180 mila bombe da 623 chili l’una

180 mila bombe da 623 chili l’una

In un anno ogni modenese produce oltre sei quintali di rifiuti urbani. Una quantità che moltiplicata per i 184.998 abitanti del solo capoluogo innalza una montagna (virtuale) di centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura. E anche se siamo tra i migliori nella raccolta differenziata, non basta. Probabilmente arriverà il giorno in cui semplicemente dovremo consumare meno. O meglio.

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“Non ti alzi da tavola finché non hai finito tutto quello che hai nel piatto!”. A chi, da bambino, non è capitato di sentirsi ripetere con tono severo una frase come questa dalla propria nonna o dal nonno, da mamma o papà? Per le passate generazioni, soprattutto per quelle che hanno vissuto la guerra (che ci sembra lontanissima, ma in verità è cosa di soli settanta anni fa), il concetto di “spreco” era semplicemente inammissibile. Gettare qualcosa che il cielo, o chi per lui, ci aveva generosamente offerto era un vero e proprio scempio. E non solo per quanto riguarda il cibo, ma anche per i vestiti, la bicicletta, la macchina, gli oggetti per la casa. Insomma, le cose duravano anni prima di finire nella spazzatura. Chi aveva sperimentato la povertà, la fame e le ristrettezze dovute al conflitto dava un valore agli oggetti (a torto o a ragione) molto diverso da quello attuale. L’individuo, anche se la causa non è da ricercarsi nella preoccupazione per le sorti della salute del pianeta quanto invece in motivi di natura culturale e economica, era molto più attento alla propria e personale produzione di rifiuti.

Oggi, l’individuo è sì più consapevole, perché lo Stato si preoccupa molto di più di trattare i rifiuti in modo ecosostenibile, ma in generale si consuma e spreca molto di più e il nostro rapporto con “le cose” è molto cambiato. Nonostante quindi negli ultimi anni si sia molto diffusa una coscienza ecologista che ha portato interi Stati dell’Occidente ricco ad adottare misure legate allo smaltimento dei rifiuti che, per fortuna, si sono enormemente evolute rispetto alle pratiche in uso nel passato che consistevano sostanzialmente nell’abbandonare i rifiuti urbani fuori dalle città aspettandosi che la natura le eliminasse naturalmente, produciamo spazzatura in quantità industriale.

Il 30 gennaio scorso, Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europa, ha reso pubblici i dati relativi ai rifiuti urbani nei vari paesi della UE. Come si è detto, oggi ci sono molti organismi che operano sul territorio per favorire il riciclaggio e la diminuzione di materiale di scarto, e in effetti i dati registrati dimostrano che gli europei, in questi ultimi dieci anni, tendono a produrre meno rifiuti rispetto al picco raggiunto all’inizio del nuovo millennio (anche se si registra un leggero aumento rispetto al 2007, anno in cui i numeri sono iniziati a risalire. Siamo infatti passati dai 474 kg a persona del 2014 a 527 kg nel 2015). E inoltre, riciclano molto: il 46% dei rifiuti urbani (RU), nel 2015, è stato riciclato o compostato. Eurostat ha inoltre rilevato che i Paesi a superare i 600 kg a persona di media, quindi a produrre più spazzatura, sono la Danimarca, Cipro, Germania, mentre quelli a produrne meno sono generalmente i Paesi dell’est Europa, con meno di 300 kg a rapportorifiutipersona. L’Italia è giusto a metà, mentre – secondo quanto riporta l’ultimo rapporto dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale –  l’Emilia Romagna in particolare non va troppo bene, producendo una media annua di 642 kg di rifiuti urbani ad abitante. Modena nel 2015 è arrivata a 623,5 kg per abitante, ma si dimostra abbastanza reattiva alle tendenze attuali legate ai processi di recupero e riciclaggio dei rifiuti vantando, nel 2015, una percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti pari al 61,5 %, seconda solo a Reggio Emilia e a Parma. La nostra città, tra il 2011 e il 2015, è rimasta tendenzialmente stabile con una produzione di spazzatura che si aggira intorno alle 437.000 tonnellate, ma è stata capace di aumentare la raccolta differenziata passando dalle 230.000 tonnellate circa di rifiuti differenziati del 2011 alle 268.000 tonnellate circa del 2015.

