Chiavi per la ricerca della Bellezza a Modena, “città poetica”

“Credo che tutto nasca dalla fame e dalla necessità. Tu vieni al mondo, hai occhi per vedere, e la realtà impatta su di te con la sua forza; scrivi per cercare senso a quell’impatto, anche se provvisorio, sempre in fieri. Ma non puoi scrivere se non davanti a ciò che esiste, se anche solo in termini di visione”.

Mariadonata mi racconta che, secondo lei, ciò che rende oggi le persone lontane dalla poesia è la tendenza diffusa a rendere la parola poetica un rigurgito solipsistico.

assedio“E allora come può interessare all’altro? Questa è una questione che non riguarda solo chi “ha il pallino” della parola scritta: ha a che fare col nostro essere umani. Le parole sono sottoposte a un gravissimo processo di erosione. Non so ancora se avesse ragione san Tommaso quando diceva che “nomina sunt consequentia rerum”, o se le parole siano degli oggetti magici che hanno vita in sé. Ne “La strada” di Cormac Mc Carthy, in un mondo di catastrofe post-apocalittica, i due protagonisti, padre e figlio, trovano una latta di pesche sciroppate, e il figlio, prima di mangiarle, non sa cosa siano, né le sa nominare. Il linguaggio si restringe perché si restringe la nostra esperienza del mondo. “Per cambiare lingua, devi cambiare vita”, dice Derek Walcott. Io credo che – sostiene Villa, che oltre che di letteratura, in particolare di lingua inglese, si occupa di teatro, fotografia ed arti visive, esplorando il rapporto tra parola e immagine. La sua prima raccolta in volume, “L’assedio“, è stata pubblicata nel 2012 dall’editore Raffaelli di Rimini. Dopo varie pubblicazioni su rivista, sta completando il suo secondo libro di poesie – Anche se pochi se ne accorgono, oggi camminiamo sull’orlo di questo abisso di perdita. Occorre che i poeti corrano ai ripari col corpo delle parole. Allora anche la scrittura e la lettura diventano una forma di resistenza. Alla perdita, alla mancanza totale di senso, al buio. Ma questo resistere è una conseguenza dell’esistere.

La ricerca della bellezza in questa era dell’anestesia totale: cosa ci sveglierà dal torpore? Come poetessa ed educatrice, cosa puoi dire?

La parola “anestesia” ha esattamente la stessa radice della parola “estetica”; la bellezza può ancora essere un antidoto alla perdita di senso generale. Ma il nostro piccolo benessere diffuso, eretto a scopo del vivere, ha bombardato quell’anelito di assoluto che, in fondo in fondo, ci distingue dagli altri animali, che in ere passate ci ha fatto alzare su due piedi per guardare più in alto e più lontano. La grande arte è nata spesso in mondi terribili, perché per far resistere il corpo dell’uomo era indispensabile tenere vivo il fuoco al suo interno. Mi sembra un ordine di grandezza molto diverso da quel concetto disincarnato di bellezza che ci viene venduto già contraffatto.
Non ho visto nulla di più rigenerante, in vite piccole, ma già spesso messe alla prova da tante situazioni difficili, che essere di fronte alla bellezza in prima persona. Da qualche anno porto i ragazzini di quinta in gita dove c’è il mare, perché quasi sempre in classe c’è qualcuno che non l’ha mai visto. Ecco, poter guardare gli occhi di qualcuno che vede il mare per la prima volta è qualcosa che non si dimentica facilmente. Non ha a che fare con la didattica, ma è il suo motore.
Nella scuola vedo una tendenza a sottovalutare, affogati nella burocrazia, questo potere eversivo. Far studiare a memoria a bambini che non sanno bene l’italiano versi di duecento o duemila anni fa, e vederli illuminarsi, anche solo per il sapore che quella parola ha sulla lingua, è un rischio che bisogna tornare a correre. Ci vogliono tempo, silenzio e fatica. Non sono indici misurabili, ma mi sembrano, in fondo, l’unica via praticabile.

