Il fu Quintino Fanucci, colui che lo si crede

Quintino Fanucci era un incisore e acquafortista marchigiano emigrato in America e se l’erano dimenticato tutti. Da Fermignano, piccolo paese nelle Marche, era sbarcato oltreoceano, insieme a tanti altri, negli assolati campi di cotone del Mississippi. Esiste anche una pagina Wikipedia dedicata a lui, grazie a un gruppo di ragazzi che lo ha riscoperto, gli ha dedicato una pagina Facebook, una mostra, un progetto intitolato “Fermignano-Greenville”. Così si chiamava la contea dove Quintino Fanucci lavorava, in America insieme ad altri mille di cui si è persa la memoria. Il tempo, si sa, è un acido che corrode lo smalto luminoso del passato. Ma oggi, la rete mette a disposizione tutti gli strumenti che servono per ricostruirlo. È quello di cui si sono serviti Veronica Gardinali, Marco Tomassoli, Michela Zotti e Mario Makhoul, un gruppo di studenti dell’ISIA di Urbino, l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche. “Il nostro progetto era inserito nel quadro più ampio di una mostra nel Comune di Fermignano: – spiega Veronica Gardinali, ex studentessa modenese del Venturi e ora tra i venticinque ammessi ogni anno all’ISIA – si intitolava Telmèz, che nel dialetto del luogo significa ‘al centro dell’attenzione’. Sottotitolo: Purché se ne parli”.

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Jonathan Pierini, che insegna Tecniche della Produzione Grafica all’ISIA e si occupa della parte grafica del Comune di Fermignano, ha organizzato la mostra dividendo i suoi studenti in gruppi. “Il tema – spiega Veronica – era l’essere celebre, naturalmente legato al luogo: c’è chi si è occupato di architettura, chi di famosi locali del passato fermignanese ora fuori uso, chi di personaggi del luogo alla ricorsa della fama televisiva a tutti i costi: c’era la storia di un ragazzo di Fermignano che partecipa a tutti i talent show possibili e immaginabili pur di diventare famoso”. Il progetto del gruppo di cui fa parte Veronica, invece, era intitolato “Fermignano-Greenville”, ed era dedicato alla figura dimenticata di Quintino Fanucci, nato a Fermignano nel 1903 e morto a Greenville nel 1954. Perfetto, Quintino Fanucci, col suo nome così da “postcard from Italy”, per cavalcare la retorica, quasi trita ormai, delle eccellenze italiane di stampo renziano. E infatti, Quintino ha entusiasmato tutti. Ci hanno creduto tutti. Anche se Quintino Fanucci, in realtà, non esiste e non è mai esistito. Le incisioni spacciate per sue sono di Luigi Bertolini, incisore marchigiano realmente esistito e anche considerevolmente famoso. Eppure…

Il progetto “Fermignano-Greenville” ha dimostrato come la verità, ai tempi delle retoriche, degli entusiasmi emozionali diffusi a macchia d’olio sulla superficie sempre inclinata dei social network, la verità dicevo, è “colei che la si crede”. Il primo link che trovate su internet non è il più vero, ma il più cliccato. Se una cosa è su Wikipedia, non è detto che sia esatta, anche se esistono verifiche, controlli e un’invisibile squadra di nerd a gestire quel mezzo meraviglioso.  “Fermignano-Greenville”, insomma, è stato un esperimento. Ideato, costruito, guidato e compiuto interamente con mezzi digitali. A dirla tutta, come ci ha spiegato Veronica, gli indizi per capirlo c’erano tutti. Perché la verità esiste anche ai tempi liquidi delle piattaforme digitali, per chi ha voglia di approfondire, di andare fino in fondo. Così è nato il progetto, che ha calcato la mano sulla linea sottile che divide fiction e realtà nel mondo digitale. “Concentrandosi sull’iter che eleva un soggetto qualunque allo status di uomo illustre, – ha spiegato Veronica – l’obiettivo è stato quello di verificare se la fama digitale ha un effettivo contrappeso sulla notorietà reale”.

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Su internet, insomma, si diventa famosi anche quando si è inesistenti. Come Luther Blissett, personaggio fittizio dietro cui si nascondeva un gruppo di artisti (e da cui è nato anche il collettivo Wu Ming). Come Santiago Swallow, celebre e avvenente pensatore dei tempi social del tutto inesistente. Ma inesistente con una raffinatezza tale da aggirare anche i controlli di Wikipedia. Fin qui, come vedremo, Quintino non ci sarebbe arrivato, non fosse stato per un contributo di un ragazzo dell’entourage di Wikipedia che ha deciso di dare il tocco finale all’esperimento già galoppante e pieno di followers del fu Quintino Fanucci. Esperimento svoltosi interamente su internet, dal nulla alla fama, come segue.

