Una storia reggiana: la favola degli Sheepers

Una storia reggiana: la favola degli Sheepers

La cooperativa L'Ovile di Reggio Emilia accoglie 140 rifugiati economici nelle sue strutture. Di ogni età e etnia ai migranti si insegna l'italiano e una professione. Nel tempo libero, la Onlus ha formato una squadra di calcio mista che partecipa ad un torneo amatoriale di cui guida la classifica

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Si chiamano Philémon, Oumar, Abdoul, Sinaly, Lamin, Nasir e Masil. Vengono dal Mali, dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio, dal Gambia, dal Pakistan e dall’Afghanistan. In fuga dalla miseria hanno letteralmente attraversato il deserto, il Mediterraneo, o superato le montagne dell’Europa dell’Est, dei Carpazi e dei Balcani, lasciando famiglie e affetti dietro di loro. E’ l’esodo senza fine dei cosiddetti migranti economici, persone in marcia continua, in movimento, in cammino alla ricerca del benessere verso il ricco nord del mondo. “Smistati” a Bologna, vivono oggi nelle città emiliane: a Reggio e provincia sono circa 1400, in prevalenza uomini. Di questi, 140 (il 10% di tutta l’accoglienza reggiana) hanno trovato rifugio nelle strutture de L’Ovile, una cooperativa sociale di tipo misto A e B fondata nel 1993 che costruisce percorsi riabilitativi a persone in stato di bisogno attraverso l’accoglienza e l’inserimento.

L’Ovile si occupa della seconda accoglienza, quella che subentra dopo la prima fase in cui i migranti vengono sistemati in alberghi. In collaborazione con altri enti laici e cattolici, sia pubblici che privati del territorio, mette a disposizione piccole abitazioni ai migranti in attesa dello status di rifugiato che consentirebbe loro di rimettersi in cammino sempre più a Nord, sognando la Germania e la Scandinavia come gli Europei fantasticano di vacanze esotiche su lidi tropicali. Negli appartamenti vivono in 4, spesso di nazionalità, lingua e cultura molto diversa gli uni dagli altri e dividono gli spazi, la cucina e le stanze da letto.

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Sono tutti maggiorenni, la fascia di età più rappresentata è quella dei 20-30enni ma non mancano padri di famiglia quarantenni in cerca di redenzione. Sebbene spesso in queste abitazioni vivano africani cristiani a fianco di asiatici musulmani, di cortocircuiti culturali o altre diffidenze reciproche non ne esistono, alle reticenze personali prevale il senso del vivere in comune e la convinzione di essere sulla stessa barca. Come argent de poche percepiscono ogni giorno sei euro: ”Per le piccole spese, la ricarica telefonica, un panino, le sigarette”, dice Dario Rossi, 26 anni, educatore presso la cooperativa sociale.

Il 90% di loro non ottiene lo status di rifugiato e fa ricorso perché la posizione dei migranti economici è controversa. “Non scappano necessariamente da scenari di guerra anche se tutti vengono da paesi molto poveri a forte instabilità politica”, afferma Rossi. Quando arrivano nelle strutture de L’Ovile sono spaesati ma consapevoli di essere inseriti in un percorso che punta alla loro inclusione sociale. Alcuni parlano un po’ di italiano dopo appena poche settimane “soprattutto i migranti dai paesi francofoni come il Mali e la Mauritania che parlano una lingua neolatina come l’italiano”, osserva l’educatore che sottolinea quanto sia fasulla la storia dell’invasione islamica d’Europa “poiché una vasta maggioranza dei ragazzi che arrivano sono di fede cristiana”.

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La cooperativa L’Ovile organizza le giornate per i 140 ospiti temporanei. Molti migranti sanno leggere e scrivere ma non mancano sacche di analfabetismo: “Vanno a scuola 3 volte a settimana nei CPIA del Comune (Centro Provinciale Istruzione Adulti), gli istituti ex CTP. A scuola imparano l’italiano e la cultura italiana. Inoltre grazie alla collaborazione con altre associazioni e enti pubblici, ogni settimana svolgono un certo numero di attività pratiche, come laboratori di pittura e corsi di formazione professionale.
“Spesso ci chiedono di trovare loro un lavoro, spieghiamo loro che non è facile, che c’è la crisi economica in Italia e che ci sono 50enni italiani sul lastrico in cerca di impiego. ll nostro compito è quello di descrivere loro con realismo la situazione e fornire loro tutti gli strumenti necessari per cavarsela, là fuori”, spiega Dario Rossi. Così L’Ovile organizza corsi per diventare saldatori ma anche lezioni di cucina agli aspiranti chef. Infine alcuni migranti ospiti delle strutture reggiane si offrono volontari nei circoli sociali per anziani o disabili, fanno animazione e cucinano per loro, oppure si adoperano nella manutenzione delle aree verdi della città e in quelle delle società sportive per ripulire i campi da calcio o gli spogliatoi. Talvolta gli educatori li portano nelle scuole superiori della città affinché possano raccontare la loro storia.

Ma non basta. Per favorire una vera integrazione, una reale inclusione è necessario mescolarsi per davvero alla società ospitante. Così entra in scena Dario Rossi, insieme ad altri colleghi, che si inventa la prima squadra mista, profughi e italiani, a militare in un campionato amatoriale di Open a 7. “Oltre ad essere educatore sono dirigente dell’Us Santos 1948 che è una delle due principali società di Reggio e che conta 600 tesserati”, spiega Rossi. All’interno di questa società è nata appena il mese scorso la squadra mista, allenata dallo stesso Rossi, The Sheepers (i “pecorari”), nome autoironico per definire l’appartenenza alla cooperativa L’Ovile degli atleti e recuperare lo spirito semi-serio delle partitelle “scapogli contro ammogliati”.

sheepers03“E’ una squadra mista a tutti gli effetti, oltre ai prestanti ragazzi africani e a qualche educatore e allenatore di altre categorie del Santos, ci sono tanti italiani: alcuni sovrappeso altri negati per il calcio, scoordinati, che partecipano con entusiasmo alla competizione”. The Sheepers sono primi in classifica in un campionato a 12 squadre e sono reduci da due vittorie consecutive: la prima (con un secco 3-0) contro “Dura lex”, la squadra degli avvocati locali, e la seconda (in rimonta 3-2) contro la formazione dell’imam della moschea di Reggio”, dice con soddisfazione l’educatore.

L’anitirazzismo si riflette anche nei colori delle divise dei Sheepers: bianco e nero, a rappresentare una società meticcia. “Esistono già squadre composte da richiedenti asilo ma noi siamo stati i primi a formare una squadra mista”, osserva Dario Rossi. Non è un semplice passatempo, quindi, ma un concreto tentativo di non separare, di non ghettizzare i migranti attraverso lo spirito di gruppo, il gioco di squadra, il calcio, quel linguaggio universale comune ai giovani di tutto il mondo.

Fonte immagine di copertina: Languagecaster.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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