Appunti di una volatrice seriale

L’esperienza tragicomica di chi, praticamente una volta alla settimana, prende l’aereo da Bologna, per poi volare a Londra. Un articolo di Marianna Sautto.

Voi quante volte avete volato da aeroporti dell’Emilia Romagna? Io davvero tante, facciamo sei voli al mese, praticamente quasi sempre da Bologna.
Qualche settimana fa mi sono imbattuta in una serie di articoli ed interviste dai contenuti tecnico-strategici-programmatici e chi più ne ha più ne metta, sugli aeroporti dell’Emilia Romagna. Ecco. Diciamo che mi sono ritrovata a pensare a ciò che vedo io da “formichina” rispetto alla vision dei giganti che stanno nella stanza dei bottoni.

Cercherò di farvi una sintesi dei contenuti chiave di ciò che ho letto.
L’aeroporto Marconi di Bologna ha visto un significativo aumento in termini di traffico passeggeri nel 2016 e punta ad un traffico di 10 milioni di persone nel 2020; ha ricevuto il “welcome chinese”, il riconoscimento da parte delle autorità cinesi come aeroporto idoneo, in base a determinate caratteristiche, ad “accogliere” utenti cinesi (riconoscimento, in Italia, avuto solo da Roma Fiumicino), consacrando così l’apertura al Far East; il PRIT 2025 (Piano Regionale Integrato Trasporti) delinea il ruolo di hub internazionale per il Marconi di Bologna, per il Verdi a Parma la funzione di scalo cargo e per il Fellini a Rimini il polo di riferimento turistico per i charter; nel 2019 è prevista l’inaugurazione del People Mover, un monorotaia che collega in soli 7 minuti la stazione ferroviaria AV con l’aeroporto di Bologna.

Fantastico, no?! Un quadro davvero di grande rilievo e con prospettive sfavillanti. Ora vorrei condividere con voi quello che io, la formichina di cui sopra, vedo ogni volta che devo prendere l’aereo.
Premetto che nell’ultimo anno ho volato da Bologna, da Malpensa e una volta su Parma, con destinazione primaria Londra, ma anche Palermo, Washington, Cancun. Ma torniamo a casa nostra, Bologna.

Capitolo 1. L’arrivo in aeroporto. Già dall’ingresso nell’area dell’aeroporto una cosa che colpisce è la coreografia, per carità anche colorata e caratteristica se vogliamo, delle auto che formano una serie di anelli concentrici ai bordi della rotatoria che sta davanti agli ingressi dei parcheggi e dell’aeroporto stesso: sono così tante che ti chiedi se sei finito in una concessionaria o alla fiera dell’auto usata. Ci sono anche quelli che, arrivati tardi al raduno e non trovando un buco, continuano a girare nella rotonda come criceti sulla ruota (i più pigri) oppure (i più temerari o quelli che hanno il gpl che consuma meno forse) si allungano a fare il giro fino alla rotonda fuori dalla zona aeroportuale, così non rischiano di vomitare come sulle giostre e ammazzano di più il tempo. Perché??? mi domando. Hanno anche creato un parcheggio enorme all’ingresso dell’aeroporto con un cartello di un bel color rosa, chiamato “wait zone”, gratis, e dico gratis per un’ora dove anche quelli ansiosi come i miei genitori che partono da casa quando io ancora non mi sono imbarcata a Londra, possono aspettare i propri cari senza farsi venire la labirintite e senza creare ingorghi e trappole mortali. E invece nulla, e sempre praticamente deserto.

Capitolo 2. Il parcheggio Kiss & Fly. Oh, questo è il mio preferito. Per chi non lo sapesse il Kiss&Fly è quel parcheggio immediatamente antistante alle porte dell’aeroporto che è gratuito per 10 minuti: tu prendi il biglietto, entri, parcheggi, fai scendere il tuo fidanzato, marito, figlio, nonno, gli dai un bacio (ecco il Kiss!) e lui passa alla fase Fly, tu esci nei 10 minuti e non paghi nulla. Sarebbe tutto magnifico, ma…. io non so perché (anzi lo so) il Kiss&Fly è la zona più incasinata e disordinata dell’intero aeroporto. C’è la coda che neanche sulla Salerno Reggio Calabria il 14 agosto e rischi di rimanere lì per mezz’ora tutte le volte e sapete perché??? Perché tutti, esauriti i 6-7 posti a 2 cm dalla porta vogliono scaricare i passeggeri il più vicino possibile quindi decidono di fermarsi, all’italiana maniera, in mezzo alla strada, scaricare i parenti/amici, salutare, controllare se i vasetti di melanzane sott’olio sono a posto, che l’ossobuco sia ancora sottovuoto poi risalire in macchina e andare. Ricordate i 10 minuti gratuiti? Ecco si rischia sempre di dover pagare il parcheggio perché c’è questa simpatica abitudine…che poi la gente in fila viene presa dall’ansia e si innervosisce sentendo il tic tac del cronometro che fa il conto alla rovescia sulla gratuità, e poi a loro volta (e mica sono fessi!) per “principio” fanno la stessa cosa…e non se ne esce più. Letteralmente. Quindi quando arrivi tu devi praticamente scaricare il tuo passeggero in corsa, che più che Kiss&Fly il parcheggio devono chiamarlo Kick&Fly.

