La Chiesa modenese e la pratica dell’accoglienza diffusa

La Chiesa modenese e la pratica dell’accoglienza diffusa

Lo "straniero"? Lo troviamo nella scuola, nel carcere, nell’ospedale... “Non possiamo prevedere il numero massimo di arrivi in Italia, ma la modalità di accoglienza strutturata sì”. Così il Vescovo, don Erico Castellucci, che non si tira indietro rispetto alla sfida che tocca nel profondo tutta la comunità ecclesiale.

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L’arcivescovo di Modena don Erio Castellucci prosegue gli incontri di confronto e riflessione comune con i cristiani cattolici modenesi. Domenica 7 maggio, sempre presso la parrocchia della Madonna Pellegrina a Modena, il tema affrontato è stato “Lo “straniero” oltre l’emergenza: quale modello per l’accoglienza e l’integrazione”. La formula scelta da don Erio e dagli organizzatori della serata ha messo al centro proprio lo scambio di pareri e idee dei presenti, parte dei quali avevano già avuto modo di mandare un contributo via email. L’incontro è iniziato con tre brevi relazioni. Alessandro Monzani, dell’Ufficio diocesano della Pastorale del sociale e del lavoro, ha illustrato qualche dato statistico sulla presenza di stranieri a Modena e provincia, mettendo a confronto numeri e percentuali variate nel corso degli ultimi vent’anni, sia riguardanti i numeri assoluti, le fasce d’età e la composizione di genere, sia riferiti alla suddivisione delle mansioni lavorative. Davide Chiappelli ha parlato di scuola e dell’incidenza degli studenti stranieri in ogni ordine di istituto e della capacità e possibilità di integrazione che la scuola dovrebbe svolgere. Oltre alle statistiche questo intervento ha rilanciato alcuni temi come le azioni positive, la rigidità del sistema scuola, l’urgenza quale elemento di ostacolo all’applicazione dei protocolli di accoglienza. Infine, Federico Valenzano, della Caritas diocesana di Modena ha affrontato le questioni più concrete e gli effetti sociali dell’accoglienza dei profughi, con particolare attenzione all’esperienza dei centri Caritas modenesi.

Photo credit: babasteve Portrait of a Refugee via photopin (license)
Photo credit: babasteve Portrait of a Refugee via photopin (license)

E’ stato dopo queste introduzioni che si è aperto l’intervento ai presenti, moderati dal parroco della Madonna Pellegrina don Matteo Cavani. Le questioni sollevate sono state molto diverse, così come differenti sono gli approcci proposti al problema dell’accoglienza del profugo, perché oggi in Italia così è considerato il flusso di arrivi sulle nostre coste e la sistemazione di queste persone. La serie di interventi ha messo in evidenza che all’interno dello stesso contesto cattolico modenese le idee e le azioni conseguenti sono eterogenee. Gli approcci proposti hanno presentato al vescovo Erio la molteplicità dei proprio fedeli e, forse, questo è davvero il primo aspetto da affrontare per il pastore della comunità cattolica. E’ stato evidente che queste diversità non costituiscono solo una ricchezza da sfruttare per variare stile e metodi, ma sono comunque un mosaico da comporre, se si vuole costruire una risposta accogliente uniforme, che non spiazzi lo straniero arrivato e che costituisca una proposta di riferimento per la società civile e politica italiana.

Non a caso la serata è stata aperta da don Matteo con un criterio teologico per definire questi anni di arrivi numerosi: la presenza degli stranieri è un segno dei tempi e come tale va accolto, interpretato e vissuto. Ugualmente significativa è stata la citazione di un paragrafo della Evangelii gaudium di papa Francesco, al numero 231 “La realtà è superiore all’idea”, in particolare dove il papa scrive: “L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono.” In pratica, questo segno dei tempi non è solo un’idea che si deve cogliere, ma una realtà che si deve vivere.

