono nel primo movimento rivoluzionario, quando il fermento di un cambiamento democratico era il motore di mobilitazioni pacifiche. Tuttavia in una delle moschee della città incontriamo Rami, un ragazzo di famiglia siriana nato a Damasco 27 anni fa ma residente da decenni a Modena nonché studente nel locale ateneo. “La democrazia non è esportabile, la Siria non è la Svizzera, è un paese che godeva di una stabilità invidiabile se consideriamo lo scenario in cui è inserito: la verità è che ci sono stati degli “utili idioti” che si mobilitavano per la democrazia mentre altre fazioni ribelli si armavano per il jihad”, dice il giovane. Rami non frequenta i siriani delle fiaccolate e nutre una sincera ostilità nei loro confronti:”Sono dei traditori, in Europa non capiamo che le alternative a regimi laici pur duri come quello siriano sono il fanatismo dei jihadisti”, aggiunge.

Se la guerra dovesse risolversi in una vittoria del presidente al Assad difficilmente Diana e Nabil potranno tornare impunemente nel loro paese poiché i dittatori non dimenticano i dissidenti soprattutto quelli all’estero.

Nabil Cholhop
Nabil Cholhop

Nella stessa situazione si trovano un paio di professionisti iraniani residenti a Modena. I cittadini iraniani nel nostro territorio sono un centinaio. Quelli con i quali abbiamo parlato hanno voluto mantenere l’anonimato. “Sono decenni che non torno in Iran, vorremmo poter tornare un giorno quando il regime religioso degli ayatollah cadrà sotto il peso della storia, nel frattempo è meglio mantenere un profilo basso”, dice uno di loro.

Anche i membri dell’Associazione culturale turca Milad rischiano ritorsioni pesanti dal proprio governo. Il loro è un esilio forzato di fatto. Almeno finché ci sarà il presidente Erdogan e il partito Akp al potere. “Siamo schedati dall’ambasciata di Turchia in Italia, è pericoloso per noi tornare in patria”, dice Bahar Turk, coordinatrice di Milad, associazione legata all’imam e leader politico di opposizione Fetullah Gulen. La sua organizzazione, Hizmet, è considerata da Erdogan come la loggia P2, un’associazione a delinquere che promuove la sedizione. E’ ritenuta responsabile, dal governo di Ankara, del tentato colpo di stato del 14 luglio 2016. Quella notte, a Modena, tentarono di dare fuoco al circolo Milad. Un episodio di violenza politica inedito per la città, ancora oggi oggetto d’inchiesta. La maggioranza dei turchi orbita intorno all’altra associazione culturale della città, la Ulu Camii, la “grande moschea” in turco. “Quasi tutti i frequentatori del centro – che si trova in via Munari a pochi passi dalla stazione dei treni – sono elettori o simpatizzanti del governo”, dice il portavoce della “moschea turca” Ozgur Ozcan. Non mancano le visite a sorpresa, in incognito istituzionale, di membri del partito o funzionari del Diyanet, il dipartimento degli affari religiosi, istituto dello Stato turco a cui è legata Ulu Camii. L’ultima risale all’inizio di questa primavera, pochi giorni prima del referendum sul presidenzialismo del 16 aprile 2017, un voto fortemente voluto da Erdogan che ha coinvolto le comunità turche d’Europa (oltre 3 milioni di elettori). A fare campagna elettorale fu Mehmet Emin Ozafsar, vice-presidente del Diyanet. A margine dell’incontro parlammo con il presidente della Ulu Camii, Murat Durgun, che disse lapidario:”Non abbiamo né vogliamo avere contatti con i turchi di Milad, sono affiliati a un’organizzazione uluche consideriamo criminale”.

