Comunicare di meno e meglio per (ri)avvicinare la gente alla politica

Comunicare di meno e meglio per (ri)avvicinare la gente alla politica

La comunicazione è in primo luogo relazione, quindi reciprocità e corresponsabilità. Ci vogliono cura e qualità dei contenuti, perché non basta la semplificazione urlata, non basta lo storytelling ben agghindato, occorre rifuggire come la peste la cialtroneria e la mitologia degli splendidi social media manager, attenti più alla forma che alla sostanza delle cose. Soprattutto quando si tratta di politica. Di tutto questo abbiamo parlato con Giuseppe Morrone, ricercatore e comunicatore.

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Lavoro nel mondo della comunicazione e sono sempre stata una forte sostenitrice dell’ecologia della parola. Quando poi si tratta di comunicazione politica – e lo scenario attuale ci offre un’imbarazzante quantità di spunti di riflessione – la faccenda si fa davvero elettrizzante.

Ne ho parlato con Giuseppe Morrone, 32 anni, originario di Caggiano, che vive a Modena e lavora nel campo della comunicazione politica e istituzionale. Alle spalle, ha una laurea triennale in Scienze della Comunicazione, una laurea magistrale in Storia contemporanea e un master di II livello in Public History. Nello specifico, Morrone collabora con l’On. Giovanni Paglia, capogruppo di Sinistra Italiana in commissione Finanze a Montecitorio e occasionalmente svolge attività di ricerca come freelance, in università (Laboratorio di Storia delle Migrazioni, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali di Unimore), per gli enti locali e, da quest’anno, nelle scuole portando avanti progetti di educazione alla cittadinanza e alla partecipazione. Si occupa inoltre di curare la comunicazione del collettivo modenese cosMOlab, attivo da due anni nella nostra città, e di organizzare e promuovere eventi di taglio storico-politico-sociale.

Quale sforzo occorre fare, oggi, per comunicare la politica in modo efficace ai cittadini?
Sembra banale dirlo, ma occorre mettersi nei loro panni, provare ad osservare attraverso le loro lenti, senza alcun cedimento a questo esclusivo punto di vista giacché la comunicazione è in primo luogo relazione, quindi reciprocità e corresponsabilità.
I panni cioè di una popolazione largamente sfiduciata e che percepisce – a torto o a ragione – nella politica uno strumento inutile o tuttalpiù impotente a migliorare la propria condizione. Le lenti cioè di chi troppo spesso pur lavorando non riesce a condurre un’esistenza dignitosa e felice, privato di diritti, reddito, potere, libertà e prospettive.
Come si fa?
Io credo moltissimo nella cura e nella qualità dei contenuti che la politica ha il dovere civico di trasmettere – nel loro intreccio che sappia dosare pensiero e immediatezza – e in una paziente opera di alfabetizzazione diffusa, a partire da quella digitale.
Non basta la semplificazione urlata, non basta lo storytelling ben agghindato, occorre rifuggire come la peste la cialtroneria e la mitologia degli splendidi social media manager privi di contenuti, attenti più alla forma che alla sostanza delle cose.
Ci vogliono almeno tanti umanisti con il senso storico dei processi e l’orecchio a terra attento a captare e interpretare il magma dell’attualità e la polifonia delle voci, quanti sono i creativi e grafici, meglio ancora se combinati nei rispettivi campi di saperi, necessari ma da soli insufficienti.
La tecnica “obbediente e ammaestrata”, priva di intellettualità critica, non comporta avanzamenti di conoscenza utili alla collettività.
Basterebbe comunicare di meno ma meglio ciò che la politica di costruttivo produce ogni giorno e non avere pietà nel criticare con costanza ciò che la politica commette di deleterio o ignora, giacché si parla di temi che, volenti o nolenti, riguardano tutti.

