La versione di Ylenia: ecco come Modena è diventata la mia città

La versione di Ylenia: ecco come Modena è diventata la mia città

Facendo un salto sul suo profilo Facebook, si capisce al volo quanto il suo occhio sia innamorato di Modena. Ylenia Ignatti, 26 anni, studentessa lavoratrice, di origine siciliana, è una giovane che osserva la città in cui vive con sguardo attento e indagatore. E’ per questo che mi è venuta voglia di fare due chiacchiere con lei.

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“Osservo continuamente la città – mi racconta – anche per il tipo di percorso universitario che ho scelto, Ingegneria Civile, dedico particolare attenzione agli spazi pubblici, alle architetture civili e a vocazione comunitaria. Oltre ad essere colpiti da scorci di grande bellezza, non si può non notare che a Modena molti spazi esprimono un’intima natura relazionale”.
Ylenia racconta di essere arrivata in questa terra, come tanti altri giovani, con l’idea che qui si potessero fare esperienze di partecipazione più incisive di quelle che può fare una ragazza in Sicilia, “dove sono ancora forti le mafie e la cultura maschilista, ma purtroppo – afferma – ho dovuto in parte ricredermi.
Ho iniziato a fare politica a Modena nel Partito Democratico all’epoca dei referendum sull’acqua ed il nucleare: c’era un rapporto stretto con i movimenti per la scuola pubblica, l’università e i diritti; c’era un gruppo di giovani attivi e motivati e pensavo che il partito potesse dare risposte concrete a questa generazione precaria ma molto scolarizzata. Però nel tempo ho visto che quei temi che mi stavano a cuore avevano sempre meno peso nel partito, il rapporto con i movimenti si raffreddava e, quello che è più grave, la nuova impostazione del partito “liquido” e staccato dalla cultura storica di provenienza, ha lasciato i giovani della mia generazione con un grande vuoto di formazione politica. Quelli che hanno continuato a fare politica hanno sostituito i valori “tradizionali” con una generica fedeltà all’identità del gruppo; la fine delle strutture interne al partito (sostituite dalla comunicazione mediatica e dal rapporto diretto con il capo) ha prodotto una generazione che è molto lontana dalle condizioni reali di vita della popolazione e dai suoi problemi. Sono dunque uscita dal partito, ma continuo ad osservare attentamente quello che accade”.

received_10155397617848970Le chiedo se dopo l’esperienza di militanza nel partito, ha trovato altri canali, ad esempio il volontariato, attraverso cui esprimere il suo senso e sentimento civico.
“Non faccio volontariato. Mi rendo conto che può sembrare strano dichiararlo così apertamente invece di glissare ma si tratta di una scelta e quindi voglio chiarirne almeno due motivi. Il primo è che non ho tempo, in quanto studentessa-lavoratrice. Cerco di coltivare rapporti costruttivi e leali con le persone che mi sono attorno, ma già così quelle a cui riesco a dedicare del tempo sono sempre meno di quante ne vorrei. Il secondo è che sono un po’ turbata dalla grande retorica che a Modena ultimamente si fa attorno al volontariato: sembra sempre la panacea di tutti i mali. Si arriva persino a proporre il volontariato obbligatorio per i migranti accolti o per chi percepisce un sussidio sociale, in modo che possano sdebitarsi del sostegno che viene loro dato. Francamente mi sembra un’idea assurda. Temo che dietro questa retorica del volontariato si nascondano due grossi problemi: il primo è che, di fronte a bisogni sociali sempre più vasti, i servizi pubblici sono in dismissione dal punto di vista delle risorse umane e finanziare; quindi si encomiano di continuo i volontari perché senza di essi la tenuta sociale della comunità sarebbe in serio pericolo. In secondo luogo temo che molte associazioni di volontariato siano viste dai politici (e forse si percepiscano loro stesse) come bacini o nicchie di consenso elettorale.

Urbanistica, ambiente, lavoro, giovani, cultura. Temi da niente… Partiamo dal primo. Negli ultimi anni a Modena si è posta con forza la questione dell’urbanistica e la città ha vissuto delle trasformazioni importanti…
L’urbanistica è la scienza delle strutture, della viabilità, delle previsioni tendenziali sulla quantità di popolazione, ma è soprattutto la scienza dello stare insieme, delle relazioni tra le persone, del diritto alla città come luogo di cooperazione e di emancipazione. Se questo è vero in generale è particolarmente vero a Modena. Osservo continuamente la città e, anche per il tipo di percorso universitario che ho scelto, dedico particolare attenzione agli spazi pubblici, alle architetture civili e a vocazione comunitaria. Oltre ad essere colpiti da scorci di grande bellezza (andate sul mio profilo Instagram per verificare quanto il mio occhio sia innamorato di Modena), non si può non notare che a Modena molti spazi esprimono un’intima natura relazionale.
Che si tratti della piazza medioevale con l’epica civile scolpita sul duomo e la pietra dei discorsi, oppure dei quartieri costruiti negli anni ’60 e ’70, dove villette del ceto medio ed edilizia popolare convivono armoniosamente in contesti ricchi di parchi, sale di quartiere e luoghi di socializzazione, tutto nell’urbanistica modenese esprime la tendenza di questa comunità a cooperare, ad includere, a partecipare collettivamente alle decisioni. È triste vedere che negli ultimi anni questa bussola si sia forse un po’ persa.