Dagli infuocati scenari mediorientali all’Ucraina, teatro di una guerra civile dimenticata dai media. A Modena abitano circa 2000 cittadini di origine ucraina, costituiscono la settima nazionalità più presente in città. La divisione all’interno della comunità è lacerante e riflette le spinte secessionistiche dell’Ucraina orientale dove i separatisti ambiscono a unire i loro territori alla Russia di Putin. Qui lo scontro ha varie dimensioni che includono anche la religione. In città c’è la Chiesa ortodossa di Tutti i Santi diretta da un prete modenese Padre Giorgio Arletti:”In questa chiesa vengono a pregare gli ucraini legati al Patriarcato di Mosca, quelli della parte est del paese, gli ucraini pro-Occidente si recano invece nella chiesa greco-cattolica ucraina di via Cavour con la quale cerchiamo invano di organizzare iniziative in comune per la pace”, racconta il prelato. La posta in gioco è anche geopolitica con un equilibrio e un’influenza regionale che la Russia intende riscrivere. Dietro alla stazione ferroviaria sorge uno dei tanti minimarket etnici della città. A gestirlo è una coppia di ucraini:”Il posto dell’Ucraina è in Europa, non vogliamo più essere i vassalli di Mosca, in città ci sono tanti simpatizzanti di Putin, noi lo consideriamo un tiranno senza scrupoli che cerca di mangiarsi il nostro paese”.

Gli scenari bellici costringono alla presa di posizione individuale. Ma se il dissenso interno, l’ostilità per il proprio governo è talvolta palese, in altri casi a prevalere è la rassegnazione o una forma di critica disincantata. E’ il caso dei peruviani, la prima comunità latina della città con circa 600 cittadini residenti in città. “Nella sua storia recente il Perù ha attraversato fasi di crisi e instabilità politica fortissima. Basti pensare che fino alla metà degli anni ’90 c’era la lotta armata. Molti di noi sono scappati a causa del terrorismo. Chiusa l’epoca dell’eversione, si sono susseguiti dei presidenti che hanno praticato soprattutto il latrocinio. C’è come una tradizione politica in Perù, quella di ingannare il popolo e convincerlo a votare per il peggior criminale”, dice Oscar Guerrero, un peruviano di 50 anni originario di Piura, nel nord del paese.

Per motivi completamente diversi anche gli egiziani di Modena manifestano una profonda amarezza per gli esiti di una rivoluzione fallita:”Una parte di egiziani appoggia apertamente la restaurazione del regime del generale al Sissi che è la controfigura dell’ex presidente Hosni Mubarak mentre nelle moschee si fa il tifo, discretamente, per la Fratellanza Musulmana, intesa come soggetto politico e non militare”, dice un ristoratore egiziano che desidera rimanere anonimo.

Altri “rassegnati” sono i serbi, una comunità che conta 150 residenti in città: ”Dalla dissoluzione della Jugoslavia in poi è stato un disastro dietro l’altro per i serbi, abbiamo perso pezzi interi di territorio, persino il Kosovo. Ora nel paese comandano i banditi”, dice Dragan, padre di famiglia e manovale originario di Pancevo. Sentimento di abbandono e rinuncia dominano anche la numerosa comunità rumena, la seconda per numero con oltre 3100 residenti nel Comune di Modena. Nel paese ci sono state grandi mobilitazioni in primavera. “La gente in piazza non chiedeva libertà o diritti ma la fine della corruzione che ha superato ormai la soglia della decenza”, spiega Costantin, muratore di Timisoara.

E la comunità più numerosa? E’ quella marocchina con 3200 residenti nel territorio comunale e appare coesa intorno alla figura del re. Lealista anzi realista. E’ molto raro trovare un marocchino che contesta apertamente la monarchia di Mohamed VI e la comunità è fra le più monitorate della città. I suoi membri gestiscono due delle quattro sale di preghiera esistenti in città. “Ci sono spie che registrano gli umori dei paesani in moschea o in altri luoghi di aggregazione, in pubblico è sconsigliato parlare di politica e parlare male del re in particolare”, spiega un giovane studente marocchino.

Fonte immagine di copertina: Leapafrica.

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