Alla ricerca di piccoli capolavori di tipografia urbana

Opere d’arte dove non te l’aspetteresti. Piccoli capolavori di tipografia urbana come perle sparse all’interno del tessuto delle città. Per vederle non si deve pagare un biglietto: basta, di tanto in tanto, alzare lo sguardo con lo stupore e la voglia di esplorare che hanno i bambini. E ci si renderà conto di meraviglie spesso ignorate, incastonate fra architravi o all’interno di lunette, talvolta impreziosite da un sottile strato di foglia d’oro, il più delle volte sbiadite o graffiate. Stiamo parlando di insegne. La particolarità di questi caratteri tipografici risiede nella loro eclettica varietà: difficile, se non impossibile, scovarne due identiche. L’unica cosa che le accomuna è il fatto che sono frutto di esperienza, creatività e perizia tecnica di grandi artigiani. Dal 27 maggio di quest’anno Francesco Ceccarelli e Lia Roncaglia – rispettivamente presidente e graphic designer di Bunker – gestiscono la pagina Facebook “Lettering da Modena”, un variopinto luogo virtuale dove catalogare, mostrare e mappare le insegne più interessanti di Modena. Il loro impegno s’inscrive in un progetto ad ampio respiro che raccoglie le esperienze di varie città italiane – Lettering da, appunto – ideato da Silvia Virgillo. Una nuova prospettiva, da cui ammirare la città.

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Vi chiederei innanzitutto com’è nato il progetto “Lettering da Modena”. È sorto in concomitanza della nuova edizione del libro L’Italia insegna di James Clough?
F: In un certo senso mi stai chiedendo se sia nato prima l’uovo o la gallina [sorride]. In quanto soci e art director di Lazy Dog Press, abbiamo avuto l’occasione di progettare il libro che indaga oltre vent’anni di ricerca di James. Lui ama tutto ciò che noi italiani generalmente critichiamo: il fatto che, per esempio, non ci sia un’immagine coordinata all’interno delle città italiane per James è motivo di profondo interesse. Anche perché nel Regno Unito i caratteri tipografici utilizzati per insegne o steli commemorative sono praticamente tutti identici. Dalla follia italiana si generano la genialità e la varietà in diversi campi, non solo quello del lettering.

Il fatto che poi voi abbiate iniziato a seguire il progetto “Lettering da Modena”, ora anche su Facebook, è stato una diretta conseguenza della pubblicazione del libro di Clough?
L: È stata una fortunata concomitanza di eventi. Silvia Virgillo è colei che ha ideato e creato il progetto “Lettering da”, che è il collettore delle varie esperienze di lettering sparse sul territorio nazionale. Questo progetto nasce a Torino, in modo assolutamente spontaneo.
F: Esatto: noi stavamo lavorando al libro, Silvia aveva dato il la al suo progetto, l’attenzione alle insegne andava crescendo indipendentemente da noi e così sono nate le varie pagine Facebook. Chiedere la licenza di aprire “Lettering da Modena” è stata una naturale conseguenza. Oltre a queste pagine, fra l’altro, ne stanno nascendo tante altre.

Vedo che sulla pagina Facebook state seguendo regole editoriali ben precise: ogni foto pubblicata viene accompagnata a un testo estremamente ‘essenziale’: il simbolo # (l’hashtag) e una numerazione progressiva. Il focus è dunque sull’immagine.
L: L’idea è quella di costruire un archivio digitale capace anche di mappare la posizione di queste insegne: numerare le immagini e dare loro una collocazione geografica all’interno della trama urbana. Questo è il nostro obiettivo.
F: Una volta esaurite le insegne all’interno della cerchia urbana, potremo anche allargare il raggio d’azione alla provincia. Per ora, ci focalizziamo su Modena. Da typo-nerd quali siamo, di alcune insegne particolarmente interessanti estrapoliamo il tracciato vettoriale in modo da averne una ricostruzione grafica che potrà poi essere utilizzata per progetti futuri, quali pubblicazioni o mostre.

