Quelle ragazze che non si prestano al giogo mediatico

La polemica è esplosa online con tanto di screen shot a documentare la proposta indecente: “Ti paghiamo e ti diamo visibilità in un grande network basta che fai la musulmana integralista coperta da capo a piedi”. Questa in soldoni la richiesta giunta a Sara Ahmed e a tante altre ragazze per farle abboccare a un giogo mediatico anti-islamico sempre più frequente che nutre oggi la forma di razzismo più diffusa in Occidente: l’islamofobia. La denuncia parte da un gruppo di ragazze musulmane di seconda generazione che hanno ricevuto tutte più o meno la stessa richiesta da parte di un noto programma della TV commerciale. “Mi hanno chiesto di interpretare una musulmana maltrattata dal marito barbuto violento, o in alternativa di inscenare la protesta di una petulante fondamentalista musulmana in burqa che litiga con il preside della scuola del figlio perché in classe c’è un crocifisso o un presepe”, dice Sara Ahmed, 25enne, egiziana, studentessa in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma.

Una messa in scena pretesa dalla redazione del programma che ha semplicemente spulciato fra i profili personali dei gruppi Facebook dei musulmani in Italia per trovare contatti e soggetti che si prestassero a confermare i più biechi cliché sui musulmani. “Non sono stata la sola ad essere stata contattata – continua Sara – nei media italiani prolifera la tendenza a giocare al massacro sulla pelle dei musulmani cavalcando le paure popolari intossicate da una propaganda anti-islamica” che si è intensificata nell’ultimo biennio a causa degli attentati in Europa attribuiti all’Isis.

“Non siamo un format televisivo, siamo stufi di essere dipinti come macchiette o fenomeni da baraccone quando non apertamente come terroristi”, dice un’altra ragazza che desidera mantenere l’anonimato e che è stata contattata per lo stesso programma. Sara Ahmed aggiunge: ”è scorretto ed è pura disinformazione: non conosco musulmane di seconda generazione maltrattate e in condizione di subalternità, la realtà delle seconde generazioni in Italia è molto più complessa e articolata: oggi queste ragazze studiano, si laureano e partecipano alla vita civile; e poi è ora di finirla con la questione del burqa perché questo tipo di velo si porta solo in Afghanistan ed è un retaggio culturale locale e non una prescrizione religiosa”.

La facile stigmatizzazione televisiva della diversità non è un fatto nuovo in Italia. Basti ricordare il recente caso del falso rom polivalente che spiegava poco più di un anno fa davanti alle telecamere di un programma Mediaset i dettagli del suo lavoro di ladro e truffatore incallito. Il “rom” era un attore amatoriale ed è finita che il giornalista incaricato del servizio, Fulvio Benelli, è stato licenziato.

“Sono colpevoli di aizzare gli istinti più bassi del pubblico. L’intento è di soffiare sul fuoco quando si parla di Islam mostrando i musulmani come incompatibili con le società occidentali, si tratta di vera denigrazione a sfondo religioso. I media sono responsabili di amplificare situazioni che nella realtà sono molto rare, gli uomini dispotici esistono in ogni latitudine e orizzonte religioso ”, conclude Sara Ahmed.

Anche a Modena è successo un episodio analogo. Un tentativo di reclutamento e di riproduzione “di un’idea di donna musulmana”. Un episodio rivelatore delle difficoltà di fare informazione, anche in buona fede, sull’Islam senza rimestare nel fango, evitando di utilizzare le due macro-categorie pret-à-porter maggiormente in voga: da una parte i musulmani estremisti e luttuosi che rifiutano l’integrazione e odiano gli europei e dall’altra abbiamo, al contrario, i musulmani troppo moderni, occidentalizzati, immemori delle loro origini, quelli che riempiono le pagine di cronaca nera dei rotocalchi, ma non solo ,quando succede qualche dramma famigliare del tipo: “Fatima è stata uccisa dal padre perché voleva vivere all’Occidentale: andava in discoteca e portava la minigonna”.

L’autunno scorso una trasmissione più blasonata e progressista del servizio pubblico ha incassato un secco ma educato “niet” da parte di alcune ragazze modenesi di famiglia musulmana.

In questo caso l’idea preconcetta da confermare era quella della musulmana moderna, indipendente, emancipata. Come dire: l’Islam è una religione di oppressione e liberticida e le ragazze di seconda generazione che non si velano o che reinventano il loro modo di portare il velo sono le nuove femministe, le eroine di una guerra per la libertà individuale, interpretata con i canoni occidentali.

Hayette Chiekh, modenese di origini marocchine, cresciuta in Emilia, musulmana velata e praticante nonché studentessa universitaria è una delle ragazze che ha rifiutato. “Non mi sono fidata, non sapevo quale messaggi volevano veicolare e in questi tempi è sempre meglio mantenere un profilo basso, se si è musulmani praticanti come me”, dice la ragazza, cofondatrice di Verde Jennah una start up di Modena attiva nel campo della moda islamica applicata all’Occidente.

“Credo che sia anche molto poco professionale contattare a casaccio delle musulmane setacciando sui social network i profili di musulmane plausibili, lo considero una bassezza e un’intrusione: la religione è una cosa talmente personale che le vere credenti non si prestano a questo massacro mediatico”, dice Hayette. “Il risultato finale di queste trasmissioni, siano esse in buona o in cattiva fede, è quello di lasciare giudicare ad un pubblico fortemente prevenuto nei confronti dell’Islam, la vita di noi giovani musulmane. Non ci trovo niente di positivo, inoltre molte di noi rivendicano solo il diritto di non apparire, di non partecipare a dibattiti viziati e intossicati in cui veniamo passate sotto i raggi X da persone non necessariamente qualificate a farlo: no, grazie”, chiosa la studentessa.

All’opposto estremo troviamo un’altra ragazza di origini marocchine, non velata e vestita in modo casual, che preferisce rimanere anonima. Anche lei è stata contattata. Anche lei ha declinato l’offerta. “Per me si trattava di una trappola, dovevo incarnare la ragazza musulmana non velata, ribelle e anti-conformista ma io sono solo una ragazza come tante altre, studio, lavoro e vivo il mio tempo”. In questo caso si trattava di affibbiare a certe musulmane una caratteristica individualista liberatrice dalle catene delle prescrizioni dell’Islam. “Ma io non mi sento rappresentativa di nessuna categoria e soprattutto non voglio passare per una rinnegata, per una ragazza che ha abbandonato le sue radici”.

Queste testimonianze ci parlano della percezione e delle forzature che colpiscono le seconde generazioni di famiglia musulmana, specialmente di genere femminile poiché un velo in testa oggi non passa inosservato ed è confuso come simbolo politico, di chiusura comunitaria, di autoghettizazione. Queste ragazze che si rifiutano di partecipare appartengono a un mondo, quello islamico, che non è un monolite e nel quale esiste una via di mezzo fra gli estremi rappresentati dai media, una realtà più equilibrata che non trova spazio nei mainstream sospeso nell’idea di una musulmana in burqa maltrattata e di una musulmana in minigonna, donnaccia dell’Occidente.

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