In che senso? Quali sono secondo te le priorità che una città come la nostra si deve dare oggi, da questo punto di vista?
La grande sfida dell’inclusione sociale è centrale oggi soprattutto dal punto di vista urbanistico: bisogna evitare di costruire nuovi ghetti, concreti o relazionali, per le persone più fragili.
Questo passa dallo sviluppo urbanistico in primo luogo per quanto riguarda la questione della casa: impossibile pensare che a Modena ci sia tanta gente senza casa o che vive in alloggi di fortuna mentre esiste un grandissimo patrimonio immobiliare inutilizzato, pubblico e privato. C’è bisogno di scelte coraggiose in questo senso, anche sul piano dei servizi. Sicuramente encomiabile tutto quello che si fa per la cosiddetta “accoglienza” della popolazione migrante. Ma bisogna ammettere che il quadro normativo in cui si opera è totalmente assurdo: che senso ha negare giuridicamente la figura del migrante economico, dando cittadinanza solo al “rifugiato” da accogliere? Tanto più che i migranti, regolari e non – e spesso quegli stessi rifugiati – sono la principale riserva di manodopera a basso costo e con scarsi diritti di intere filiere produttive (si pensi alla logistica, al lavoro agricolo, a certi settori operai). Se sono irregolari, oppure se sono legati a macchinose procedure per ottenere i permessi di soggiorno o le residenze in città, diventano debolissimi contrattualmente e inevitabili vittime dello sfruttamento. Negare per decreto la figura del migrante economico non significa far scomparire i migranti, ma renderli tutti persone senza riconoscimento giuridico. In attesa che qualche forza politica possa cambiare questa assurda legge nazionale, Modena dovrebbe muoversi con le politiche sociali riconoscendo la residenza a tutti coloro che sono sul territorio.

FB_IMG_1496212948667Ancora più importante è il risvolto produttivo della questione: oltre alla casa c’è bisogno di lavoro e questo si produce con investimenti pubblici, innovazione tecnologica e programmazione produttiva. Questo vale per i migranti ma anche per tutti gli altri: la città necessità di un piano di opere pubbliche utili come la messa in sicurezza del patrimonio architettonico, il contrasto al dissesto idrogeologico, un nuovo investimento sui servizi pubblici alle persone e alle famiglie.
Il sistema industriale non va assolutamente smantellato: non può sopravvivere una città-vetrina basata sui consumi di lusso per i turisti. In questo è necessaria una forte guida politica, che faccia convergere gli interessi delle imprese e dell’università. Mi piacerebbe vivere in una città in cui la mia università collabora con le imprese e i lavoratori per limitare l’impatto ambientale della produzione, inventando tecnologie verdi efficaci, e per alleviare le condizioni di lavoro più pesanti. Come è possibile che nel 2017 degli operai debbano calarsi dentro cisterne piene di fumi pericolosi, movimentare a braccia merci pesanti, rischiare di ammalarsi per colpa dei ritmi di produzione? Una guida politica seria dovrebbe produrre molti più investimenti sull’innovazione tecnologica per ridurre la fatica delle persone e migliorare la produzione. Magari distogliendo qualche energia dalla ricerca sulle armi e le mine antiuomo.

Le politiche ambientali non hanno la prospettiva ampia e di sistema che dovrebbero avere: basti pensare al mancato accordo sul clima al G7 di Taormina. Ma anche a livello micro, locale, nel nostro quotidiano, la sensibilità spesso manca e questa è una pesante eredità di cui i giovani non potranno non pagare le conseguenze. Cosa vorresti per Modena?
Gran parte di quello che noi facciamo ha un impatto negativo sull’ecosistema, che si tratti di comportamenti quotidiani, lavoro o di organizzazione della città. Si svuota il centro storico per avere sempre più centri commerciali in periferia: centinaia di migliaia di automobili e camion che si spostano su strade sempre più invivibili. Eccessiva ed incontrollata impermeabilizzazione del suolo con rischi idrogeologici di portata significativa. Bisogna moltiplicare esponenzialmente la ricerca pubblica ed indipendente per trovare soluzioni alternative: le pareti “citytree’’ che Modena sperimenterà in questi mesi sono un esempio di ricerca scientifica che guarda alla questione ambientale. Sappiamo però che i progressi tecnologici non basteranno se non cambieremo radicalmente le nostre abitudini, bisogna rivedere il modo di progettare e far funzionare la città, investire sul servizio di trasporto pubblico, migliorarlo e contenere i costi per l’utenza in modo da incentivarne l’utilizzo.

