La riforma della scuola è proprio sbagliata?

La riforma della scuola è proprio sbagliata?

"La buona scuola" è una tra le riforme più criticate del Governo Renzi. Ma davvero le modifiche introdotte dal DDL possono essere definite degli "errori"? Dai nuovi criteri di valutazione, agli interventi rispetto al precariato, all'ampliamento del ruolo e delle responsabilità del dirigente, l'opinione - nel merito - dell'ex sottosegretario della Pubblica Istruzione Giovanni Manzini.

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Nel dibattito politico delle ultime settimane uno degli errori che vengono frequentemente imputati al PD, soprattutto a Renzi, fa riferimento alla nuova legge sulla buona scuola. Non avendo però trovato sui media argomentazioni convincenti al di fuori di alcuni slogan propri di qualche decennio fa, ho provato a parlarne con alcuni insegnanti impegnati direttamente nella scuola per cercare di capire le ragioni vere del dissenso. Per uno come me che per tutta la sua vita professionale e amministrativa si è trovato a discutere di sistema scolastico, di ordinamenti, di nuova didattica, di programmi e di linee d’indirizzo, di statale e paritario, di forti investimenti è stato sorprendente sentire che il dissenso riguardava invece altri aspetti; in particolare la valutazione, il precariato, il dirigente sceriffo, l’introduzione di troppe ore di formazione professionale obbligatoria in tutti gli istituti superiori, la scarsa retribuzione. Ora se veramente il dissenso verte su queste questioni mi sembra indispensabile aprire un confronto franco con gli insegnanti per chiarire se queste scelte sono realmente errori.

Partiamo dalla valutazione. In tutte le società moderne è prevista una valutazione dei risultati sia nel pubblico sia nel privato in quanto lo si ritiene lo strumento più idoneo ad aiutare gli operatori a migliorare le loro prestazioni e quindi a rispondere meglio alle richieste degli utenti. I vari sistemi di valutazione riconoscono giustamente le modalità della scelta alla responsabilità dei singoli istituti in base ai propri obiettivi previsti. Se mai si tratta di decidere assieme al sindacato locale il livello di corrispondenza del premio di produttività.

Passiamo al precariato. Di fronte all’incredibile groviglio di graduatorie, frutto di insensati provvedimenti degli ultimi decenni, la nuova legge ha stabilito di prevedere una speciale sanatoria di tutte le varie situazioni, partendo con l’immissione in ruolo di centomila docenti. Poi, guardando al futuro, ha previsto un nuovo sistema organico con procedure prestabilite, chiare e regolate nel tempo, da emanare con decreto legislativo su parere del parlamento. I futuri docenti accederanno a un contratto triennale retribuito di formazione, di tirocinio e di progressivo inserimento nella funzione docente. Per merito principalmente dell’on. Ghizzoni questo provvedimento è in fase di approvazione definitiva in questi giorni. Con tanti saluti al precariato nella scuola.

E veniamo al dirigente sceriffo. Nessuna istituzione democratica può funzionare bene senza una dirigenza autorevole. Tanto meno la scuola, dove per il dirigente oltre a una eccellente competenza didattica è indispensabile una buona professionalità manageriale, dal momento che oggi la scuola opera sempre più strettamente col territorio e con le altre istituzioni. Il dirigente scolastico va selezionato quindi con un percorso adeguato e con contratto a termine. Ma è evidente che deve poter “governare” l’istituto.

Molto discussa risulta poi l’introduzione nei singoli piani di studio degli studenti di un cospicuo numero di ore di formazione professionale per tutti gli studenti delle superiori. È l’unico modo di coniugare i due fondamentali concetti propri della scuola, cioè la conoscenza e la competenza. La complessità del lavoro attuale dipende fondamentalmente dalla fusione di queste due capacità come hanno dimostrato in concreto le democrazie più avanzate. La disoccupazione giovanile oggi si vince non con il solo sapere ma principalmente con il sapere e il saper fare.

Il video del maggio 2015 in cui Matteo Renzi spiegava la riforma “La Buona Scuola”.
Il video del maggio 2015 in cui Matteo Renzi spiegava la riforma “La Buona Scuola”.

L’ultima osservazione la voglio fare sul complesso “tempo scuola”, quello degli insegnanti e quello degli studenti. Premesso che il tempo scuola annuo (circa 1000 ore) degli studenti in Italia è fra i più alti d’Europa, va preso atto che a partire dalla scuola secondaria in tutti i paesi sviluppati le ore settimanali degli studenti si attestano sulle 30 per cui appare logico non prolungarlo senza incrociare forti resistenze non solo organizzative ma anche sociali e di costume. Ma è pur vero che le trenta ore settimanali risultano assolutamente insufficienti per molte delle numerose discipline previste dagli ordinamenti. Nessuno pensa seriamente che due ore settimanali bastino per avere risultati accettabili. Né va dimenticato che ormai nella stragrande maggioranza dei casi le famiglie chiedono di poter usufruire per i propri figli di diverse attività culturali e sportive che la scuola nelle sue 30 ore non può offrire. Io credo che sia giunto il momento di definire le discipline fondamentali offerte prioritariamente dalla scuola, lasciando ad altre agenzie educative pubbliche e private il compito di completare il concetto di “education”. So bene che solo proporre di escludere anche una sola disciplina dal piano di studi significa esporsi al linciaggio generale per cui tutti i tentativi in questo senso sono falliti lasciando però sempre maggiore spazio a chi denuncia che i ragazzi escono dalla scuola senza una base sufficiente per affrontare il mondo del lavoro. Magari addebitando il modesto risultato agli insegnanti. Ne deriva che il tempo di lavoro dei docenti va molto oltre le ore frontali di classe, il famoso orario cattedra. Il loro è un vero e proprio tempo pieno e come tale va remunerato come accade per tutti gli altri professionisti. Dalla qualità dell’insegnamento dipendono non solo lo sviluppo culturale e civile del paese ma anche lo sviluppo economico.

Queste sono le principali modifiche introdotte dalla legge sulla buona scuola. Ora mi riesce difficile capire quali errori contenga questa legge. Ancora una volta, come capitò alla legge Berlinguer nel 2003, si attacca il provvedimento non per il suo contenuto ma per ragioni politiche. Non a caso in occasione del referendum del 4 dicembre scorso la propaganda per il NO portava regolarmente nel dibattito la contrarietà alla legge sulla scuola, questione che nulla aveva a che fare con il quesito referendario. Come spesso accade nella politica italiana, di fronte ad ogni provvedimento legislativo le forze di opposizione (esterne ed interne) si oppongono pregiudizialmente con l’obiettivo di far cadere il governo e non, come sarebbe giusto, per migliorare il provvedimento in questione. Io penso che in democrazia il muro contro muro pregiudiziale vada sempre a danno del paese. Le critiche contro la buona scuola, se mai, andrebbero fatte perché i cambiamenti contenuti nel provvedimento sono andati nella direzione giusta ma sono forse troppo timidi rispetto alle richieste di una società moderna, europea e globale.

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Insegnate in pensione; è stato Sottosegretario di Stato per la Pubblica Istruzione nel secondo governo Amato 2000/2001 e Responsabile nazionale dell’ufficio scuola del partito La Margherita. E' presidente della Fondazione Sias.

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