I due volti della tratta del sesso

I due volti della tratta del sesso

Non solo in strada ma anche in appartamenti e centri massaggi: sono gli altri volti della prostituzione a Modena. Il progetto Oltre la strada-oltre lo sfruttamento interviene con i suoi operatori per cercare le donne ridotte in schiavitù. Ma non tutte riescono a chiedere aiuto. Secondo di tre pezzi sul tema della tratta nella nostra città.

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“Andiamo sia in strada che al chiuso, per rintracciare anche la prostituzione invisibile. Stimiamo, per difetto, circa 120 donne in provincia tra appartamenti e centri massaggi. Il doppio rispetto alle ragazze che stanno per le strade”. Da qualche anno a questa parte, probabilmente a seguito di una maggior repressione di quella visibile, la compravendita del sesso è arrivata nelle case: più nascosta, ma non meno diffusa.

Quando si parla di prevenzione e contrasto del fenomeno della tratta e del grave sfruttamento, a Modena, si parla dunque di un’attività molto più complessa del semplice monitoraggio degli assi viari ormai famosi per la presenza delle prostitute. Il Comune è titolare del progetto, istituito nell’ambito del programma regionale “Oltre la strada-oltre lo sfruttamento“, e volto a intercettare le vittime di grave sfruttamento, riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani. Oltre alla prostituzione, ci sono infatti lavoro forzato, accattonaggio, matrimoni forzati e altre attività illegali (ma delle molte facce della tratta parleremo un’altra volta). “Per quanto riguarda la prostituzione, da vent’anni svolgiamo un intervento a bassa soglia di monitoraggio, riduzione del danno e prevenzione sanitaria”, chiarisce il coordinatore del progetto Franco Boldini.

Accanto all’unità di strada, indispensabile è la rete che accanto al Centro stranieri vede la presenza di Servizio Minori, Centro Antiviolenza e Associazione Marta e Maria in un tavolo di lavoro che mira ad accompagnare chi, dopo il primo incontro, accede al servizio di sportello o trova il coraggio di chiedere aiuto. Nel 2016 sono state viste dagli operatori circa 180-190 persone, per un terzo di esse è stato possibile attivare un programma di protezione, nell’ambito dell’inquadramento normativo offerto dall’articolo 18 del decreto legislativo 286/1998 (Testo Unico sull’immigrazione). Al servizio di sportello del Comune presso il Centro stranieri si contano tra i 120 e i 140 gli accessi ogni anno, come punto di arrivo di un percorso che per gli operatori comincia molto prima, nell’obiettivo di capire dove sono le donne, e dove si nascondono quando non sono sulla strada.

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Monitorare gli annunci su siti e giornali, contattare i numeri di telefono per mezzo di mediatori culturali, entrare nei forum dei clienti – con tanto di valutazioni tecniche sulle prestazioni –, osservare l’evolversi della prostituzione maschile: sono queste le azioni “sperimentali” con le quali si cerca di rincorrere un fenomeno che, per l’incredibile redditività – nel mondo è la terza industria illegale per fatturato: si stima che i trafficanti di persone guadagnino oltre 150 miliardi di dollari ogni anno –, sembra essere sempre un passo avanti. Con le dovute distinzioni, precisa il responsabile: “non dobbiamo dimenticare che negli stessi ambiti esistono forme e condizioni differenti per le persone che si prostituiscono, in strada e al chiuso. Si va da situazioni di gravissimo sfruttamento alla libera scelta. Non si può attribuire un’unica etichetta a un panorama molto eterogeneo”.

