I lavoratori freelance sono alieni. Anzi, no.

Il lavoratore freelance non fa notizia, fa più notizia il pensionato. Ma intanto con i soldi della Gestione Separata si stanno pagando tutte le pensioni baby per ripianare i debiti INPDAP. Se le persone che hanno smesso di lavorare presto prendono la pensione è perché i lavoratori autonomi versano.”

Sono le parole di Irene Bortolotti, referente per l’Emilia-Romagna di ACTA, l’associazione italiana dei freelance. Si tratta di una forza-lavoro ormai ben presente, lavoratori autonomi non iscritti a ordini professionali che svolgono la loro professione con regolare partita IVA, pagando le tasse e versando i contributi previdenziali alla Gestione Separata dell’INPS. Non imprenditori, né dipendenti, né tanto meno commercianti, artigiani o professionisti ordinisti.

Irene Bortolotti
Irene Bortolotti

“Quelli con cui abbiamo avuto contatti noi – spiega Irene Bortolotti – lavorano soprattutto nel settore digitale, nel web, nell’intelligenza artificiale, nelle traduzioni e nell’interpretariato, ma anche nel settore creativo quindi fotografi, illustratori, disegnatori, o nel campo editoriale.” Ma non è tutto, ci sono anche professioni più “tradizionali” come la guida turistica o il tour leader, e professioni nuove ma non necessariamente digitali, come il mediatore culturale che non ha neanche un codice ATECO chiaro di riferimento.

Un esercito vario, insomma, la cui portata è difficile da stimare con precisione, spesso viziata dal problema delle “false partite iva” e da pregiudizi strutturali più o meno radicati. “Gli approcci al lavoro freelance sono i più disparati. – Racconta Irene Bortolotti– Abbiamo persone di tutte le età. C’è chi ha fatto questa scelta da tempo, chi invece è uscito da un’azienda e si è creato un’alternativa mettendo a frutto la sua professionalità. I giovani sono i meno preparati a questa condizione, pochi vengono da un contesto famigliare con esperienza di lavoro autonomo. Danno per scontato che la sicurezza del lavoro a tempo indeterminato non ci sia più, e alcuni lo accettano volentieri vedendo il lavoro impiegatizio come un ripiegarsi su se stessi.”

Quello che pochi sanno di questa situazione, è che sta prendendo forma lo Statuto dei Lavoratori Autonomi: un secondo Jobs Act a cui è stata riservata ben poca attenzione rispetto al discusso “parente” per i lavoratori dipendenti. Eppure lo Statuto dei Lavoratori Autonomi parla di diritti, in alcuni casi per la prima volta. È stato proposto dal Governo al Senato, dove ha già fatto il primo passaggio nel burrascoso periodo del referendum costituzionale. “Non era neanche scontato che con il cambio del Governo l’iter sarebbe continuato. – Continua Irene Bortolotti -. La legge sarebbe potuta finire in un cassetto come tante altre.”

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

Irene, come mai il lavoro autonomo viene spesso considerato solo come condizione precaria giovanile?
Perché abbiamo una classe dirigente politica e amministrativa in parte culturalmente vecchia, con un’idea novecentesca del lavoro. Vede questi nuovi sviluppi e non riesce a capirli, quindi è facile mettere etichette. Ormai le professioni diventano sempre più sfumate, il lavoro è più fluido e diversificato, mentre nel ‘900 era tutto più semplice da incasellare, tutto molto più netto. L’idea di imparare un lavoro entro i primi 25 anni della propria vita e poi continuare a farlo fino alla pensione è un concetto superato. La società sta cambiando velocemente e continuamente. In certi contesti questo è acquisito, ma è difficile da capire per chi sta nelle stanze dei bottoni.

A cosa porta questa difficoltà di comprensione?
Porta a compiere errori in scelte che riguardano grosse quantità di persone. Molti errori a livello istituzionale sono fatti perché non si è capita a fondo la problematica. È più facile parlare di diritti e doveri in termini astratti, ma nel concreto bisogna fare uno sforzo considerevole. A livello di ricerca universitaria in Italia ci sono pochi giuslavoristi, tutti concentrati sul lavoro industriale, non in un contesto fluido. In più, avendo una classe politica che non è preparata su queste cose, si permette a chi vuole fare un lavoro di lobbying di insinuarsi e cercare di far passare determinate norme. Sta succedendo adesso con lo Statuto del Lavoro Autonomo.