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Trovo anche molto interessante il fatto che in questo modo si conserva la memoria di queste insegne, grazie al social più utilizzato al mondo: Facebook. Mettiamo che una di queste insegne storiche venga eliminata da una nuova – e poco assennata – gestione: voi ne avreste lo schema grafico, lo scheletro. Volendo, potrebbe essere anche riprodotta. Un po’ come essere in possesso della pianta di un edificio demolito…
F: Esattamente. Sul sito abbiamo messo le fotografie di poco più di una dozzina di insegne, di cui una già non esiste più: una splendida insegna composta da lettere geometriche annidate sotto i portici accanto a piazza Mazzini. Ora non ne resta che l’ombra sull’intonaco. Perché avviene questo? James direbbe che manca la coscienza del valore di questi ‘oggetti’. A meno che non siano incastonate nell’edificio, è complicato conservarle…
L: Come quella del cinema Splendor: essendo parte dell’architettura, è stata restaurata assieme all’edificio.
F: In Canalchiaro, invece, ci sono insegne che sono state mantenute: una di queste è il ‘memoriale’ di una macelleria che non esiste più.

Il mattone tende ad avere un valore diverso rispetto al neon, purtroppo.
F: A Milano ci sono negozi che vendono solo insegne storiche.
L: È chiaro che sta nascendo una moda attorno alle insegne di un tempo, sì.

Leggi anche: Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali.

È già capitato che qualcuno vi ringraziasse per aver pubblicato la sua insegna?
F: Con la nascita di “Robinson”, l’inserto domenicale di “Repubblica”, James cura una sezione dedicata proprio alle insegne non contenute nel libro. Noi gli abbiamo inviato, fra le tante, la fotografia dell’insegna della torrefazione storica a pochi passi dal mercato Albinelli: la proprietaria è stata contentissima di vedere la propria insegna lì, immortalata sulla pagina di un giornale, esposta con orgoglio in vetrina assieme ai liquori e altre goloserie.
L: È già capitato che qualcuno ci scrivesse per mandarci le fotografie di alcune insegne.

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Questa esperienza costringe le persone ad alzare lo sguardo, non restando chine sullo smartphone.
F: Sì, è un invito a guardare altrove. Ora parliamo di insegne, ma la tipografia della città riguarda anche altri dettagli urbani: dai tombini alle iscrizioni.

Qual è il discrimine fra l’insegna da fotografare e quella che non ha un intrinseco valore storico?
L: Alcune sono falsi storici, quindi rifacimenti che vogliono scimmiottare qualcosa di storico. Sono citazioni, possono avere un legame interessante col passato, però le tecniche sono diverse.
F: Devono essere artigianali, fatte a mano. Un’insegna realizzata col prespaziato non ha lo stesso valore. Lo stesso discorso può essere fatta per un’insegna stampata sul plexiglas e retroilluminata. Una al neon invece è molto più interessante: la sagomatura del neon è un’arte che sta sparendo. Le insegne che possiedono un valore artistico sono state pensate, progettate e realizzate. Nel libro L’Italia insegna si parla inoltre degli ultimi due pittori di insegne: uno romano e l’altro genovese. Ma le tematiche legate al lettering urbano, per fortuna, stanno ispirando tanti giovani convinti nel riprendere in mano questo antico mestiere. Questo tema ci è molto caro.
L: C’è un forte ritorno all’artigianato, si sta dando nuovo valore al “fatto a mano”.

Qual è per voi l’insegna più bella?
L: Quella di Telesforo Fini: è ricchissima e davvero ben conservata.
F: Un’altra cosa interessante è trovare in basso a destra o a sinistra di un’insegna – come quella di Fini o quella della Torrefazione Caffè – la firma della vetreria che la realizzò. Si tratta di un elemento storico molto interessante. Alcune di queste vetrerie esistono ancora, fra l’altro.

Vi è mai capitato di girare l’angolo e trovare un’insegna che ancora non conoscevate?
In Corso Canalchiaro, poco prima di Piazzale San Francesco, hanno tolto qualche mese fa la copertura della lunetta di un negozio. Con mio grande stupore è comparsa l’iscrizione su vetro “Barbiere”. A breve la fotograferemo. Il lato interessante è che è comparsa così, per caso. Come un reperto archeologico.

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