Una modenese da riscoprire: la soprano Maria Pia Pagliarini

Tra gli sconosciuti talentuosi personaggi di cui Modena ha abbondato per secoli e secoli, ad inizio Novecento compare un nome femminile che, prima di Pavarotti, prima della Freni, ha calcato i palcoscenici dei teatri d’opera italiani raccogliendo una discreta quantità di successi, per poi però, a differenza dei due famosi cantanti, venire dimenticata. Il soprano Maria Pia Pagliarini nacque appunto a Modena nel 1902. Il debutto sulle scene della cantante avviene all’età di 19 anni nel ruolo di Nedda ne Pagliacci di Ruggero Leoncavallo al Teatro Paganini di Genova. Per capirci, Pagliacci è l’opera che per molti non significa altro che le riconoscibilissima frase in cui il tenore intona un accorato “Riiiiiiidi pagliaaaaaccio”, tratta dall’aria Vesti la giubba, che proprio il Pavarotti ha cantato superbamente in innumerevoli occasioni.

Quest’opera, oltre al personaggio di Canio, il pagliaccio appunto, prevede anche un ruolo femminile, quello della moglie del protagonista, ovvero Nedda. Maria Pia Pagliarini debuttava in questo ruolo nel 1921, cui seguirono poi altri importanti debutti nel repertorio verista, tra cui Leonora in Trovatore di Verdi, Maddalena in Andrea Chénier di Giordano, Santuzza in Cavalleria Rusticana di Mascagni, Cio-Cio San in Madama Butterfly di Puccini. Registrò per l’importante casa discografica Columbia Records, e affiancò in scena nomi come Alessandro Bonci, grande tenore di Cesena, che all’epoca era considerato un degnissimo rivale dell’altrettanto grande (e più celebre) Enrico Caruso. La Pagliarini si ritirò dalle scene dopo essersi sposata con un direttore d’orchestra, tale Antonio Fugazzola (1890-1932) e morì a soli 33 anni nel 1935.

La sua carriera si articola in un decennio circa di recite e concerti, che la videro primadonna nei teatri di Firenze, Napoli, Mantova e anche allo Storchi di Modena. Di cantanti d’opera che hanno fatto una buona (o anche pessima) seppur breve carriera ce ne sono stati tanti. In passato, a volte, proprio come la Pagliarini, qualche donna ha rinunciato alle luci della ribalta dopo il matrimonio, per potersi dedicare (si suppone) alla vita di famiglia. Un esempio, oltre alla modenese, è stata l’algida contralto Eula Beal che, dopo un periodo di notorietà, si ritirò per “fare la mamma”.

Tutto ciò che ci rimane della Pagliarini, di cui esiste pochissimo in giro, è, come dicevamo, una registrazione della Columbia Records del 1926, in cui la cantante duetta nel ruolo di Amelia con “Teco io sto!… Non sai tu… O qual soave brivido” tratto da Il ballo in maschera di Verdi insieme a Alessandro Bonci nel ruolo di Riccardo. La voce della Pagliarini asseconda i parametri del gusto musicale dei primi decenni del secolo ventesimo, e dimostra indubbiamente di avere buona tecnica ed espressività.

serafin_verdi_un_ballo_in_maschera_1943romaSe non ci fidiamo troppo del nostro giudizio, ciò che attesta che la Pagliarini sia stata un soprano degno di nota è il sito di critica musicale il Corriere della Grisi, che in effetti la propone come ascolto. Il Corriere della Grisi è un blog di melomani nato diversi anni fa che, oltre ad occuparsi di criticare ferocemente quasi tutte le produzione della contemporaneità, si impegna in un lodabilissimo recupero di tutte le voce pregevoli provenienti dall’oltretomba, tra nomi famosi e completamente sconosciuti. Chiunque nutra un minimo di interesse per l’opera lirica dovrebbe sfogliare virtualmente ogni pagina del sito, perché la Grisi (si chiama così in onore del soprano milanese Giulia Grisi, nata nel 1811 e morta nel 1869) offre sempre spunti interessanti e giudizi puntuali su praticamente qualsiasi cantante esistito. L’attitudine al recupero di voci che non appartengono più al presente è una tendenza generale diffusa anche oltralpe, e addirittura oltreoceano. Su Youtube esistono decine di canali di appassionati che postano giornalmente registrazioni d’epoca, a volte perle rare e introvabili, come ad esempio fa il misterioso e molto seguito user Addiobelpassato oppure il più schivo Liederoperagreats, solo per nominarne qualcuno.

A prendersi la briga di postare su Youtube la Pagliarini è stato tal Vicmanu, anche lui (o lei) proprietario di un canale che merita attenzioni. La stessa registrazione è quella che compare anche sulla Grisi. Nonostante i grisini siano antipatici a molti per le loro critiche e per il loro estremismo (non stentiamo a credere che fossero seri quando hanno dichiarato che di fronte alla presunta crisi dell’opera, tutto ciò che rimane loro da fare è scegliere tra “il suicidio collettivo o la rivoluzione a mano armata”), a differenza dei canali di Youtube che si limitano a postare, la loro missione è quella di fare un confronto con il presente, cercando di dare in mano a lettore degli strumenti critici. In un ambito specifico qual è quello legato all’assurdo mondo dell’opera lirica – una forma artistica che ormai appartiene ad un’altra epoca storica, ma che allo stesso tempo è viva perché rinasce ogni volta sul palcoscenico, con nuovi cantanti, nuovi direttori, nuove orchestre – ripescare le voci del passato, alcune maestose, altre modeste ma associate a cantanti di indubbie qualità artistiche, e un ottimo se non indispensabile esercizio per poter godere appieno di questo tipo di musica, che si sia d’accordo con loro oppure no. Per quanto dai toni generalmente molto severi, riservano note positive a cantanti di solito giovani e con carriere minori, che secondo loro non sono ancora stati traviati dal male peggiore, ovvero “le case discografiche e le agenzie”.

