Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

Quando bevevamo birra alla Vecchia Scarpa. Quando ascoltavamo i cd a Ricordi Media Store e ci sentivamo rockstar alla Tenda. Quando compravamo i vestiti “da” Seta Cotta, le borchie “da” Marengo e il gelato “da” Mattioli. Un viaggio fra i (non) luoghi di Modena, quelli che fanno venire il “magone” ai figli degli anni '80.

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In italiano la parola “magone” significa “ventriglio di pollo”. È un lascito longobardo, viene dal tedesco “Magen” che, guardacaso, vuol dire “stomaco”. A Modena, invece, il magone è soprattutto una specie di spleen. È un nodo alla gola che diventa – appunto – peso sullo stomaco, provocato da disparati agenti esterni, fortemente soggettivi, spesso associati alla nostalgia. Non che Treccani sottovaluti questo significato: accanto ai ventrigli sfoggia infatti la seconda definizione di “accoramento, dispiacere”, una versione edulcorata che però non rende a pieno l’idea.

Tutti i modenesi hanno sperimentato il magone. A me, per esempio, fanno venire il magone quei posti che sono cresciuti con me e adesso non ci sono più.

Negli accaldati pomeriggi estivi dei 16 anni, passati a lasciar correre le ore sulle panchine di Sant’Agnese, a un certo punto veniva voglia di un gelato. Ed era molto gustoso dire a quel punto “Andiamo da Mattioli”. La frase scorreva, aveva un suo ritmo, scivolava su piccole allitterazioni. Ma Mattioli non è più Mattioli, pur essendo rimasta una gelateria. È Slurp, e “Andiamo da Slurp” risulta ostico, mi fa incespicare sull’ultima lettera perché mi viene in mente lo Slurm di Futurama. (Fra l’altro, programma cult di quegli stessi pomeriggi prima che venisse l’ora di andare a Santa e poi da Mattioli.)

Più avanti c’era Blockbuster, miniera di film in prestito e lenta morte degli stoici videonoleggi del centro. Nella fase dei 15 era la tappa obbligata del tardo pomeriggio, quella che avrebbe decretato il mood della serata. Non ho idea di cosa ci sia adesso, ma so che posso ricreare nella testa l’intera topografia del negozio, con quella bella parata di copertine horror sulla destra e una distesa di moquette a ovattare i passi.

Prima di entrare in centro, in Largo Garibaldi c’era il Pellini. Bar più che anonimo, con l’unico tocco chic riassunto in un angolo di soffitto dipinto a trompe l’oeil, nell’era dei 17 era stato eletto come bar dei pomeriggi d’autunno. Chissà poi perché. Grossi cappuccini con cioccolato e panna passavano sui tavoli, mentre MTV mandava a ripetizione i video del momento: “Per me è importante” dei Tiromancino, dove ci sono gli omini dei segnali stradali che prendono vita, e “Feel” di Robbie Williams, dove c’è lui a cavallo da qualche parte, in bianco e nero. E sulle tazze dei cappuccini c’era scritto da una parte “Dreams” e dall’altra “Conflicts”, in un maiuscolo bianco su sfondo pastello, ed era un riassunto perfetto di tutto.

Sui viali c’erano i chioschi dei viali. Il Lido Park era la scelta pop, siamo d’accordo, ma vogliamo mettere il coordinato bianco e rosso che gli dava quell’aria da gigantesco lecca-lecca vintage? Cosa mi significa El Paseo, la cui grafica tonda e verde fa a botte coi lampioncini bianchi fin de siècle? (Certo, sempre meglio del pendant coi pilastri transennati in cemento armato, questo è poco ma sicuro.)

Per sfangare la serata, la scelta ricadeva spesso sulla Vecchia Scarpa, chiusa qualche anno fa tra manifestazioni unanimi di cordoglio. Andare alla Vecchia Scarpa era un’esperienza a sé, significava mettersi in uno stato d’animo ben preciso. Per esempio, accettare di buon grado che le mani si attaccassero alla superficie appiccicosa dei tavoli in legno. Subire la zaffata di affumicato che ti rivestiva come un guanto appena varcata la soglia. Avere a disposizione una serie infinita di birre (ma poi andava a finire che sceglieva il Vecchio della Vecchia – in canotta e braghette bianche d’ordinanza – così in certi periodi ti beccavi solo la Lasko). Non chiedere mai (mai!) di abbassare la musica, perché “La musica va e viene”, e poi del resto era bella musica. Non chiedere mai (mai e poi mai!) la selezione di infusi, pena l’ira funesta: la scelta doveva avvenire a scatola chiusa fidandosi delle sibilline 3 F, “Fiori, Foglie o Frutti”. E ancora, ordinare in estate la brocca di sangria con la selezione di polentine e pop corn fiappi, in inverno il vino novello con le castagne di San Martino, e la sera della Vigilia un cocktail anni ’70, in barba alla Messa di mezzanotte. Infine, andare a fare la pipì e accettare il fatto che sul soffitto sopra di te pendessero due chiappe modellate in cartapesta come una spada di Damocle. Un minuto di silenzio per la Vecchia, soppiantata da un moderno “Bar à Vin” di prossima apertura.

A un certo punto, per molti di noi il sabato pomeriggio ha significato La Tenda in Piazza Matteotti. A partire dalle ore 16:00, schitarrate e colpi di batteria prendevano a pulsare dentro al grande tendone da circo. Si stava bene seduti a terra ad ascoltare “rock alternativo” un po’ stonato, eppure live – dal vivo, e vivo – suonato dalle band under 18 che vivevano il loro quarto d’ora di celebrità. Fuori, intanto, c’era chi imparava a fare il giocoliere con tre palline plasticose e piene di sabbia.