Giuseppe Morrone
Giuseppe Morrone

Comunicazione politica e social network: la lentezza tipica della comunicazione politica (incontri, dibattiti…) si incontra o si scontra con la velocità del mondo online? I social la sviliscono oppure la rafforzano?
Queste domande sono opportune perché mi consentono di completare un ragionamento ed evitare un fraintendimento.
Anzitutto: concordo sull’insufficienza odierna delle iniziative cosiddette verticali – ovvero con relatori dietro a un tavolo e uditorio passivo – che pure rappresentano uno dei must della sinistra.
Sarei per limitarle e circoscriverle il più possibile a problematiche contingenti e non generiche, che tocchino il sentire dei cittadini e dunque li coinvolgano, evitando le tristi platee dei “già convinti” e degli addetti ai lavori che si parlano addosso.
Ciò detto, c’è modo e modo di organizzare questi eventi: anche qui fare interagire diversi linguaggi e attori (letture, proiezioni, testimonianze, storie di vita, interventi densi, intermezzi musicali) può essere la chiave e avrei da richiamare diversi esperimenti di successo realizzati negli ultimi anni, per differenti ambienti e collaborando con decine di donne e uomini impegnati civicamente o socialmente a vario titolo nel territorio provinciale:: sul reddito, sul caporalato, sulla Maserati, sul boom dei voucher, sul senso del fare politica, sulla mercificazione del lavoro; argomenti non esattamente facili eppure resi attrattivi.
Sul rapporto tra reale e virtuale, invece, credo vada generato un equilibrio tra azioni “on line” e “off line” e loro riproduzione.
Cosa vuol dire?
Da un lato c’è chi vagheggia un ritorno a una presunta età dell’oro fatta di “radicamento sul territorio” ed eterni dibattiti in fumose sezioni di partito; dall’altro chi pensa che l’agire politico si risolva in un paio di “mi piace”, qualche condivisione simpatica e commenti ad ogni piè sospinto sotto post d’attualità sapientemente organizzati dall’algoritmo di Facebook.
Ci sono frammenti di verità in ognuno di questi due atteggiamenti, ma presi a se stanti non affrontano la complessità del presente – che è pregno di iper-connessione costante quanto di disperata ricerca di scambi umani sinceri – e non ci fanno procedere di un millimetro.
Un esempio: recentemente come cosMOlab siamo stati protagonisti di un paio di episodi di mobilitazione “off line” – tradotto: piccoli gruppi di ragazze e ragazzi che individuano un nodo di conflitto e lo politicizzano con le proprie idee, srotolando uno striscione in mezzo a un centro commerciale aperto durante un giorno festivo oppure distribuendo volantini e parlando con le persone in attesa alla fermata del bus – organizzati nelle loro modalità concrete prevalentemente “on line” (attraverso un paio di chattate su Messenger) o in situazioni insolite per lo scopo (un aperitivo) e chiaramente rilanciati live sui nostri canali social durante il loro svolgimento; episodi che, per altro, hanno ricevuto una notevole ricaduta mediatica tradizionale su siti e giornali cittadini, costituendo oggetto di confronto pubblico più che di soddisfacimento del nostro ego.
Lentezza? Velocità?
Io la chiamo volontà di fare e comunicare bene le cose – sottraendo consapevolmente ore preziose alle proprie vite precarie – adottando i mezzi, le possibilità e i tempi volta a volta più adatti al contesto.