E’ un buon risultato, considerando anche che l’Emilia Romagna è stata una delle prime regioni che negli anni ’70 si è preoccupata di uno smaltimento più ecosostenibile dei rifiuti. Ma è davvero abbastanza? La ricchezza ha le sue controindicazioni: si acquista molto di più ogni genere di prodotto e, conseguentemente, si produce molta più spazzatura. Intorno al settembre 2016, Modena si è trovata ad ospitare una nuova apertura di uno dei brand di moda low-cost più gettonati del momento, Stradivarius. Il marchio spagnolo fondato nel 1994 è solo l’ultimo dei tanti negozi di cosiddetta “fast fashion” che hanno aperto i battenti nella via Emilia modenese, dopo H&M e Zara nel 2014. L’industria della moda – come spiega bene il documentario del giovane regista Andrew Morgan, The True Cost – è una delle più inquinanti in assoluto per il pianeta, e ancora oggi, generalmente si disinteressa delle condizioni lavorative degli operai dei propri fornitori: quasi tutti gli abiti “low cost” che indossiamo sono prodotti nei Paesi più poveri del mondo, dove certo non esistono i sindacati. Nel suo viaggio alla scoperta del vero costo di questo tipo di prodotti, Morgan è stato in Bangladesh, in India, in Cambogia, “per spiegarci il prezzo umano di quella maglietta che costa 5 euro da H&M, oppure quei jeans di Zara che vengono prodotto da donne che guadagnano meno di 2 dollari al giorno. Ma anche il prezzo sull’ambiente di un’industria che non ci pensa due volte a buttare agenti chimici nell’acqua dei contadini che producono il cotone”.

[Il trailer in inglese di “The true cost”, il documentario è visionabile sulla piattaforma di streaming Netflix sottotitolato in italiano. La versione integrale, ma in inglese, è disponibile invece su YouTube].
Il problema della fast fashion è solo uno dei tanti esempi in cui dimostriamo che, seppur gran parte di noi si impegni a fare la raccolta differenziata e simili, siamo ancora molto disattenti alle piccole cose, come ad esempio acquistare un prodotto che si deteriora dopo pochi mesi e quindi viene gettato, o ancora usare la macchina per fare pochi chilometri, o svuotare nel cestino un piatto con del cibo che semplicemente non ci va più. Andrea Segré, che insegna all’Università di Bologna nella facoltà di Scienze e tecnologie agroalimentari, ha diffuso e commentato recentemente i dati registrati dalla più importante iniziativa istituzionale dell’Unione Europea che si occupa dello spreco alimentare, il Progetto Fusions. Secondo il progetto, ogni cittadino europeo spreca in media quasi due quintali di cibo all’anno. E le maggiori responsabili, secondo questa ricerca, sono le famiglie, che sprecano all’anno 47 milioni di tonnellate di cibo.

In un sistema contraddittorio e complesso come il nostro, sempre più attento alle questioni ecologiche da un lato ma contemporaneamente alimenta un meccanismo distruttivo per il pianeta, non sorprende che l’individuo si senta schiacciato e di fronte alla possibilità di agire risponda con una scrollata di spalle, pensando “Ma perché devo farlo io? Tanto non cambierà nulla”. Probabilmente è così, e fra qualche decennio, se le cose non muteranno in modo profondo e significativo, non è inverosimile l’idea di raggruppare la spazzatura in una gigantesca palla compressa e di spararla nello spazio, per poi vederla intercettata dallo “sniffoscopio” delle generazioni del futuro che, per non morire, dovranno evitarne la collisione con la terra, come succede nella famosa puntata di Futurama “Palla di immondizia” andata in onda nel 1999.

La palla di immondizia lanciata nello spazio in "Futurama"
La palla di immondizia lanciata nello spazio in “Futurama”

Anche se pensiamo che il cambiamento debba avvenire prima di tutto da chi ha il potere, consoliamoci almeno pensando che una piccola azione quotidiana, seppur non cambi nulla o quasi a livello globale, potrebbe egoisticamente farci sentire un po’ più a posto con la nostra coscienza. Le cose da fare non sono molte, sono piccoli accorgimenti che, anche se all’inizio possono sembrare un fastidio, alla fine, con un po’ di volontà, ci sembreranno naturali .

La settimana europea per la riduzione dei rifiuti, realizzata con il supporto dalla Commissione Europea, propone qualche idea pratica e funzionale. Dalle più classiche “Bevi acqua dal rubinetto” e “Usa pile ricaricabili” a “Depilatevi con i rasoi e non con le lamette”. E, soprattutto, non alzatevi da tavola se non avete finito tutto quello che avete nel piatto.

Fonte immagine di copertina: “Nuova società“. 

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Alice Norma Lombardi è nata nel 1991. È cresciuta a Vittorio Veneto e ha studiato a Modena. Ama Tolstoj.

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