Sul vestiario, due tappe fondamentali si sono vaporizzate nel nulla. Gli alternativi che sognavano la Montagnola di Bologna andavano a comprare le borchie da Marengo in Piazza Mazzini, che aveva i bracciali in pelle con gli spunzoni, le collane con le sfere argentate (come Dexter Holland degli Offspring) e una certa varietà di piercing e toppe e articoli di giornale su Renato Zero appesi al muro. Poi, seguiva la tappa da Seta Cotta, in Corso Canalchiaro, il cui proprietario sembrava un Apache e vendeva roba figa che sapeva un po’ di scalmito, regno di jeans vintage, felpone dai colori sgargianti, magliette demodé e camicioni hippie.

Piccola concessione al tempo delle scuole medie, per fare un salto ancora più indietro nei secoli verso la fine dei grandiosi anni ’90: il negozio della Onyx poco prima di Largo Sant’Agostino. C’è stato un tempo terribile in cui andavano di moda accessori allucinanti come le zeppe, le borsone a tracolla, le magliette attillate con le maniche scure e un personaggio un po’ gangsta disegnato sul davanti, i pantaloni di acetato… Dalla Onyx c’era senz’altro la risposta a tutti i possibili desideri tamarri e a tutti i regali con budget ristretto.

Infine, che riposino in pace i negozi i musica in successione cadenzata sulla Via Emilia. Freetime, da dove provengono le mie prime cassette. Ricordi Media Store, che aveva una marcia in più: le colonnine con le cuffie per ascoltare i dischi in uscita. (Anche qui potrei ritrovare la sezione hard rock a occhi chiusi, facendo lo slalom fra i profumi e i rossetti di Sephora). E poi Fangareggi, l’ultimo pilastro a crollare sotto l’incedere dei negozi di telefonia mobile, prezioso rivenditore di biglietti per concerti e magliette di gruppi. Qui, il mio primo acquisto dopo il pensionamento della lira: “Elettrodomestico” dei Punkreas per la modica cifra di 7,50 euro.

Il tempo passa, Modena cambia, ma il magone resta. Lunga vita ai ventrigli di pollo, lunga vita al magone!

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Nata a Modena, si è laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa. Lavora come autrice e copywriter collaborando con agenzie di comunicazione, enti culturali e giornali.

5 COMMENTI

  1. Sei una grande, mi hai fatto emozionare… Mi hai fatto proprio venire il magone! Mi è tornato alle narici l’odore di vecchia scarpa e il vecchio che mi fece assaggiare io mio primo cognac, stappando una bottiglia vecchia forse quanto lui…
    Aggiungo alla tua nostalgica carrellata la mitica Orsa Maggiore in fondo a Piazza Matteotti, tempio di tutti i giocatori di ruolo della prima era.

  2. Non dimentichiamoci Marrakech sulla via del Fermi. Quanti sabato pomeriggio ho passato li dentro e quanti cd e audiocassette ho comprato :( o il Disco Club dalla stazione delle corriere poi diventato We rock e ora chiuso di nuovo

  3. Ben detto Chiara!! Mi hai risvegliato emozioni modenesi sopite sì, ma mai dimenticate.
    Ogni mudnés degli anni ’80 o giù di lì avrà avuto un po’ di magone, nel leggerti.
    Vorrei citare alcuni tra i grandi esclusi (che pure sono presenti dentro il cuore di ognuno di noi).

    E mi scuso anticipatamente per tutti quelli che non potrò citare, per ovvi motivi di spazio e per il fatto che non ho tutto il pomeriggio da dedicare a questa cosa.

    Per la gioia dei nostalgici, come non dimenticare il caffè Molinari prima dell’orrido restauro, quando nel 1999 il caffè costava ben 1.600 lire, caso unico tra tutti i bar ed Modna.
    Ma li spendevi volentieri, immerso in quell’atmosfera liberty.

    Il cinema Raffaello monosala prima del restauro del 1998, con la gelateria a fianco e la sala più grande che si ricordi.
    Il “bar del comunista” di via Del Taglio, uno dei ritrovi preferiti degli scabottatori, con le foto del Che appese alle pareti, e i libri sugli scaffali.

    L’Orsa maggiore sì, ma anche quella dei Portali, oltre ad Halloween Games, vicino a via Gallucci, dove comprai il mio primo Game Boy nel 1992 -quando ancora era targato Mattel, e non Gig-.
    Come dimenticare Orizzonti Sport, sempre ai Portali, e il mitico Burghy, che sorgeva proprio lì a fianco, prima della trasformazione in McDonald’s.
    O il Burghy poi diventato McDonald’s di via Università, quello su due piani, che nostalgia!!

    Come dimenticare le recenti perdite dello Small Pub, o del Fujiyama, precursore dell’esperienza All you can eat a Modena, o ancora del Black Eagle, dove adesso sorge una gelateria, e dove andavo sempre a comprare le paglie quando staccavo dal lavoro.

    E come scordarsi del mitico cinema Principe, dove da pischelli ginocchiuti ci siamo visti ogni cartone della Disney, anno dopo anno, Natale dopo Natale.

    E in ultimo, per deformazione ex-professionale (visto che ci ho lavorato per 8 anni, e che solo uno dei due è stato citato): come farsi una ragione fino in fondo della perdita del Blockbuster di via Giardini?
    Che aprì ufficialmente il 31 dicembre 1995 per poi chiudere dopo quasi un ventennio di glorie a marzo 2012.

    Come mi dissero in molti, e vale per tutto il nostro elenco: un pezzo di storia che se ne va.

  4. Questi ricordi del passato si collocano in un punto indefinito tra i luoghi comuni e il rimpianto dei vecchi rincoglioniti.
    “Una volta era bello, era meglio”…
    Terribile.
    Torna a scuola.

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