Gli alberi non hanno bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno degli alberi

“E’ un momento delicato per l’arboricoltura” mi dice Stefano Lorenzi. L’ho contattato per parlare di alberi e la sua affermazione immagino che dovrebbe sorprendermi. Delicato? Che succederà mai, nel mondo della cura degli alberi, tanto da rendere il momento delicato? “Il tree climbing e l’arboricoltura vivono in questi ultimi dieci anni una vera e propria esplosione” mi spiega Lorenzi. “Cosa che è di per sé positiva, ma come tutte le esplosioni va controllata per evitare danni”. Quali danni? E cos’è il tree climbing? Facciamo un passo indietro.

Perché arrampicarsi sugli alberi

Il tree climber si arrampica sugli alberi usando funi e imbragature, di solito con lo scopo di intervenire per curare le piante nel modo più efficace e meno invasivo possibile. Potare e tagliare rami, ma non solo. Diciamo che è un po’ il dottore degli alberi. “Il tree climbing è la tecnica sicuramente meno impattante a livello ambientale” mi spiega Lorenzi. “Non usa combustibili fossili, non inquina, non calpesta il terreno e le radici come invece fanno i grossi e pesanti macchinari”.

La giornata lavorativa degli arboricoltori-arrampicatori prevede spesso una prospettiva non comune, almeno per noi umani, e più vicina a quella di uccelli, ghiri, scoiattoli, insetti e tutti gli altri animali che vivono sugli alberi. “La prospettiva cambia completamente, soprattutto sugli alberi monumentali” dice Alberto Uguzzoni, tree climber che lavora nel modenese. “Quando si è al loro interno si ha la sensazione di essere in una piccola città. Ti fanno sentire davvero piccolo”.

tree climbing

Con l’obiettivo di disturbare il meno possibile, l’arboricoltore tree climber rispetta i tempi di nidificazione degli uccelli ed evita il momento della schiusa – o quantomeno dovrebbe – e cerca di rispettare gli spazi dei tanti animali che vivono in queste piccole città vegetali. “Al contrario di quello che si può pensare” continua Uguzzoni, “i ghiri e gli scoiattoli non hanno assolutamente paura. Anzi: i ghiri in modo particolare difendono in modo aggressivo il loro territorio e non è insolito essere inseguiti da loro”.

Da tecnica nata negli Usa, col tempo il tree climbing è diventato un tutt’uno con l’arboricoltura moderna, disciplina che deve molto alla figura del leggendario arboricoltore americano Alex Shigo, la cui filosofia si può riassumere in una sua frase “Per conoscere gli alberi bisogna toccarli”. Negli ultimi 30 anni questo nuovo approccio si è diffuso un po’ ovunque, Italia compresa, e oggi la figura dell’arboricoltore e arrampicatore di alberi è sempre più popolare. Domanda: forse anche un po’ troppo?

“In questo momento ritengo che, soprattutto in Italia, sia effettivamente diventata una moda” mi dice Andre Maroè del team di SuPerAlberi. “Soprattutto tra i giovani giardinieri che vedono in questa tecnica un facile investimento per fare un po’ di soldi. In 30 anni abbiamo creato troppi tree climber e pochissimi arboricoltori”.

Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani
Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani

Se vediamo l’arboricoltore come il dottore degli alberi, possiamo dire che in Italia ci sono tanti dottori senza una laurea in medicina, non iscritti all’ordine dei medici, che operano senza problemi. “Non tutti quelli che operano sugli alberi sono degli esperti, anzi. Non esiste un vero e proprio percorso formativo” continua Andrea Maroè, “per cui spesso i veri specialisti si trovano a doversi confrontare con pseudo esperti. Non ci faremmo mai operare da un appassionato di medicina, per quanto bravo possa essere. Penso che sceglieremmo sempre il chirurgo più conosciuto e più esperto. Anche se anche i più bravi possono sbagliare”.

Così si spiegano i viali di alberi orrendamente decapitati, i giardini comunali con potature insensate e dannose e altri esempi di interventi lasciati al caso e all’inesperienza. Il punto è che attualmente non esiste un preciso percorso formativo e una certificazione unica. E inoltre, come dimostrano certe discussioni anche tra arboricoltori esperti, a volte non si è d’accordo nemmeno sulle basi.

“I corsi in Italia sono vari e tutti forniscono le competenze per accedere e lavorare in sicurezza sugli alberi, ma non cosa fare o cosa non fare sugli alberi” mi spiega Alberto Uguzzoni. Dunque la situazione paradossale è che oggi è molto facile diventare un professionista dell’arrampicata sugli alberi, arrivare sopra, in cima, e magari non sapere esattamente cosa fare.

“E’ stato avviato un percorso di riconoscimento della figura professionale dell’arboricoltore presso il Ministero” dice Stefano Lorenzi. “In questo modo saranno necessari dei requisiti normati per poter operare sugli alberi”. Al momento una certificazione utile è quella di ETW (European Tree Worker) rilasciata dall’European Arboricoltural Council e in Italia promossa dalla Sia, Società Italiana di Arboricoltura. Ma, certificazioni a parte, come si diventa arboricoltori e tree climber?

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“Io ho iniziato ad arrampicare il ciliegio che mio padre, un noto vivaista dell’epoca, aveva piantato quando sono nato” mi racconta Andrea Maroè. “E ho continuato a salirci fino a che non l’albero non è morto. Forse per questo ho deciso di fare l’arboricoltore: per evitare che altri alberi morissero. Così mi sono laureato, mi sono specializzato in Italia e all’estero e sono oramai più di 30 anni che poto gli alberi, li curo, li studio, li cerco e li faccio conoscere”.

