La solitudine di Biancaneve nella città vuota

La solitudine di Biancaneve nella città vuota

La diciassettenne Ilaria - protagonista di "Bianca neve", romanzo del giovane Andrea De Carlo - frequenta il quarto anno di un liceo di Modena. Tra scuola, sport e pettegolezzi i giorni scorrono via tutti uguali, ma il senso di vuoto e la solitudine finiscono per segnare la sua vita da adolescente. Fino a farla decidere di sperimentare la strada della cocaina che da subito le sembra l’inizio di una nuova vita quando, in realtà, sarà solo l’inizio della fine.

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Ne parlano ormai tutti i giovani modenesi. Sta animando le assemblee di istituto delle scuole medie e superiori incontrando centinaia e centinaia di adolescenti, col supporto di psicologi e della polizia municipale. Le TV locali gli hanno dedicato servizi e interviste, così come tutte le testate giornalistiche. Andrea De Carlo – il destino nel nome – eroe diciannovenne dell’informazione e della lotta alle droghe in città, protagonista di un ambizioso progetto editoriale di Massimo Casarini – Damster ed Edizioni del Loggione – occhieggia dalle copertine dei social ricordandoci che sì, si può diventare scrittori anche se appena maggiorenni.

“Bisogna trovare modi alternativi di proporre un libro”, afferma Massimo Casarini in un’intervista a TVqui e, nel caso di Bianca Neve di Andrea De Carlo, l’operazione appare pienamente riuscita, anche grazie alla bellezza inquieta della giovane Sara Ascari, studentessa dell’Istituto Selmi, che, nei diversi booktrailer, interpreta Ilaria, la protagonista del libro che, dai banchi di scuola di una Modena borghese e sonnolenta, è sedotta dalla cocaina. Tutti ne parlano, dunque, ma chi ha letto davvero questo libro?

A proprio agio nell’immergersi nei pensieri di una ragazza, De Carlo costruisce una trama godibile per un pubblico di suoi coetanei e fonte di interesse per gli adulti che si chiedono cosa passi per la testa dei giovani d’oggi. Ilaria è un’adolescente di provincia e, come migliaia di adolescenti, tiene un diario in cui descrive il nulla e la monotonia da cui è avvolta la sua vita. Con l’unico sogno: “dormire per giorni e giorni senza pause”. La scuola le interessa molto poco, la lancetta dei secondi si muove lenta tra una “rapida occhiata alla bacheca di Facebook e l’intervallo” mentre pensa a tutto tranne che alle lezioni. È a quel punto della giovinezza in cui tutto quello che una volta generava entusiasmo e voglia di vivere diventa un peso. E gli adulti non sono d’aiuto, anzi appaiono degli esseri ambigui, ipocriti e incoerenti, come il padre che non si fa scrupoli ad usare la violenza piuttosto che ascoltare quello che la figlia ha da dire e come i professori “che sono una categoria strana e spesso anche molto furba. Ti dicono che non è importante il risultato finale delle verifiche o delle interrogazioni, ma che conta come ci sei arrivato; ti riempiono la testa di sciocchezze” e alla fine si limitano a fare la media matematica con la sola ossessione di finire il programma.

Nemmeno Modena offre un appiglio di appartenenza: davanti ai nomi dei partigiani morti per la resistenza “me ne infischio, vado avanti e penso ai fatti miei”, pensa la protagonista, “come me, anche tutti i miei concittadini. Gente che quando gli va si interessa e quando non gli va passa avanti incurante di tutto e di tutti”.
L’avventura di Ilaria comincia, poco verosimilmente, in un parco modenese, con un tiro di canna offerto da uno sconosciuto, e, molto più verosimilmente, continua con una pista di coca a una festa organizzata dai rappresentanti d’istituto, durante la quale tacco dodici, minigonna e camicia di pizzo nera non riescono a salvarla dalle conversazioni vuote e noiose e da un senso crescente di solitudine, mentre ci riescono le attenzioni del padrone di casa e le sue eccitanti abitudini “da grande”. “Era a pochi centimetri da tutti, ispirava tranquillità calma, così pura, quasi neve. […] Come potevo dire di no? Come potevo dire di sì? […] La polverina non era più lì, non più soffice, non più innocua, non più bianca, non più neve. La polverina ero io.”.

Bianca NeveCoca Bamba Svelta Barella Merce Dinamite Pallino Bagna Sciusta Polvere di stelle Crack Busta Storia Striscia Pista Granita Cubaita Snow Big c Vitamina C Latte Bomba Polvere bianca Neve. Le schede informative sull’universo droga, inserite a più riprese nel racconto, tradiscono l’intenzione didattica del progetto. Andrea De Carlo segue buoni consigli e si pone da educatore, fingendosi un giovane che parla ad altri giovani, si direbbe paradossalmente. La conoscenza delle sostanze stupefacenti appare, per sua fortuna e merito, mutuata dalle semplificazioni della cronaca e dei teen movies. Gli effetti dell’assunzione sono immediati e sorprendenti al punto che basta un tiro o una sniffata per essere sgamati dagli amici.

Eppure, c’è qualcosa che aggancia il lettore: gli aspetti “positivi” dell’uso delle sostanze. Coraggiosamente, si mette in luce il divertimento, il senso di onnipotenza e il rinnovato entusiasmo. “Prima del declino, Napoleone Bonaparte è stato un grandissimo condottiero, il migliore dei suoi tempi. E così sono le prime strisce di coca o la prima iniezione endovena di eroina. Raga, prima di farvi male, di logorarvi, rovinarvi e uccidervi, la droga vi fa sentire Dio”, scrive l’autore nell’introduzione. Inoltre, le parti non narrative riescono anche a svelare qualche curiosità sull’argomento. Tra queste, assai criticata ma affascinante la teoria secondo cui i nomi dei sette nani di Biancaneve, il film di Walt Disney, non sono altro che gli effetti della cocaina appunto la White Snow; vanno infatti da Happy (Gongolo) a Sneezy (Eolo da sneeze: starnuto, starnutire), da Grumpy (Brontolo, irritabile) a Sleepy (assonnato come il tossico affetto da stanchezza cronica).

Mentre “la neve cade”, non tardano ad arrivare gli effetti nefasti: giudizi pesanti da parte degli amici e successivo isolamento, susseguirsi di alibi sempre più scricchiolanti, fino alla fuga a Bologna che offre un ulteriore spaccato sul consumo di droghe tra i ragazzi. La scena si svolge in un locale frequentato ugualmente da sbarbatelli e da trentenni “cane al guinzaglio e pinta di birra in mano”, dove, al posto della musica techno, si sentono slogan su rivoluzione autonomia e contropotere e dove l’unica differenza tra i presenti sta in quale droga ci si mette in fila per andare a consumare in bagno. È qui che lo squallore prende il posto dell’onnipotenza, tra viscide mani di quarantenni nei vestiti mentre si balla e i fiotti di vomito tra i piedi.

Sembrerebbe finita la honeymoon con la cocaina ma, alla fine, “Bianca Neve” sorprende il lettore lasciando aperto l’interrogativo morale su chi sarebbe potuto intervenire per fermare la parabola discendente della protagonista. Gli amici, la famiglia, la scuola, qualcuno.
Ma forse, forse, a Ilaria va bene così.

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Penso, insegno, scrivo, vivo. Non sempre nell’ordine.

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