Giro in quel buio che abbiamo dentro

Giro in quel buio che abbiamo dentro

Sandro Campani pubblica con Einaudi il suo ultimo romanzo,"Il giro del miele": due uomini, l'ignoto, un segreto. Il tutto incastonato tra le colline dell'Appennino modenese, dove la notte è buia e i silenzi spesso infiniti. Divagando qua e là fra simboli e ricordi - dalle misteriose inquadrature alla David Lynch fino al Condor, noto ritrovo "darkettone" cittadino - ci parla del suo ultimo libro. E di una sinuosissima lince.

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I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere ma dell’oscurità e del silenzio.
(Marcel Proust)

Sandro Campani – classe 1974, da Montefiorino – ama i capolavori di David Lynch e ha un legame fortissimo con le cose che abitano il paesaggio in cui viviamo. Molto spesso, l’incanto del suo fare letteratura avviene proprio nella minuziosa descrizione di un luogo, o di creature che come ombre popolano i boschi profumati di resina e rugiada: proprio da lì, dalle entità concrete, i personaggi – e di conseguenza il lettore – vengono proiettati in un altrove, che seduce e spaventa al tempo stesso. Dopo “E’ dolcissimo non appartenerti più” (2005), “Nel paese del Magnano” (2010) e “La terra nera” (2013), domani 31 gennaio 2017 esce pubblicato da Einaudi il suo ultimo libro “Il giro del miele“.

giromieleÈ la storia di Davide, un ragazzo di montagna semplice e tormentato, nel quale il padre falegname non ha voluto riporre abbastanza fiducia. Più che del figlio, il burbero genitore, si fida di Giampiero, suo collaboratore di sempre, al quale lascerà l’attività. In una notte nera e gonfia di tempesta, Davide bussa alla porta di Giampiero. Quell’incontro, che dà il la alla narrazione, era però già stato annunciato da una visione del tutto inaspettata. Facendo idealmente due passi sulle morbide colline dell’Appennino, abbiamo parlato del nuovo libro, divagando di tanto in tanto e amabilmente fra le sue passioni e i ricordi legati alla Modena in cui ha studiato.

Il giro del miele esce il 31 gennaio, il giorno dedicato a San Geminiano. Pensi sia un segno del destino?
No, sinceramente non ci ho mai pensato [ride]. Non ho un legame così profondo con la tradizione modenese cittadina, pur avendo studiato a Modena: una città che ho sempre abitato un po’ da “spiantato”, da persona che non vedeva l’ora di tornare su.

Ci sono però dei luoghi di Modena che sono “tuoi”?
Senz’altro il Venturi, la scuola che ho frequentato. Di Modena mi piace molto l’aspetto decadente, un po’ “squallido”: la stazione delle corriere, il Novi Sad dell’epoca, i viali dietro l’Accademia… Mi piace la sua allure malinconica: la città mi mette comunque un senso di oppressione addosso abbastanza forte. Alla fine mi piacciono i posti a cui sono legato: il Condor, perché ci andavo a ballare, l’Oasis di Sassuolo… a cui è ispirata la discoteca dove lavora il protagonista del libro.

Chi è il protagonista?
Davide è il classico ragazzotto di montagna poco avvezzo a parlare e ai discorsi. Ѐ un timido (le nonne lo chiamerebbero «bravo figliolo»), un po’ impacciato, grande e grosso. Per una serie di vicissitudini si trova a fare il buttafuori in un locale, in una maniera che io ho cercato di gestire in modo molto pulito, rispettando i personaggi. Perché prima di tutto bisogna portare rispetto ai propri personaggi e a quello che si racconta; quindi, volutamente, mai calcando eccessivamente sugli aspetti sensazionalistici. Davide arriva a una degenerazione morale che non riesce a governare e distrugge la storia con Silvia, il suo grande amore. Cerco di avere un punto di vista rispettoso e laterale rispetto agli eventi che racconto.