L’operato del Corriere della Grisi, oltre “a tutelar l’antica arte del canto”, solleva un’altra questione importante, che può interessare non solo gli appassionati d’opera, ma in generale chiunque ami la musica e l’arte, ovvero una riflessione più generica sulla fruibilità dell’opera artistica. Una delle pratiche più in voga nel sito è quello di offrire i cosiddetti “ascolti comparati”, un’abitudine che di fatto risulta un po’ crudele e consiste nel mettere a confronto una registrazione di un’aria di un cantante di adesso con la registrazione di un grande cantante del passato (ovviamente i grisini sono molto severi anche sui cantanti “vecchi”. A volte, come nel caso di Mario Del Monaco, salvano solo una fase della carriera). Ovviamente dalla sfida si può indovinare quale sia il vincitore. Ma per quanto crudele, e a tratti addirittura un zinzino disumana, dopo quest’esperienza a qualsiasi ascoltatore si aprono decisamente le orecchie. Insomma, arriva l’illuminazione su cosa debba essere veramente il canto, e un video non basta, quindi si comincia a cercarne un altro, poi un altro, poi un altro ancora, finendo per diventare dei miserabili passatisti, per cui tutto ciò che si sente nei teatri oggi, per quanto qualcosa si salvi, è nulla in confronto a quando la scuola del canto lirico brillava fieramente in tutta la sua lucentezza.

Ciononostante molti, moltissimi, continuano ad amare e ad apprezzare le grandi star della lirica del momento. Anche se i grisini non sarebbero d’accordo, alcuni sono davvero bravi. Ma quando messi a confronto con qualche nome storico, il confronto comunque regge a fatica.

carl_wilsonCome spiega il brillante critico musicale canadese Carl Wilson, nel suo libro “Musica di merda”, esistono alcuni fenomeni artistici e musicali (al di là dell’opera e della musica “colta”) che, anche se di dubbio gusto, conquistano i cuori di milioni di persone. In particolare, si sofferma ad analizzare la storia di una delle cantanti più “schmaltz” (termine di origine ebraica utilizzato per definire della musica mielosa e sentimentale) della storia, la tanto ridicolizzata quanto adorata Céline Dion. Negli ambienti musicali, Dion è nota perché non fa altro che musica “brutta”. Le sue canzoni, per le orecchie educate di appassionati di musica, sono un supplizio infinito. Questo però non le ha impedito di conquistare mezzo mondo. Wilson cerca di darsi una spiegazione e, per semplificare molto, ragiona sul fatto che proprio sulla sincerità del personaggio, sulla sua immediatezza comunicativa, sull’abilità di essersi saputa collocare in uno spazio ben preciso e molto richiesto della musica tradizionale nordamericana creando un legame indissolubile tra brulicanti masse di persone, risiede la natura del suo successo. E lo stesso Wilson, come racconta nel suo saggio, si ritroverà a commuoversi ascoltando dal vivo “My heart will go on” a Las Vegas.

Il discorso si potrebbe traslare anche all’opera lirica. Per quanto la musica in sé rimanga immutabile, la responsabilità di interpreti, direttori e registi è enorme. A differenza della musica leggera, che è di per sé continuamente mutevole, l’opera costituisce una voce unica perché è una forma artistica statica ma in movimento, come una sfera che non cambia mai forma ma che rotola senza fermarsi. E per la Grisi evidentemente rotola verso il basso. Come gli show a Las Vegas di Céline Dion, a volte anche gli spettacoli d’opera sono un coacervo di situazioni di incredibile cattivo gusto che però “piace”. Dunque si parla di spettacolo formidabile e di bravissimi tenori e soprani, anche quando lo spettacolo non è per niente formidabile e i cantanti non sono stati proprio bravissimi.

A differenza della Dion però, che è un vero e proprio personaggio che la gente ama perché è “lei”, nel caso dell’opera si tratta più che altro di diseducazione dell’orecchio. Questo non vuol dire che uno spettacolo non possa essere apprezzato anche senza conoscere attentamente tutto ciò che l’ha preceduto. La musica è pura, e dice qualcosa anche ai sordi. Ma è sicuro che, avendo in mano determinati strumenti, si potrebbe apprezzare di più (o anche di meno). La missione della Grisi non è un semplice passatismo o elitarismo spinto, ma ha una chiara volontà pedagogica, animata da una forte e contagiosa passione per la musica, che ha il merito di aprire l’orecchio e la mente dell’ascoltatore a nuovi mondi. E quindi ben vengano Boccelli e la Dion (che, non a caso, hanno duettato insieme) ma anche Maria Pia Pagliarini.

Immagine di copertina: messa in scena de “Un ballo in maschera” dal blog Musicamore

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