Cosa significa oggi partecipazione democratica (si parla più di cittadinanza attiva, no?) e com’è educare i bambini a questa dimensione?
Partiamo da un presupposto: io non sono un insegnante, ma nella passata primavera mi è capitato di tenere un corso di educazione alla cittadinanza per le quarte e quinte elementari delle Scuole Rodari e Stradi di Maranello.
Mi sono dunque avvicinato a piccoli passi a questo ambiente per me sconosciuto, anche con qualche timore, e al termine dell’esperienza non nascondo che mi piacerebbe proseguire.
Io penso anzitutto che non soltanto i giovani vadano edotti alle gioie e alle fatiche della partecipazione democratica, ma anche gli adulti.
A Maranello abbiamo provato ad affrontare argomenti abbastanza ostici per ragazzi di 10-11 anni: l’attualità della Costituzione (di alcuni articoli in particolare, cito il 3 sull’eguaglianza), il ruolo del Parlamento e del Consiglio comunale, del sindaco e degli assessori, il valore dei diritti e doveri tra i cittadini in formazione, la consapevolezza del non essere solamente individui bensì soggetti attivi della comunità cui si appartiene.
Sono partito da un esempio che i ragazzi hanno dimostrato di avere apprezzato: l’immagine di un grande condominio nel quale ad ogni piano – dal primo in cui trova posto la famiglia con genitori e figli al quarto occupato dalla Repubblica e dai suoi 60 milioni di abitanti da rappresentare attraverso gli organismi democratici, passando per Comuni e Regioni – corrispondesse un ambito più largo, complicato ancorché costellato di ruoli, procedure, norme e istituzioni per garantire il vivere insieme, associato.
E torniamo alla domanda: cos’è partecipazione democratica, cos’è fare politica in fondo?
Io credo che per rispondere adeguatamente vada sfidata una narrazione che è ormai senso comune, suffragata da molta realtà purtroppo, trasversale e da cui nessuno schieramento è immune: cioè che chi fa politica sia un arrivista, un mediocre, un cazzaro, se non un ladro.
E’ vero: tanti, troppi politici hanno fatto l’impossibile per legittimare e rendere verosimile questa narrazione, io stesso ne ho conosciuti diversi, ma non tutto è perduto.
Come scriveva Calvino, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Proprio così: stravolgere i modi del fare politica quotidiano, a partire da quelle ostinate minoranze e individualità che esistono e già li praticano, magari ignorate dal caos indistinto del “facciamo tabula rasa, non si salva nessuno”.
Ultimamente mi hanno colpito due citazioni di Luigi Manconi e Jeremy Corbin, penso condensino abbastanza quello in cui attualmente mi riconosco:
La mia politica muove sempre da un nome, un cognome e un volto e da una storia individuale per raggiungere, quando possibile, una questione generale”.
Insieme possiamo costruire una società migliore, dove ognuno conta, dove ogni differenza è fonte di ispirazione e ricchezza”.
In sintesi: se ai ragazzi e ai bambini gli spieghi che la politica può essere un’altra cosa, magari li appassioni.

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Che domande ti fanno i bambini a riguardo?
Guarda, l’esperienza è stata sorprendente, i giovani sanno sempre stupire anche gli scettici come me.
Durante un incontro ho provato a introdurre un argomento: i diritti dei bambini, quali possibilità di fare conoscere e valere le loro esigenze.
A partire da alcuni accenni, ho dovuto praticamente sospendere la spiegazione perché sono stato subissato di domande che ho meticolosamente appuntato.
Ognuno aveva la propria rimostranza o curiosità: dal perché i genitori non li considerano ma pretendono assoluta obbedienza al perché le auto corrono troppo con il rischio di investirli; dal perché i parchi non siano puliti e sicuri al perché occorra pagare i trasporti, i libri e la mensa dato che la scuola è un obbligo sancito dalla Costituzione.
Su tale caterva di quesiti non ho ritenuto corretto affermare giudizi certi, netti – casomai fosse possibile – bensì per i successivi incontri ne ho selezionati alcuni attorno ai quali fare dibattere le classi, presentando chi fossero i decisori politico-istituzionali atti (nella realtà) a valutarli e risponderne, argomentando i pro e i contro e infine invitando i ragazzi anche a votare tra opzioni differenti, specificando i ruoli altrettanto decisivi delle maggioranze di governo e delle opposizioni che si formavano, come in una specie di piccolo Consiglio comunale trasportato a scuola.
L’obiettivo era fornire un ABC del nostro sistema democratico e specialmente sottolineare l’essenzialità della discussione informata e del consenso nelle decisioni e nelle scelte che riguardano la vita pubblica di tutti i giorni, come vi si può dunque incidere sin da piccoli.