Sandro Campani
Sandro Campani

In un certo senso rispetti la privacy dei tuoi personaggi…
Sì, ma rispetto anche il lettore proprio perché io, da lettore, forse mi scoccerei nel vedere che qualcuno mi sta tentando di abbindolare con degli effettacci da quattro soldi. Amo scavare nel mio personaggio, cercando di mantenere sfaccettate e piene di spunti le sue azioni. Non mi accontento dello stereotipo, o almeno cerco. Questa vuole essere un’avvertenza per chi leggerà il libro: Davide non diventa un mostro, arriva ‘semplicemente’ a contatto con una parte di sé che non riesce a gestire.

Parliamo del titolo, che mi suona un po’ come uno scherzo del destino. Il miele, così dolce, si pone quindi come contrasto netto con la sua esistenza?
Su questo elemento ci abbiamo “giocato”: è uno dei motivi per cui l’abbiamo scelto. Innanzitutto suo padre, uomo biblicamente burbero, è un falegname e costruisce arnie per gli agricoltori. Quando lascia la falegnameria al proprio aiutante Giampiero (da cui il protagonista, di fatto, è stato cresciuto), Davide pensa di lanciarsi in un’attività sua e sceglie proprio l’apicoltura, anche perché conosceva già il mestiere. Il contrasto tra la dolcezza del nettare delle api – che s’invera anche nel rapporto con la moglie Silvia – e la sua vita, sempre più triste e angosciante, funziona. Poi c’è anche da dire che un titolo così mi suonava bene: ricorda un po’ La casa in collina di Pavese o Il taglio del bosco di Cassola. Sono titoli che contengono parole legate al lavoro, conservando un forte legame con la terra. Mi piace il contatto con le cose…

Il «giro» ricorda anche l’idea della fortuna che gira, o Il giro di vite
Certo, ma potrebbe anche rappresentare il gesto che si compie nel mescolare il miele. Ѐ un titolo evocativo, ma interpretabile, e fatto di parole concrete. Vedi: abbiamo già scovato assieme altre interpretazioni! In qualche modo gli spiriti e i fantasmi in quello che faccio hanno sempre una loro parte, quindi non è un’associazione d’idee del tutto peregrina.

A chi ti ispiri?
Essendo abbastanza fanatico dei film di David Lynch, mi piace moltissimo lavorare sulla descrizione degli oggetti reali in una maniera simile alla sua, o come facevano i pittori fiamminghi, attenti ai minimi dettagli.

FiginoTipo le nature morte, quindi. Mi viene in mente quel famosissimo dipinto di Ambrogio Figino, una delle prime nature morte della storia, in cui l’osservatore focalizzandosi sull’oggetto viene poi catapultato altrove.
Sì, esatto. Ma non caricandolo di una valenza allegorica, attenzione! Non utilizzo oggetti per significare un concetto astratto. Per me descrivere l’oggetto significa entrare così a fondo nel reale, con una concentrazione puntigliosa e precisa, da “stabilire un contatto” con elementi o entità che trascendono l’oggetto stesso.

Un esempio nel Giro del miele?
Nel libro c’è l’incontro tra la sorella di Davide e una lince (anch’io ne ho incontrata una, ma nessuno mi credeva all’inizio…). Lei è in macchina, di notte. L’animale le attraversa la strada come un fulmine. E lei trasfigura questa visione in una chiave quasi mistica: pensa di avere un passeggero in macchina, che non è uno spirito ma solo una presenza. Così, sentendosi “guidata”, inizia a viaggiare ripercorrendo i luoghi che hanno a che fare col padre defunto. Il passaggio della lince si ricollega, nell’ottica di lei, allo spirito del genitore. In realtà nel libro sono più, volutamente, “opaco”…

… perché ognuno possa dare una propria interpretazione.
Esatto. Come quando Lynch inquadra gli angoli o le porte buie. Non m’importa mostrare quello che c’è nel buio, m’importa che chi mi legge provi una certa sensazione. Se sei un autore serio devi sapere che, ogni volta che prendi in prestito dalla natura qualcosa, questo “qualcosa” si porta dietro tutta una storia fatta di simboli e collegamenti.