Passo primo: creazione del nome. Esiste un sito, Fake Name Generator, dove basta inserire sesso e nazionalità. Un secondo dopo, appare una dettagliatissima identità, con tanto di nome, cognome, indirizzo, segno zodiacale, numero di documento, colore preferito, dettagli della carta di credito, mestiere, descrizione fisica, eccetera. Ovviamente, per quanto riguarda Quintino ci si è serviti solo del nome.

Passo secondo: la storia. “Sapevamo che negli anni Venti e Trenta le Marche avevano assistito a una massiccia emigrazione negli States”, spiega Veronica. Esiste un altro sito, Liberty Ellis Foundation, dove sono digitalizzati tutti i registri con i nomi di chi è sbarcato negli Stati Uniti (Ellis Island e il porto di New York) tra il 1892 e il 1957. “Quintino non c’era – dice Veronica – ma era pieno di Fanucci”.

Passo terzo: la piattaforma del social network. Una volta creata un’identità e una storia, si è trattato di capire se, come, in quanto tempo, e perché Quintino Fanucci potesse diventare famoso. Lo è diventato, in pochissimo tempo. È bastato rivolgersi alla giusta fascia di utenza, saper giocare un po’ con le logiche che governano i social network. Sono bastati pochi euro e qualche post ben studiato.

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“Abbiamo creato un profilo Gmail, poi un profilo Facebook, – spiega Veronica – e abbiamo stabilito quale dovesse essere la fascia d’utenza che ci interessava: tra i quaranta e i cinquant’anni, quelli che usano i social network senza conoscerli proprio fino in fondo”. I potenziali creduloni, insomma, anche se la mostra ha rivelato che creduloni sono stati anche i più giovani. E che l’unico a voler approfondire la questione, sin quasi a scoprire che Quintino Fanucci non è mai esistito, è stato un signore abbondantemente oltre la sessantina. “Quando sponsorizzi un profilo – ha spiegato Veronica – scegli anche le aree d’interesse del pubblico cui ti rivolgi: abbiamo inserito parole chiave come arte, acquaforte, Marche, Fermignano, incisioni”.

Eppure, tra i marchigiani di mezza età interessati all’acquaforte e alle incisioni, nessuno ha riconosciuto i disegni di Luigi Bertolini. “Abbiamo scelto di proposito un artista relativamente famoso proprio in quelle zone, e i segnali per capire che le immagini erano false c’erano tutti: erano tagliate, decentrate, fotografate insieme a pezzi di schermo del computer”. La rete, infatti, permette anche di svelarla, la verità: “Google immagini avrebbe immediatamente riconosciuto le opere di Bertolini, se le avessimo inserite complete e pulite e qualcuno avesse voluto verificare”. I like aumentano, arriva anche quello del sindaco, probabilmente informato dell’esperimento. Facebook propone agli amministratori di promuovere ulteriormente la pagina a un passo dai 500 like.

“La gestione della pagina è stato il capitolo più interessante: – dice Veronica – dopo il primo post, che consisteva in una sorta di dichiarazione d’intenti – anch’essa retoricamente studiata, recitava ‘la nostra è una sfida aperta alla storiografia, nell’intento comune di riscoprire e avvalorare la produzione artistica del Fanucci’ – abbiamo avuto modo di giocare con vere e proprie strategie”. Pubblicando, ad esempio, post in cui si colpiva l’ego dei locali con un “avete dimenticato Fanucci!” non troppo tra le righe. Scoprendo che fotografie o immagini antiche di luoghi esistenti fanno fioccare decine e decine di like. “Si chiamano post emozionali, quelli che rispondono al Social Engagement Emozionale e suscitano immediatamente la partecipazione dell’utente: è roba che gli esperti studiano e conoscono meglio di noi, che noi abbiamo sperimentato”. E ha funzionato: il record di mi piace è toccato a una foto in bianco e nero della filanda di Fermignano, dove Quintino avrebbe lavorato. Oltre ai like, i commenti di chi ricorda parenti impiegati alla filanda nel passato, di chi rispondendo ai commenti cerca di riallacciare reti comuni di conoscenza partendo proprio da quella foto.

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E Quintino, catalizzatore di passati comuni e orgoglio culturale locale, viene man mano raccontato nella sua pagina Facebook. Modello morale, anche, quando declinando la proposta del Sindacato Fascista delle Belle Arti rifiuta di porre la sua arte al servizio della propaganda, memore degli ideali socialisti della sua famiglia e influenzato dalle lotte operaie del Biennio Rosso. Così arriva l’emigrazione di Quintino, incorniciata dal quadro storico di una realmente avvenuta grande migrazione marchigiana negli States. Migrazione che si riflette anche nel suo stile: quella di Fanucci è una storia umana e artistica, che tutti seguono con estremo interesse. Viene notato anche in America, quando il proprietario di una piantagione e appassionato d’arte lo presenta alla Mississippi Art Association. Anche questa esiste davvero, e contribuisce a costruire una storia cui è difficile non credere.