FB_IMG_1496212886424Giovani e lavoro: come valuti il mercato del lavoro in provincia di Modena? Ci sono situazioni che ti preoccupano in modo particolare?
Il mercato del lavoro ha problemi evidenti, e la città dovrebbe essersene accorta negli ultimi mesi anche grazie al fatto che più volte si sono visti in piazza gli operai di diverse fabbriche di Modena e della provincia. Quello che è grave è il sistema di sfruttamento che si nasconde dietro le cooperative a cui i grandi marchi esternalizzano la produzione in vari settori. Una parte di questo problema è diventato evidente grazie a i pochi sindacalisti che si sono impegnati in queste lotte, ma credo che si tratti della punta di un grande iceberg sommerso.

Giovani (e non) e cultura: Modena è una città viva da questo punto di vista dal tuo osservatorio? Cosa sfugge al cittadino che si lamenta sempre che non c’è niente e quanto ha ragione il cittadino che afferma che si parla solo di tortellini e gnocco fritto?
Modena ha istituzioni culturali importantissime, penso al Centro Educativo Memo, all’Istituto Storico della Resistenza, al Circuito Bibliotecario Cittadino – Biblioteca Poletti in testa – alla Galleria Civica e alla Fondazione Fotografia, però in questi ultimi anni queste perle del patrimonio pubblico non sono state sufficientemente valorizzate, sembra che non esprimano a pieno il proprio potenziale. Non c’è stata infatti una programmazione centrata sulla funzione pubblica della cultura, sulla possibilità di stimolare dibattito informato e consapevole, sulla possibilità di educare e ingentilire la sensibilità diffusa. C’è bisogno che queste istituzioni siano oggetto di investimenti molto maggiori e di una logica più partecipata e democratica di gestione. Credo che queste ricchezze cittadine possano essere vere e proprie “antenne” di quello che succede nella società, ambiti di crescita della consapevolezza collettiva, strumenti per alzare la qualità della discussione politica e ampliare l’orizzonte dello sguardo su vari temi, ma senza un’azione programmatica che dia strumenti e risorse per agire, restano enclavi chiuse agli addetti ai lavori: un grande spreco.
L’assenza di programmazione che faccia perno sul patrimonio pubblico riversa a cascata le sue conseguenze su tutto il resto: i privati e le associazioni si organizzano come possono ma spesso la grande quantità di proposte di qualità (gallerie, design, teatro, musica di estrema raffinatezza) resta in un ambito chiuso e ristretto. Se non ci sono interventi pubblici per educare la sensibilità e stimolare la partecipazione dei cittadini, la cultura “alta” resta un prodotto per consumatori di elitè.
Esistono molti di questi “giri” a Modena, li frequento volentieri per la qualità di quello che si produce, ma la logica “underground” spesso finisce per incidere negativamente sulle modalità di fruizione. Il pungolo critico che la cultura raffinata potrebbe avere sul presente si riduce a un prodotto di consumo per una nicchia ristretta di popolazione, che sembra più impegnata nella propria “autorappresentazione”, nella produzione autoreferenziale di sé stessi come intellettuali, piuttosto che nella realtà.
Per quanto riguarda la proposta musicale per me il NODE festival dedicato alle arti elettroniche e digitali resta una delle esperienze più stimolanti ed importanti della città, credo l’unico evento di respiro internazionale.
Il fatto che si sia investito così poco sul NODE è l’emblema della miopia della nostra classe dirigente in ambito culturale.

Per le masse gli eventi non mancano, ma sono spesso banali, estemporanei e vetrinistici; un mero intrattenimento senza approfondimento, una evasione collettiva. In questo ambito si incontrano il pubblico e il privato: street food, Mutina romana, canzonette e filosofia: la logica del “grande evento” e del “grande polo” pervade e appiattisce i contenuti, indebolendo il legame con il quotidiano e la partecipazione reale. Alcuni, come gli organizzatori del festival di street art Icone, credo che si siano sottratti proprio a questa logica.
Poi è grave che l’offerta culturale della città comprenda anche un circolo come Terra dei padri. Mi preoccupa molto la presenza in città di chi predica ideali come la supremazia nazionale, la difesa del primato etnico, l’esasperazione della patria e della tradizione. Per adesso è un richiamo furbamente velato, ma si sa che mescolando e rimescolando questi ingredienti alla lunga si ottiene il fascismo, e a Modena questo non dovrebbe essere permesso.

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Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

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