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Capitolo 3. L’area partenze. Se non ti sei ferito gravemente quando ti hanno scaricato al volo dall’auto, arrivi alle scale mobili e ti ritrovi a due metri dai primi gate automatici che leggono con uno scanner la carta d’imbarco. Ora, essendoci pochissimi metri dalle scale mobili ai gate (che sono 4 più 1 per le famiglie), se poco poco c’è la fila si crea tipo muraglia cinese davanti all’uscita dalle scale mobili e la gente si ammucchia (siamo un popolo anti-fila, lo sapete sì?!) lì sul “pianerottolo”, proprio davanti allo store Victoria’s Secret. Ho pensato che potesse essere un’efficace strategia di marketing, così le donne ammazzano l’attesa scegliendo qualcosa da comprare e gli uomini ammazzano l’attesa fissando i mega poster delle modelle. Ma andiamo oltre.
Superato il gate con lo scanner (vi risparmio il passaggio dove le persone strisciano in tutte le maniere la carta d’imbarco fino a che presi dalla disperazione provano con le impronte digitali, la scansione del bulbo oculare, i parametri biometrici…), sei già in fila per i controlli di sicurezza. Sì, “già” vuol dire che appena passi il gate, il passo successivo ti mette nella fila per i controlli. Mi chiedo: quando i tre-quattro serpentelli di fila (che in realtà è un gomitolo dato che sei a 10 metri forse dai varchi dei controlli) sono pieni e la fila arriva ai gate automatici che si fa? Una fila unica tra chi scende al Kiss&fly, chi sta sulle scale mobili, chi sta in fila davanti a Victoria’s Secret, chi è finito in fila nell’area relax e chi è ancora in tangenziale?

Capitolo 4. I controlli. Ragazzi, non mi voglio dilungare, l’amarezza non me lo permette. Che ci siano centinaia, o migliaia o milioni di persone, i varchi attivi per i controlli di sicurezza sono 3, quando va bene 4 (mai visti), anche perché, non ricordo bene, ma ad occhio non ce ne sono molti di più! Aggiungeteci la resistenza probabilmente genetica ed ereditaria che noi italiani abbiamo a uniformarci alle regole dei controlli ed è fatta. Gente che regolarmente prepara la busta dei liquidi quando è già sul rullo, che nonostante sia detto e ridetto non si toglie gli spiccioli dalle tasche (forse perché per abitudine pensa che in questo Paese ti spillino soldi in ogni occasione), poi ci sono quelli che hanno nel beauty-case una limetta per le unghie metallica, lunga 32 cm, che in confronto Jack Lo squartatore era la vera estetista, e si stupiscono che gli dicano qualcosa. E lasciamo stare gli episodi di isteria quando a qualcuno viene buttato via il flacone da 350ml di dopobarba Pino Silvestre che tutti i piani di seduzione vanno a monte. Insomma, un inferno.

Fonte immagine.

Capitolo 5. Forse si parte. Tutti sappiamo che chi vola con le compagnie low cost non può esimersi (a pena di portare la lettera scarlatta “S” di snob seduto) dal mettersi in fila in piedi al gate per l’imbarco anche un’ora prima dell’apertura, per evitare come la peste bubbonica di farsi imbarcare il bagaglio. Su questo devo ammettere che lo faccio anche io, ma semplicemente perché una volta arrivata a Londra devo correre a prendere un treno, poi tre metro e poi un po’ di cammino e dopo 2 ore sono a casa e quindi mi metto in modalità macchina da guerra e cerco di risparmiare ogni secondo di tempo! Data a me stessa un’obiettiva e imparziale giustificazione (!) torno al fenomeno di massa: è come un istinto primordiale, se si alza uno e si mette in fila gli altri vengono attirati come calamite; a volte uno si alza per buttare un fazzoletto nel cestino vicino al gate e c’è qualcuno che scatta immediatamente come Bolt quando sente lo sparo dello starter. Oltre a voler evitare di farsi imbarcare il bagaglio, tutti lo vogliono esattamente sulla propria testa, nella cappelliera col numero del posto a sedere, vantandone il sacrosanto diritto. E via di discussioni e risse che fanno partire in ritardo il volo perché molta gente deve essere sedata o messa a sedere con la forza dalle sorridenti hostess (credo facciano dei cicli di supporto psicologico per questa guerra dei bagagli e altre manie dei passeggeri, soprattutto per evitare che siano hostess e steward a usare violenza).

Tutto questo per dire che i grandiosi scenari delineati da quegli articoli cozzano un po’ con ciò che vedo ogni settimana nel nostro aeroporto. Sicuramente ci saranno anche dei progetti strutturali da mettere in campo, ma credo che forse, la prima ristrutturazione da fare sarebbe nelle nostre abitudini e nel nostro approccio alle regole.

Buon viaggio a tutti!

Marianna Sautto

In copertina, un’immagine di Magro Kr in licenza CC

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