Blue Hour Ghosts, confessioni di una band metal

Blue Hour Ghosts, confessioni di una band metal

La band modenese Blue Hour Ghosts ci porta dietro le quinte di un genere molto esigente, il metal, raccontandoci i cambiamenti in atto nella scena musicale e la loro stessa musica: un mix di potenza e melodia con qualche incursione nella letteratura.

0
CONDIVIDI

Blue Hour Ghosts significa “i pensieri, la rabbia, i dubbi e i rimpianti che invadono il momento di maggiore intimità durante il giorno”. Ma significa anche “alternative metal made in Modena” essendo il nome di una band emergente del territorio. Formatisi nel 2013, la lineup attuale conta sei elementi, tutti fra i 30 e i 35 anni: Alessandro Guidi (voce), Diego Angeli (chitarra e testi), Francesco Poggi (chitarra), Matteo Malmusi (basso), Simone Pedrazzi (tastiere) e Sergio Perna (batteria).

Incontro Diego, Francesco, Simone e Matteo al Ristretto di Vicolo Coccapani, dopo l’orario di lavoro. Perché, come mi dicono, “Troviamo da campare in altro modo, poi vediamo cosa succede”. A parte qualche capello lungo d’ordinanza, non hanno quel tipico mix di elementi che fa individuare al volo i musicisti metal. Del resto, quanto più il metal sembra incline agli stereotipi, tanto più si rivela un mondo sfaccettato. Davanti a birre e gnocchini fritti, con un brusio di sottofondo stile “cocktail party” e l’abbaio di un cane come intermezzo regolare, mi portano dietro le quinte di questo mondo. Prima di tutto, raccontandomi di loro.

BHG04

Nonostante la band sia di recente formazione, i componenti sono tutti musicisti di lungo corso. Diego, per esempio, suona con Francesco dal 1999 e racconta: “Avevamo una band che faceva metal molto più estremo, gli Oblivion 999. Abbiamo suonato insieme per dieci anni con un paio di dischi autoprodotti, poi ci siamo sciolti a causa di un continuo cambio di formazione. Più cresci, più vuoi fare le cose seriamente e meno trovi persone disposte ad aderire alla causa di una band che fa musica originale. Avevamo in mente un progetto metal che fosse godibile da un’audience più ampia, varcando i confini del genere: una musica dura, potente, ma anche eclettica e melodica. Così abbiamo tirato fuori dal cassetto le idee incompiute aggiungendone altre man mano che si aggiungevano anche i membri della band.”

L’album d’esordio, l’omonimo “Blue Hour Ghosts”, ha visto la luce a novembre 2016 e adesso la priorità è promuoverlo. “Vogliamo organizzare un tour in alcune città europee. – Continua Diego – La ricezione del nostro genere in Germania, Olanda e paesi limitrofi di solito è molto diversa. Non vedi persone a braccia conserte che stanno a tre metri dal palco e ti guardano, ma gente pronta a far festa.”

“Blue Hour Ghosts” è un disco professionale nato dalla collaborazione con un produttore, benché oggi sia facile dare vita a un prodotto credibile anche con i propri mezzi. “Sì, ma rimane comunque un gap di qualità sonora, di concezione della musica, di come il produttore può plasmarla” spiega Diego, e continua Simone: “Siamo arrivati da Giuseppe Bassi della Dysfunction Production con 60 minuti di musica piena e intensa, registrata fra 2013 e 2014 coi nostri migliori mezzi. Lui ha saputo alleggerire le nostre idee, dettagliarle, renderle fluide e meno complesse da sentire. Ha reso l’album più moderno rispetto a ciò che avevamo concepito. Noi veniamo tutti dal metal “old school” che tende ad avere certi cliché, certi passaggi riconoscibili… ma oggi sono troppo riconoscibili, bisogna fare qualcosa che non suoni come già sentito.”

BHG03

Oltre alla musica in sé, “Blue Hour Ghosts” nasconde anche una certa cura per i testi, tutti scritti da Diego. “Se volessimo racchiuderli in un termine direi che sono “esistenzialisti” – Dice -. Le tematiche partono da esperienze personali: quando sei di fronte a una scelta forte, quando affronti la limitatezza delle relazioni o ti interroghi sull’esistenza. Abbiamo anche due testi a sfondo letterario. Il primo è il singolo apripista, “Dreadful Faces and Fiery Arms“. Nonostante sia una canzone molto immediata dal punto di vista musicale, dal punto di vista lirico (e questa è stata un’idea del cantante) prende spunto da “Confessioni di un mangiatore d’oppio” di Thomas de Quincey. Il titolo è l’ultima frase del libro, che a sua volta richiama il “Paradiso Perduto” di Milton. L’altro è “Death and the Lover”: è stata la prima traduzione in inglese del titolo di “Narciso e Boccadoro“. E’ un romanzo da adolescenti, ma mi è sempre piaciuto. Presenta questo dualismo fra chi rappresenta la vita e chi la vive. E la domanda è: è possibile riunire queste due realtà in un’unica anima, un unico cuore, un’unica carne?”