La nostra città è caratterizzata da un forte attivismo sociale (mi riferisco al volontariato e non solo) che si contrappone a una presenza politica non proprio ruggente. C’è un forte associazionismo ma sono anche tanti i comitati che nascono, portando istanze politiche, iniziative singole che di fatto non riescono a fare sistema. Come leggi questa contrapposizione?
Concordo. Modena è una città con un forte tessuto associativo e di volontariato e una presenza politica piuttosto sonnacchiosa, anche se a scavar bene qualcosa si muove.
Io non credo debba sussistere per forza un dualismo tra queste due dimensioni, entrambe vitali, oserei direi complementari se solo si parlassero di più, superando reciproche diffidenze; quanto ai comitati si tratta più che altro di luoghi che sorgono per rispondere a determinate istanze locali e che segnalano comunque situazioni cui le istituzioni non sanno o non vogliono rispondere, dunque fondamentali.
In generale ci si scontra con un gigantesco equivoco: si è abituati a credere che si possa fare politica solamente nei partiti, invece non è così; ora: da più dieci anni ho provato (e provo) ad abitare partiti di sinistra in maniera eretica – con anche ruoli di responsabilità in passato, un processo di picchi emotivi altissimi, entusiasmanti e deludenti a corrente alternata – e credo nella loro valenza seppure siano totalmente da reinventare nel loro stesso modo di funzionamento.
Riconosciuto ciò, alcuni appunti disordinati dalla mia cassetta degli attrezzi: per fare politica non servono particolari doti da “dirigenti”  né retrive nostalgie dei bei tempi andati, occorrono dedizione, determinazione, intuito, spirito di osservazione, passione, umiltà, generosità, spontaneità, serietà, disponibilità, chiarezza, abilità nel creare nessi, informazione e apprendimento continui, testa e cuore.
Quel dispendio al servizio dell’interesse generale e del “diritto di avere diritti” di cui è stato maestro il compianto Stefano Rodotà.
Ancora: stare fisicamente nei conflitti, prospettare soluzioni a chiunque ponga un problema, aguzzando l’ingegno, non ignorare perfino le richieste più improbabili. Autorevoli nelle aule istituzionali e di lotta, insieme agli sfruttati, nelle piazze, davanti a una fabbrica o in un CIE a fianco dei rifugiati.
Non specialisti né tuttologi, non professionisti né fenomeni da piedistallo ma persone normali, con i loro casini e sentimenti. Più umanità meno astuzie.
Servono preparazione (cioè studio) e duttilità (cioè pragmatismo) abbinate a un disegno di società da avere sempre in mente, un’idea forte che ci guidi, cui tendere.
Gli irregolari, i coraggiosi, gli scomodi, i piantagrane – spesso donne ma non soltanto, specie a Modena – possono essere la salvezza di un mondo politico che è in crisi anche perché profondamente maschile, nel suo grigiore, nei suoi riti stanchi, nelle sue prevaricazioni e nelle sue paranoie.
Dunque: meno timidezze per chiunque sia affascinato dalla partecipazione alla polis ma non vi si affacci per timore di una sua inadeguatezza, meno supponenze e atteggiamenti respingenti da parte chi la polis già la frequenta.
Qualche spunto: avremmo bisogno di amministratori che non considerino sognatori coloro che han l’ardire di immaginare disegni rivoluzionari per il futuro – ad esempio chi ritiene che i centri storici delle città vadano integralmente sgomberati dalla dittatura delle automobili – quanto di giornalisti e osservatori dallo sguardo acuto che, per dirne una, si cimentino in un racconto dell’Italia nelle sue pieghe meno esplorate, dalle città ai paesi; o ancora, come auspica il mio amico Federico Martelloni, di un’inchiesta parlamentare, con strumenti innovativi, che dissodi e descriva com’è composto davvero il mondo del lavoro odierno.
Politica è interessarsi di quel che ci accade intorno e organizzarsi per migliorare e trasformare l’esistente, che lo si faccia con una tessera di partito in tasca o meno ha un’importanza secondaria; i movimenti, i comitati e il civismo che non han timore di misurarsi e contaminarsi con partiti che a loro volta siano in grado di ripensare se stessi e relativizzarsi, ci mostrano una strada virtuosa.