Che cosa sta succedendo?
Il testo proposto al Senato dal Governo andava abbastanza bene. È sopravvissuto al passaggio del Senato, adesso è in Commissione Lavoro alla Camera e sono stati proposti molti emendamenti. Alcuni tirano l’acqua al mulino di specifici interessi di associazioni e categorie, volendo vincolare i diritti che i freelance potrebbero ottenere sul fronte della copertura sanitaria all’adesione ad associazioni che rientrano nella L. 4/2013. Sarebbe come dire che un dipendente ha diritto alla malattia o maternità solo se è iscritto a un sindacato. Non è costituzionale, stiamo parlando dei diritti della persona sanciti dalla Costituzione: il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Si può dire che l’aver pensato a uno statuto dei lavoratori autonomi sia comunque l’inizio di una presa di coscienza anche nelle stanze dei bottoni? 
È stato importante, nell’ultimo anno e mezzo si è cominciato a ragionare sui problemi dei lavoratori autonomi. Prima di tutto viene risolto un equivoco, riconoscendo che i freelance sono lavoratori e non imprenditori, i quali hanno alle spalle un certo tipo di struttura, dei dipendenti, dei locali. Poi, il diritto alla maternità e alla copertura sanitaria in caso di malattia grave. In questo momento non è riconosciuta la malattia se non per il periodo di ricovero in ospedale. L’unica battaglia davvero vinta, passata definitivamente con l’ultima Legge di Stabilità, è stata l’aliquota della Gestione Separata al 25%. Tutti parlano degli esodati, ma nessuno si è accorto che la legge Fornero avrebbe portato i contributi dei freelance al 33%.

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

C’è anche un altro equivoco, ossia il freelance che viene considerato un evasore: come mai?
Il lavoratore autonomo con cui l’uomo della strada ha a che fare normalmente è l’idraulico, l’elettricista o il medico privato. Chi lavora con il privato ha possibilità di evadere, e alcuni l’hanno fatto per anni, ma gran parte delle partite IVA non ha rapporto con il privato. Uno che fa i siti web non li fa per il pensionato. Uno che fa le traduzioni non le fa per la casalinga. È facile per i sindacati fare slogan e dire che si va avanti con le tasse dei dipendenti, ma i freelance lavorano per aziende o Università, soggetti interessati ad avere la fattura. Se un lavoratore autonomo versa in un certo anno meno tasse, in linea di massima è perché guadagna meno di un dipendente. Per i più giovani che vengono al nostro sportello siamo nell’ordine di 10.000-11.000 euro l’anno, meno di molti dipendenti part-time.

E il problema delle “false partite Iva”, il lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo?
Sicuramente c’è una quota forzata. Lo Stato non è esente da questo: Province, enti, o Università che non possono dare borse di studio o assegni di ricerca ingaggiano così. È molto difficile delimitare questa quota ed è molto facile dire che questi sono solo precari che un giorno vorrebbero qualcos’altro. Nemmeno Istat è capace di fare un distinguo.

Per finire, come possiamo dire dell’Emilia-Romagna su questo tema? 
L’Emilia-Romagna è indietro. Come regione con potere legislativo, per esempio, non si è adeguata alle normative europee sui bandi. Questi dicono chiaramente che anche i freelance possono accedere ai bandi europei, ma in Emilia-Romagna – come in molte regioni – non si può, mentre in Lombardia e in Toscana sì. Ci si aspetterebbe che in una regione come la nostra, considerata un modello per molti aspetti, ci fosse più sensibilità su certi temi. L’Assemblea regionale ha commissionato all’Università di Bologna una ricerca sui lavoratori autonomi, forse se ne stanno rendendo conto e vogliono cominciare a capirci qualcosa.

Il giorno dopo l’intervista, Acta ha pubblicato un punto della situazione aggiornato circa i 300 emendamenti presentati allo Statuto dei Lavoratori Autonomi, sottolineando come in mezzo alle citate proposte corporative vi siano anche “piacevoli sorprese” quali un contrasto al calo dei compensi e ulteriori tutele in caso di forte riduzione del reddito. Forse misure non facilmente attuabili da subito, ma uno spiraglio aperto…: eppur si muove?

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