Fra Milton, Hesse e de Quincey, mi viene in mente che anche gli Iron Maiden hanno usato spesso citazioni letterarie: Huxley, Coleridge, Allan Poe… “Sì, gli Iron Maiden hanno un bel po’ di colpe! – racconta Diego – E anche i Metallica, i Black Sabbath… Purtroppo nell’era di Spotify il testo ha perso valore, ma mi piacerebbe che le persone leggessero quelli che scrivo. Noi siamo cresciuti con il booklet, ci sono cd che ho imparato a memoria così.”

Oltre ad avere “un bel po’ di colpe”, Iron Maiden e colleghi sono ancora i veri headliners del metal, gli unici che in questo genere riempiono gli stadi anche dopo 30 o 40 anni di carriera. Forse nel metal non c’è mai stato un vero cambio generazionale? “Hanno inventato un genere i cui confini sono molto stretti per chi è ortodosso. – Risponde Diego – La maggior parte del pubblico metal è molto conservativa. Se ti differenzi e provi a sperimentare scavi nicchie ristrette, quindi ti segue meno gente. Se non sperimenti, sei comunque arrivato dopo. Questo accade nel metal, mentre il rock è più vario: nell’ultimo decennio sono venuti fuori i Muse, i Foo Fighters, gli Alter Bridge che comunque arrivano a riempire gli stadi. Nel metal il pubblico è già selezionato e molto esigente. L’ascoltatore medio distratto è meno incline ad ascoltarlo, e se ti differenzi ancor di più.”

Tutto questo parlare di gruppi storici e di booklet (ovviamente presente anche nel cd dei Blue Hour Ghosts) risveglia un’atmosfera da “tempi andati”. Prima di Napster, di Youtube, di Spotify, prima della musica accessibile con un click, della connessione h24 e della sovraesposizione agli stimoli in cui viviamo. A riguardo, Matteo non ha dubbi. “Credo che oggi la difficoltà più grossa sia per chi deve iniziare, cimentarsi da ragazzo trovando qualcuno che offra la possibilità di potersi esprimere”.

BHG02

Continua Francesco: “Quand’ero ragazzino mettevo da parte la paghetta per comprare i cd e giravo con le cuffie cambiando le pile. Adesso i canali sono diversi, ci sono molti più stimoli e per chi fa musica la differenza si sente. A fine anni ’90 le proposte metal a Modena si contavano sulle dita di una mano, adesso c’è più offerta, ma poca possibilità di proporsi. Inoltre, 15 o 20 anni fa l’idea dell’agenzia come mediatore non c’era, invece adesso è un canale preferenziale. Da soli è un lavoro faticoso, bisogna andare nel locale (salve, buonasera), rovinarsi il fegato dieci sere di fila, farsi vedere, convincere il gestore che di solito risponde Voi non mi portate valore aggiunto… L’offerta potenziale è maggiore della domanda reale: non c’è un interesse così grande nell’andare ad ascoltare musica originale.”

E quindi, qual è il ruolo delle agenzie in un mondo dominato dalla “sovraesposizione” e dalla scarsa domanda di pubblico? “Se uno vuole esporsi, paga. – Continua Francesco – Hai mai suonato davanti a 10.000 persone per diverse sere di fila, sempre pronto senza sbagliare niente? No. E allora vedilo come un investimento su di te. Tempo fa esisteva qualcuno che ti diceva: Mi piaci, ti pago il disco. Adesso dicono: Mi piaci, dammi questi soldi che ti produco il disco. Gli intermediari hanno valore nei confronti del mercato perché sono un filtro.”

Quando inizia ad avvicinarsi l’ora di concludere, dopo aver viaggiato nello spazio e nel tempo, torniamo nel nostro piccolo mondo modenese. Modena è un buon palco per il metal? Risponde Simone. “Ci sono palchi belli e grandi come il Vox, altri più piccoli ma interessanti come lo Stone di Vignola, e poi una serie di circoli nella Bassa come la Fermata 23, l’Ekidna o lo Zazza Bar dove abbiamo fatto il nostro release party. A Modena, però, il circuito è abbastanza spostato sull’indie rock quindi posti come l’Off e il Vibra. Fino a qualche anno fa avevamo il Borderline, ma purtroppo non c’è più e abbiamo perso qualcosa di interessante per il nostro genere. L’unico posto valido per una band che fa metal, anche più estremo del nostro, è la Tenda. Propone band di livello, sia italiane sia straniere, è ben curato e non ha nulla da invidiare ad altri posti in giro per l’Italia.”

Ormai sono le otto di sera, il Ristretto si è riempito e anche la città è piuttosto animata pur essendo un giovedì. Sarà perché è quasi primavera. Di lì a poco, i Blue Hour Ghosts devono partire per andare in saletta. Nel futuro immediato ci sono le prove (e la promozione del disco). E nel futuro prossimo? “Tutto è molto legato alle opportunità. Torniamo al problema della sovraesposizione e dei troppi stimoli. Cosa devi fare per emergere? Ti devi vestire in modo strano, devi fare qualcosa di eclatante, devi stupire, devi shockare… e la musica dove sta? – Conclude Diego – Forse noi siamo già troppo vecchi per capire queste dinamiche, ma il discorso che ci siamo fatti è: a noi interessa la musica. Prima cosa, la musica. Seconda cosa, la musica. Terza, la musica. Poi, forse, viene tutto il resto”.

CONDIVIDI
Nata a Modena, si è laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa. Lavora come autrice e copywriter collaborando con agenzie di comunicazione, enti culturali e giornali.

NESSUN COMMENTO

Rispondi