Sarebbe risultato persino un po’ complottista, in fondo, andare a verificare se quelle immagini erano davvero di Quintino Fanucci, andare a verificare sui registri digitalizzati di New York se davvero un certo Quintino Fanucci era sbarcato da quelle parti. Una di quelle manie da insopportabili “loro vogliono farci credere”. Loro chi? E vogliono perché? Beh, in questo caso, un gruppo di studenti. Per vedere fino a che punto la rete ha rimescolato, pasticciato e ridefinito i contorni dei nostri punti fermi. Come quello del confine tra vero e falso. Eppure, non riesco a cadere in un altro ritornello trito e ritrito come quello dell’”ormai oggi”. Ormai oggi non esiste più nulla di vero, ormai oggi con la rete puoi fare tutto, ormai oggi ogni imbecille può dire la sua e raggiungere una piattaforma d’imbecilli ancora più grande. Tutto vero, tutto vero. Ma la cosa non riesce a non affascinarmi. Fino a quando è ancora possibile scoprire cosa è vero e cosa no, non è il caso di allarmarsi. Piuttosto, tutto questo ha saldato ancora di più il legame tra vero e profondo. Per sapere cosa è vero, sei obbligato a essere più vigile, ad andare più a fondo.
Più tutto è falso, più il vero si radicalizza, e va cercato.

Ci sono voluti 9 euro per far diventare famoso Quintino Fanucci, con un totale di quattro post sponsorizzati e oculatamente studiati in quanto a retorica e contenuti. Basta conoscere un po’ i social network, sapere che se vuoi promuovere un contenuto a Fermignano la tua pagina va sponsorizzata su “Sei di Fermignano se…”. Piccoli accorgimenti. Il tocco finale è arrivato con Wikipedia, però. “E’ arrivata la notizia del nostro progetto a un ragazzo che ci lavora: – ha spiegato Veronica – la sua ragazza era di Fermignano e l’aveva informato dell’esperimento”. Ecco, qui il gioco sarebbe finito. All’apertura di una pagina Wikipedia, il sistema ha subito attivato i verificatori, che hanno prontamente scritto all’autore chiedendo ragione della pagina. Eppure, il progetto ha convinto anche loro: la chiusura della pagina è stata rinviata fino alla mostra che il gruppo stava organizzando. Obiettivo: spiegare tutto, svelare il segreto.

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È stato creato e condiviso l’evento su Facebook: la mostra su Quintino Fanucci alla Sala Bramante del Comune di Fermignano. Mercoledì 21 dicembre, alle 17, nella sala del Comune la mostra era tutta lì: un cartello stradale indicante viale Quintino Fanucci, e un fascicolone enorme appoggiato di fianco. Io sono colei che mi si scopre, se si vuole.
Nel faldone, tutta la storia. Da Fake Name Generator alla pagina Wikipedia. “Viale Quintino Fanucci è davvero uno dei nostri obiettivi: – spiega Veronica – abbiamo iniziato le pratiche per farlo, sarebbe rivoluzionario”. Ma ci vuole un motivo di interesse pubblico. “Crediamo che questo processo lo sia, e sia rappresentativo di un nuovo ordine di idee che caratterizza fortemente il nostro tempo: – continua Veronica – mai in passato ci si è posti il problema del confine tra vero e falso in questo modo”.

I social network e la rete, comunque la si metta, hanno completamente ridefinito il mondo attuale. E Quintino Fanucci è un paradigma di tutto ciò che quest’universo comporta. Il faldone di fianco al cartello, insomma, ha documentato tutti i passaggi dell’iter che ha portato Fanucci alla celebrità. “Quando abbiamo detto che Quintino non è mai esistito – racconta Veronica – la risposta è stata un brusio incerto”. Solo uno ha preso la parola per dire che, in effetti, qualcosa non quadrava. Il vecchio del paese, la memoria storica di Fermignano che conosce tutti e le storie di tutti. Quella specie di collante che tiene insieme le comunità, insomma. Era andato all’anagrafe per chiedere conferma dell’esistenza di questo Quintino Fanucci di cui lui, stranamente, non sapeva nulla. All’anagrafe, per far funzionare tutto fino in fondo, hanno temporeggiato con qualche scusa burocratica. Così il signore è arrivato alla mostra e ridendo forte ha raccontato a tutti, senza manco sapere cos’è un social, che il social è solo una rappresentazione.

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