La parola “eccellenze” ci piace da matti. Tortellini, Pavarotti, aceto balsamico. Vogliamo andare un po’ oltre? Cosa vedi tu, oltre questo? La bella ricerca a cui hai collaborato all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore fa luce, anche in prospettiva, su altri tipi di eccellenze che ignoriamo? E in generale, quali sono per te le eccellenze modenesi?
Esatto: andiamo oltre. Anche perché a me la pappardella sulle eccellenze – che non riguarda solamente Modena – pare sopperire più che altro un vuoto di elaborazione e di visione, che riflette a sua volta l’inconsistenza culturale di grossa parte delle cosiddette classi dirigenti.
Classi dirigenti che sembrano non vedere l’ora di agganciarsi al carro del messia di turno anziché prendere l’iniziativa e dettare una linea attenta alla qualità sociale, culturale e ambientale dello sviluppo, che non rifaccia il verso, magari ammodernato tecnologicamente, a modelli obsoleti.
I livelli enormi di inquinamento e le distese di cemento per nuove costruzioni pur in presenza di migliaia di case inutilizzate e sfitte nonché di sempre più persone sotto sfratto, sono lì a ricordarci gravi storture che diventano danno generale.
Intendiamoci: ho massimo rispetto per quei brand che incontrano il favore del mercato, dei turisti, che generano introiti e ricchezze per il sistema produttivo e l’indotto in termini di posti di lavoro; ma mi chiedo: cosa rimane al territorio, al di là del gigantismo e dell’occasionalità degli eventi nonché dei profitti che volentieri circolano in circuiti ristretti, magari poggiati su manodopera precaria?
Non soltanto: la concentrazione ossessiva su specifici settori – l’enogastronomico e il motoristico, per semplificare – rischia di precludere lo sguardo a quel tanto di positivo e funzionale che la nostra città mette a disposizione da decenni per chiunque vi approdi nonché di favorire distorsioni che pure esistono.
Senza dubbio allora, il sistema dei servizi alla persona, il sistema scolastico, il sistema sanitario e il sistema universitario e, perché no, il panorama musicale (rinverdito dal recente e indiscutibile successo del Modena Park di Vasco Rossi), rappresentano quattro micro-cosmi di alto livello, da preservare e valorizzare; ma anche qui alcune situazioni sono da affrontare: come ha ricordato poche settimane fa il prof. Giovanni Solinas, direttore del Dipartimento di Economia di Unimore, non è possibile che esistano Dipartimenti privilegiati e pigliatutto in termini di finanziamenti (tipo Ingegneria) ed altri (in particolare quelli economico-sociali-umanistici) costantemente sviliti.
Con il nostro progetto “Il posto di chi arriva” – frutto di una felice convergenza tra storici, sociologi ed economisti nata all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore – abbiamo impiantato una collaborazione tra attori diversi (Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Università, Comuni di Fiorano, Sassuolo, Modena e Maranello) su un lavoro di ricerca che indagasse e ricostruisse il fenomeno dell’immigrazione tra Modena e il Distretto Ceramico dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’90 del Novecento, comparando la fase degli spostamenti interni (prevalentemente dal Sud Italia ma non solo) con quella degli spostamenti dall’estero.
Ci siamo chiesti: quale rapporto sussiste tra gli arrivi provenienti da territori prossimi, come l’Appennino, poi da geografie più lontane ma sempre italiane, il sud e le isole, infine dai Paesi extraeuropei? A quali difficoltà e quali opportunità si è trovato di fronte un immigrato giunto da Catanzaro come da Tangeri? Quali relazioni e tensioni intercorrono tra la persona che migra e il luogo d’accoglienza? Cosa è il posto di chi arriva? E quali ripercussioni sullo spazio pubblico? Come questi sono stati attraversati e modificati dalle domande di cittadinanza progressivamente rivendicate da sempre nuovi soggetti migranti (individui o organizzati tra loro)? Quali le risposte fornite dai soggetti collettivi, le soluzioni adottate dalle istituzioni?
Ecco: intervistare non meno di 50 persone, tra testimoni diretti e informatori, tra vecchi e nuovi amministratori; spulciare le rassegne stampa e gli archivi più vari; confrontarsi con le emozioni di chi rievoca la propria storia privata; per poi estrarre da questo lungo e puntiglioso scavo, materiale utile alla comprensione del presente – per la cittadinanza, per le scuole, per la politica – a noi equipe di ricercatori pare un modo di attraversare, conoscere e narrare il territorio – nelle sue infinite sfumature – da incoraggiare e moltiplicare.

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Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

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