Cosa rappresenta la lince?
Quando Davide arriva a casa di Giampiero dice di averla vista, quella lince. Anche lui la tratta come messaggero di qualcosa. Quando ho capito che fra i due personaggi era necessario si instaurasse un rapporto più profondo – doveva esserci un fatto di cui i due erano all’oscuro -, sono andato a documentarmi sulle varie simbologie legate alla lince, animale individualista e avvezzo a muoversi da solo, e ho scoperto che rappresenta una sorta di custode dei segreti. Vedi che tutto torna?

lince2

Un’altra cosa: ci sono personaggi che hai davvero conosciuto e che hai poi inserito nel libro? Tipo l’Ida, la moglie di Giampiero…
Ѐ difficile che ispiri un personaggio inventato a una persona che conosco davvero. Di solito procedo così: parto da un’immagine, un luogo, un’idea… l’idea è come un seme, e inizia a fare le radici. Pian piano capisci che su quella cosa vuoi lavorare anche per quattro anni della tua vita e farci un romanzo. Io “pesco” dalla mia vita, o di altri, elementi che posso utilizzare, rielaborati, per metterli dentro a un personaggio che ho inventato.

Un po’ come una tavolozza di colori?
Più che una tavolozza, un serbatoio. Il personaggio in prima battuta è inventato, poi attingo alla mia esperienza reale o a quella di persone realmente esistenti per costruirlo e riempirlo di elementi realistici.

Parliamo della montagna, in un certo senso il tuo “ambiente”.  Qualche anno fa una signora che lavora a Zocca mi disse: «Guarda, dalla montagna o si scappa o ci si resta per sempre». Condividi?
Frase molto vera… chi ci vuole restare per sempre sa che dovrà fare grossi sacrifici. Ѐ complicato avere un lavoro se non ti inventi qualcosa. In particolar modo per un giovane: la condizione d’essere spiantato, te la tieni addosso. Adesso vivo a metà, nella bassa collina, in un piccolo paese ma non troppo distante dalla città, dove ci sono i daini e i lupi… e va bene così.

Montebabbio Castellarano
Veduta di Montebabbio, frazione di Castellarano. Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo «luogo ameno»?
Scrivo a casa al computer, in una stanza, quella in cui non dormo e in cui non mangio. Meno male che l’hanno inventato: cancello e riscrivo la stessa frase anche una ventina di volte! Prendo ovviamente valanghe di appunti scritti, ma anche appunti vocali sul telefono, che poi trascrivo. Ma se devo scrivere la pagina, lo faccio direttamente al computer.

Il giro del miele è anche il tuo primo romanzo con Einaudi… Come ci sei arrivato?
Quelli di Einaudi mi seguivano da un po’, e sono molto seri. Quando ho concluso Il giro del miele, l’ho inviato tramite l’agente in casa editrice e hanno deciso di crederci. Ero felicissimo! Visti gli autori con i quali sono cresciuto, l’Einaudi è il massimo della vita. Non c’è autore che adori che non sia nel loro catalogo. Facendo assieme a loro l’editing sul testo e ragionando su tutto quello che sta attorno al testo (il titolo, la copertina, la quarta, ecc.) mi sono trovato molto bene.

Una nota di colore?
Per il personaggio del buttafuori mi sono avvalso della consulenza di «Morris», Giulio Golfarelli, che è stato buttafuori in tanti locali storici della provincia. In un certo giro, a Modena, si sa chi è Morris!

In copertina: Badlands (Canossa, RE). Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti. 

 

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Nato a Carpi nel 1985, ha studiato a Parma e al Politecnico di Milano, dove si è laureato in Architettura degli Interni con una tesi sui nuovi spazi per l'arte. Ora, è nei nuovi spazi del web che lavora, occupandosi di comunicazione e social media marketing. Da sempre ama raccontare tramite la scrittura quello che osserva e vive. E si è accorto che, spesso, la realtà è davvero il film più riuscito.

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