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Qualcuno diceva di occuparsi prima di tutte le schiave, poi di vedere quante ne rimangono, e noi sulle schiave vogliamo concentrarci: “Il fenomeno della tratta delle ragazze nigeriane è reale ed attualissimo – conferma Boldini – e interessa la metà o forse più delle donne incontrate, con due terzi di esse che sono costrette a farlo sulla strada”. E il trend della prostituzione è in crescita: “nel periodo 2005-2009 vedevamo circa 70-90 donne al giorno, negli anni 2010-2012 la stima era tra le 80 e le 100. In quegli anni fu smantellata dalle forze dell’ordine un’organizzazione che portava sul territorio prostitute dall’Ungheria. Poi, dopo una decrescita nel triennio 2013-2015, forse dovuta al maggior presidio del territorio e alla modifica dei flussi migratori, dal 2016 a questa parte il fenomeno è di nuovo in aumento, soprattutto per la presenza delle nigeriane”. Fino al 2015 queste si equivalevano alle prostitute dell’Est; oggi sono il triplo delle rumene, con un’alta presenza di minorenni. Niente più che una stima, perché la storia che raccontano, ben istruite dai loro aguzzini, è sempre la stessa: hanno tutte 18, 21, 23 anni. Ne incontri una, ci parli, e il giorno dopo ce n’è già un’altra: ne sono sbarcate quasi seimila nel 2015 (il flusso di profughi da quel paese è aumentato del 300%), e a garantire il turnover ci pensano le organizzazione criminali – persino in Italia secondo il Ministero dell’interno la tratta è la terza fonte di reddito dopo il traffico di armi e droga – attraverso le loro “madame” e ora anche diversi uomini (novità degli ultimi tempi).

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Su Modena i risultati ci sono, ma è ovvio che non sia mai abbastanza: gli stessi operatori e volontari delle associazioni coinvolte chiedono che si prenda in mano decisamente la questione. Nei primi anni duemila il progetto era all’apice, si lavorava molto insieme. Nel tempo si modificano le dinamiche della prostituzione e dunque gli ordini dati sul tipo di intervento da effettuare, lo stile di lavoro, le stesse associazioni ed i loro referenti cambiano per cui occorre grande impegno per continuare ad avanzare. Ci si divide sulle priorità, sulle visioni del fenomeno e sulle prospettive da attuare, ma sull’esigenza di intervenire per arrestarlo l’opinione è unanime. “Ci siamo confrontati con le forze dell’ordine, che parallelamente svolgono un’intensa attività investigativa, per andare alla radice. Serve oggi un monitoraggio più intenso delle dinamiche strutturali – conclude Boldini – accanto al coinvolgimento sempre più forte delle associazioni, del privato sociale; occorre investire in formazione, in figure professionali qualificate e mediatori culturali, intensificando l’attenzione su certe etnie; bisogna inoltre garantire sempre la continuità dell’intervento. Perché solo così queste donne possono arrivare a fidarsi di noi quando le incontriamo”.

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Vivo a Fossoli di Carpi con tre figli e un marito che mi sopportano da un bel po'. Sono giornalista pubblicista, collaboro a siti internet e progetti editoriali, e tra un pancione e l'altro ho fondato insieme a cinque amiche il Centro di aiuto alla vita di Carpi per sostenere le mamme in difficoltà. Anche se sono io la prima mamma in difficoltà...

2 COMMENTI

  1. A prescindere dai riti woodoo, in ambito di prostituzione tra soggetti maggiorenni, mi domando il motivo per il quale a cadere vittime della tratta di persone a sfondo sessuale debbano essere sempre le donne straniere, mentre quelle italiane ne debbano essere quasi esenti, sia in Italia, sia all’estero ed il motivo per il quale i marciapiedi del sesso a pagamento si svuotano durante le vacanze natalizie e pasquali, per non dire di osservare le stesse professioniste con uno smartphone in mano ed anche un’autovettura a disposizione. La risposta a tutto questo è quella che la schiavitù del sesso a pagamento non è molto diffusa.
    Sottolineo che quest’ultima è più facile trovarla al chiuso, dove si può tenere sotto controllo meglio le schiave in questione, rispetto alla strada.

  2. Grazie per il suo interessante commento. Lei stesso in ogni caso conferma che la schiavitù c’è e a me sembra che oggi questo sia intollerabile, anche se fosse una sola persona a Modena. A livello mondiale l’Onu stima che le vittime di tratta siano circa 21 milioni, per il 49% donne e il 33% minori. Il 53% è trafficato a scopo sessuale, per lo più donne e bambine. Che sia in strada o al chiuso, il problema c’è.

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