Farli conoscere per Maroè vuol dire anche condividere il suo lavoro: “Raccontare gli alberi, magari in maniera diversa, facendo intravedere gli aspetti tecnici ma anche le nostre aspettative o le nostre sensazioni, riteniamo che sia fondamentale perché passi sostanzialmente il messaggio che gli alberi sono esseri viventi, che c’erano molto prima di noi su questo pianeta e ci saranno molto dopo”.

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Anche per Stefano Lorenzi raccontare e condividere è fondamentale, soprattutto per far capire l’importanza degli alberi nel nostro mondo. E secondo lui bisogna cominciare già alle scuole elementari: “Quello che deve passare è una cultura vera e cosciente di cosa e’ un albero e di come rispettarlo. A mio avviso non hanno mai avuto senso gli ambientalisti estremisti che si incatenano ad un albero morto. E’ morto, punto. Investiamo le nostre forze per far si che chi e’ incaricato a gestirli lo faccia bene, impariamo che il prato fino a sotto al tronco non si può’ avere, impariamo che due foglie per terra non hanno mai ucciso nessuno, impariamo che nei parcheggi e’ meglio lasciar più’ spazio permeabile altrimenti gli alberi che di solito mettono muoiono dopo 3 anni, impariamo che l ombra e’ importante e che un albero alto se sano non è pericoloso.

Una maggiore consapevolezza porterebbe secondo Lorenzi anche a una maggiore responsabilità da parte dei cittadini, “perché sono tutti parte in causa: dovrebbero capire che gli alberi delle città sono di loro proprietà, dovrebbero formarsi ed informarsi e pretendere dai comuni maggiore competenza nella gestione, fin dall’impianto”.

In questo modo forse si eviterebbero le discutibili capitozzature (quando si taglia tutto, lasciando un orribile troncone) e più in generale tutto quello che può succedere quando si lascia una motosega in mano a chi non ha né le conoscenze né l’esperienza necessaria. Ma a proposito, perché dobbiamo potare gli alberi? Non hanno vissuto per milioni di anni senza che nessuno li potasse?

Chi potava gli alberi quando noi non c’eravamo?

“La potatura diviene necessaria e fondamentale semplicemente perché piantiamo gli alberi” risponde Andrea Maroè. “Gli alberi in città non crescono da soli, non sono mai nati da soli in viale o in un giardino. Una Araucaria o una Sequoia non si sognerebbero mai di attraversare l’oceano per crescere nei nostri climi”

La potatura dunque diventa un’operazione fondamentale per la convivenza tra alberi ed esseri umani, dato che ci ritroviamo a vivere negli stessi spazi. “L’uomo, fin dall’antichità, ha sempre trovato negli alberi rifugio, riparo, cibo, tutto ciò di cui aveva bisogno” ricorda Uguzzoni. “Cosa è cambiato allora? Sono cambiate le esigenze e quindi il comportamento dell’uomo nei confronti dell’ambiente e della terra stessa. Oggi gli alberi hanno un ruolo marginale nella nostra vita e quindi sono trattati marginalmente, spesso sono chiamato a intervenire su alberi che non hanno nessun problema, colpevoli di essere cresciuti nel posto sbagliato. Sbagliato per noi, in quanto abbiamo paura perché sono troppo grandi o troppo alti. Come se gli alberi dovessero rispondere e rispettare alle leggi degli uomini”.

“In un mondo perfetto gli alberi non hanno bisogno di noi” dice Lorenzi. “Se un ramo non gli serve lo seccano e lo perdono, se è troppo lungo si rompe col vento e cosi via. Ma abbiamo deciso di viverci accanto, dunque cerchiamo di addomesticarli come abbiamo fatto con gli animali”.

Così come è avvenuto con l’addomesticamento degli animali, l’esperienza serve ad evitare gli errori e a migliorare la convivenza. Il problema però è che gli alberi hanno tempi di risposta molto più lunghi di quelli di un animale: “Se a una mucca non do da bere dopo tre giorni muore. Se ad un albero asfalto le radici e non gli permetto di bere muore dopo cinque anni, forse”. Gli errori dunque non si vedono subito, e a volte non si vedono mai. Quello che la natura ha costruito in secoli, l’uomo può distruggerlo in pochi minuti convinto di fare una cosa giusta.

L’esperienza dunque è fondamentale, soprattutto per evitare errori che danneggiano alberi che spesso vivono da secoli e che vanno studiati e capiti a fondo prima di mettere mano alla sega. La moderna arboricoltura dovrebbe essere sempre più attenta a rispettare la fisiologia il suo naturale percorso di crescita di un albero, nel modo meno invasivo, tenendo conto di tutti i sistemi vitali che interagiscono con l’albero, come spiega ancora Lorenzi: “Ad esempio se c’è un ramo secco non pericoloso con le attività umane lo lasciamo, perché ricco di cibo per insetti utili o uccelli”.

“Gli alberi, i vegetali, costituiscono il 98% del mondo vivente di questo pianeta” dice Andrea Maroè. “Noi siamo una misera parte di quel 2% che è il mondo animale. E nella nostra enorme superbia pensiamo di dominare il pianeta, ma non è così. Senza di noi gli alberi hanno sempre vissuto e continueranno a vivere, mentre noi senza di loro non dureremmo neppure un giorno. Chi è più evoluto? Chi è più intelligente? Chi è più resiliente? Gli alberi sono i nostri antenati ancestrali. O impariamo da loro, a convivere con loro, o per noi non ci sarà futuro”.

Immagine di copertina in licenza CC: Tony Hall

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