Mariadonata Villa
Mariadonata Villa

Educare alla ricerca di senso e di bellezza è una bella responsabilità di cui un insegnante in generale e una maestra di scuola elementare in particolare, come te, si fa carico. Il tema dell’integrazione, che parte dai primi anni di scuola, secondo me è centrale in questo percorso, in questa ricerca dell’individuo…
Viviamo in una città in cui si investono molti soldi per far vedere che innoviamo nella scuola modenese, con progetti anche avanzatissimi. Ma esistono ancora troppe scuole brutte, grigie e vecchie, nonostante gli sforzi di chi ci vive quotidianamente. Per un’integrazione vera bisognerebbe ripartire dai fondamenti: investire sui luoghi più fragili; potenziare, invece che tagliare sempre più ogni anno, le ore di alfabetizzazione in lingua italiana; usare come strumenti l’arte, il teatro, il territorio. Quando, dopo anni di scuola qui, un ragazzino continua ad essere estraneo sia alla propria lingua madre che all’italiano, questo è un grande fallimento, non del sistema scuola, ma del sistema città, perché la lingua è lo strumento del pensiero, e come potrà un giovane uomo o una giovane donna dire ciò che pensa o che sente, partecipare alla vita pubblica, se non ne ha i mezzi? A che tipo di istruzione accedono, una volta passati agli ordini superiori di scuola, i figli dei migranti, che tra pochi anni saranno, per ragioni squisitamente demografiche, la maggioranza?
La vera integrazione non è una “normalizzazione”, ma è dare a ciascuno quello che gli serve per camminare. Su questo siamo ancora molto indietro. Un investimento su queste cose non è immediatamente visibile o misurabile nel breve periodo; ci vorrebbe qualcuno che avesse il coraggio di farlo. La scuola è una straordinaria fucina di comunità, ma non può vivere da sola.

Modena è una città poetica?

Per rispondere, devo prima dire che a me interessa molto la marginalità, la periferia; per trovare la terra di nessuno devi uscire dal centro, devi staccarti dal già noto, dal già conosciuto. E per fare questo c’è chi va in cerca di Ultima Thule, o c’è chi, come Luigi Ghirri, che amo tantissimo, e che è uno dei maestri indiscussi dello sguardo, per me, riteneva che anche con un giro di due chilometri intorno a casa si potesse fare un viaggio in un territorio inesplorato.
In questo senso, Modena è una città molto poetica, perché è piena di interstizi (monumenti, luoghi, persone); al contempo, nonostante in provincia ci sia un festival di poesia che ormai è fra i più importanti a livello nazionale, e nonostante vivano nella provincia poeti la cui opera resisterà al tempo, Modena città fatica ad ospitare fatti di poesia strutturati, (se escludiamo il ciclo La parola verticale che Drama Teatro organizza da due anni).

photo credit: yumikrum depths via photopin (license)
photo credit: yumikrum depths via photopin (license)

Hai alle spalle tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia e sei una cittadina attenta e partecipe alle proposte culturali modenesi. Come valuti la tua città dal punto di vista culturale?

L’offerta culturale (termine che odio) è sicuramente molto ricca: teatri, circoli, eventi, festival, musei. Si potrebbe, certo, discutere a lungo sui criteri con cui si decide su cosa investire a livello cittadino. Ma c’è una questione che viene prima, su cui sono stata costretta a riflettere anche nei tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia, ed è la questione di quale sia la visione che ci anima. Per me è qualcosa di cruciale, nella poesia come nella concezione di una città.
Si tratta di chiedersi non come attiriamo gente, ma cosa è importante per noi che resista al tempo. Ho la sensazione che manchi questa prospettiva di lunga gittata, di qualcosa che vada oltre sé e la propria azione nel mondo. Mi sembra però che qualcosa stia cambiando dal basso; penso ad eventi collettivi come quello recente, ispirato alle Città invisibili di Calvino, che il Teatro dei Venti ha organizzato in apertura del Festival Trasparenze, e che ha molto a che vedere col tema della bellezza e del suo spazio nella città.

Immagine di copertina, photo credit: Massimo Accarino via photopin (license).

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