Questa dimensione è stata messa in luce nella stessa prefazione alla discussione, in particolare dall’intervento di Monzani, che ha evidenziato come la percezione dello straniero e della sua presenza in Italia sia molto distorta dalla realtà nel sentire degli italiani. I numeri degli stranieri sono dichiarati 3-4 volte sopra al reale, così come i praticanti mussulmani o i lavoratori e disoccupati.

castellucci2Don Erio ha parlato alla fine della serata, in un intervento che non ha voluto essere riassuntivo né conclusivo, ma a sua volta propositivo, con idee e proposte da approfondire. Il vescovo ha parlato di quattro livelli nei quali si trovano i profughi: quello macropolitico, quello micropolitico, quello ecclesiale e il livello della società. Nel primo ci sono le cause e le soluzioni di ampio respiro, che possono, anzi devono, portare anche a programmi di intervento nei paesi di partenza; ad esempio anche la sola decisione di non vendervi armi sarebbe un passo non piccolo. Il livello micropolitico è quello italiano e locale. Qui si deve operare nelle cultura e nella politica, nel ridurre la deformazione della realtà, modificare il linguaggio della gente. La stessa definizione di straniero non vede uguali posizioni, basti solo pensare ai nati in Italia da genitori immigrati. In questo passaggio don Erio ha raccontato l’aneddoto di Adil, uno dei referenti della comunità islamica modenese, che ha un figlio nato a Modena che va alle medie. La maestra assegna alla classe un compito: “descrivi la tua città” e il ragazzino scrive di Modena. La maestra corregge il compito , ma poi gli dice: ”Bello, ma ora scrivimi qualcosa della tua città”. A quel punto lo studente chiede: “Ma papà, qual è la ma città?” E’ anche così, forse, che termini come immigrato, mussulmano, integralista e terrorista trovano spesso casa nello stesso discorso, senza distinzioni molto evidenti.

A livello ecclesiale la prima opera da fare è rendere omogenee le realtà che operano nell’accoglienza e nell’assistenza.

Photo credit: EU Civil Protection and Humanitarian Aid Walking with Ali: Making life easier for refugees with disabilities via photopin (license)
Photo credit: EU Civil Protection and Humanitarian Aid Walking with Ali: Making life easier for refugees with disabilities via photopin (license)

Infine, il livello della società è quello della scuola, del carcere, dell’ospedale; tutti contesti nei quali troviamo “lo straniero”. Qui, conclude don Erio, occorre praticare l’accoglienza diffusa: “Non possiamo prevedere il numero massimo di arrivi in Italia, ma la modalità di accoglienza strutturata sì”

Questo è il passo, probabilmente, più difficile. Perché lo stesso incontro ha evidenziato come occorra, anche in contesti così definiti e con senso di appartenenza forte come una comunità ecclesiale, definire alcune linee condivise di comportamento.

Una sfida che riguarda sicuramente il nostro Paese intero, ma che tocca nel profondo i cattolici, che condividono una fede che potrebbe essere chiave di letture e comportamenti omogenei. Forse non uguali da renderli indistinguibili, ma neanche contradditori. Un segno dei tempi solleva domande e chiede una risposta corale di accoglimento della sfida.

Immagine di copertina, photo credit: Ars Electronica Just Before Paradise / Cengiz Tekin (TR) via photopin (license)

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Nasco il giorno della festa della donna del 1968. Oggi sono marito e padre, figlio e fratello, amico e frequentatore di edicole. Gioco a calcio e lo guardo per TV; faccio qualche fotografia, leggo e scrivo. Frequento il commercio equo e solidale, un ottimo e concreto modo per non essere complice di disuguaglianza e sfruttamento, di sostenere l’economia reale e essere un consumatore consapevole. Sono un credente incredulo, nell'ordine, di Gesù, del Modena e dell'Inter, dell'amore e della gioia di giocare insieme, a qualsiasi età Osservo e ripenso alle cose che succedono, ci vivo dentro e, a volte, ci scrivo.

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