Un uomo di nome Antonio

La nostra memoria ci riporta oggi indietro di un anno, al 17 febbraio 2015, vigilia delle Ceneri, ultimo giorno del Carnevale. La malattia del vescovo Antonio – nei pochi mesi del suo decorso – aveva manifestato fasi altalenanti, tanto da illudere ad un certo punto, poche settimane prima della sua morte, che potesse essere superata. Ma, dopo una fase di relativa tregua, riprese aggressiva. La notizia della sua scomparsa fece in poche ore il giro della diocesi. Nel tardo pomeriggio ricevetti anch’io un messaggio, da parte di un amico modenese, mentre mi trovavo in uscita con alcuni giovani della parrocchia. Mi fermai in preghiera, ricordando questo grande pastore, che avevo conosciuto negli anni del suo episcopato a Cesena, ed avevo apprezzato soprattutto per la sua bontà e intelligenza, per la sua capacità di riflettere prima di esprimersi ed il suo equilibrio pastorale.

Il vescovo Antonio aveva avuto in dono dal Signore un’umanità molto ricca. Era piuttosto timido e riservato, ma quando prendeva posizione lo faceva senza smussare i problemi. Aveva un profondo rispetto dell’altro, anche nei casi in cui – come fa Gesù nel Vangelo di oggi – doveva denunciare degli atteggiamenti sbagliati. Più volte, nella sua predicazione, anche il vescovo Antonio si trovò a constatare che “questa generazione è una generazione malvagia”; non perché questa sia peggiore delle altre, ma perché ogni generazione corre il rischio della malvagità, il rischio della ricerca di interessi egoistici, il rifiuto di seminare segni di speranza e la tendenza a seminare piuttosto segni di distruzione e di morte. Gesù richiama come unico segno utile quello di Giona. Se perfino Ninive si convertì – e quella città era il simbolo stesso della malvagità – allora ogni generazione ha ciò che le basta per convertirsi: non deve cercare miracoli e segni straordinari, ma le bastano i profeti. La generazione di Gesù, come anche la nostra, ha ricevuto in dono molto più di Giona; ha ricevuto il figlio stesso di Dio. In Gesù, Dio si è fatto vicino all’uomo, non gli ha parlato dall’alto ma mettendosi di fronte all’uomo, camminando con lui, condividendone la vita.

Il vescovo Antonio era ammirato dall’umanità di Gesù e cercava di imitarlo specialmente nei tratti di accoglienza e ascolto. Nel suo ultimo Natale, quello del 2014, disse qui in Duomo nella Messa della notte: “le parole di Gesù, le sue metafore, il suo insuperato modo di guardare i campi, il contadino che semina, la messe che biondeggia, la donna di casa che cerca la moneta perduta, il pastore che prende sulle spalle la pecorella ferita, il padre e i suoi due figli, il pescatore che raccoglie a riva i pesci, i tralci e la vite, i lavoratori a giornata, l’amministratore saggio e quello infedele, la festa di nozze, da dove vengono se non dalla concretezza, dall’humus della vita familiare e sociale? (…). Gesù ha imparato i linguaggi dell’esperienza umana dentro le relazioni umane quotidiane”.

Chiunque ha conosciuto il Vescovo Antonio porta nel cuore soprattutto questo tratto umano che lui cercava di assumere da Gesù: la capacità di ascolto, la pacatezza, la prossimità. Ringrazio tutti voi che lo ricordate e pregate per lui; in particolare chi gli è stato vicino nei suoi anni modenesi e specialmente nei mesi della malattia: i suoi familiari, sempre a lui tanto cari; l’allora vicario generale don Giacomo Morandi, che oggi mi ha telefonato nell’ora in cui il vescovo lasciava questa terra, per ricordarlo e assicurare la sua preghiera; don Franco Silvestri, che gli è stato accanto come custode premuroso e don Giovanni Vitale, che lo ha affiancato negli ultimi mesi; il dott. Sala, i medici e tutto il personale del reparto di ematologia del Policlinico, e in particolare il primario dott. Luppi e il dott. Forghieri; e tutti coloro che lo hanno in qualche modo assistito e accompagnato, tra i quali alcune persone assunte e volontarie dell’Arcivescovado e della Curia, in particolare Carmela e Gianni. E ringraziamo il Signore per il vescovo Antonio, un dono grande per la nostra Chiesa.

Fonte immagine di copertina: PiacenzaSera.

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