Un dimenticato eroe modenese

In un passo dell’introduzione del suo libro più celebre, “L’orda” il giornalista Gian Antonio Stella scrive: “Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Brasile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa dove si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cinque Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l’uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle”.

Marcinelle, 1956. Fonte immagine: Strettoweb.com
Marcinelle, 1956. Fonte immagine: Strettoweb.com

Già, la tragedia della miniera belga di Marcinelle, nell’agosto – l’8 per l’esattezza – di 60 anni fa. In quell’incidente, uno dei più gravi mai avvenuti in Europa, persero la vita 262 minatori di 12 nazionalità diverse. Tra questi 136 italiani provenienti da tutte le regioni, Emilia compresa. Inclusi tre modenesi: Giuseppe Geti, di Frignano sulla Secchia e i pavullesi Lino Gherardini, padre di due figli e Adolfo Mazzieri, 4 figli. Come tantissimi altri nostri compatrioti erano andati a lavorare in Belgio in virtù di un accordo – detto «Uomo-carbone» – con cui il governo italiano si era impegnato nel 1946 a favorire l’emigrazione verso il piccolo paese del nord Europa di mille minatori a settimana ricevendo in cambio 200 chili di carbone al giorno per ogni lavoratore.

Sradicati dalla loro terra, l’accoglienza che ricevevano gli emigranti italiani in Belgio trova ottima sintesi nei cartelli di “affittasi” sulle case dei paesi della zona che intimavano “Etrangers, s’abstenir” (Gli stranieri si astengano). “I minatori italiani nel secondo dopoguerra – racconta sempre Stella – vivevano come nei pollai, in dormitori chiamati “cantine” che a volte erano immensi, spesso avevano due soli cessi per 1800 persone”. Una situazione talmente promiscua da spingere il giornalista vicentino a chiedersi: “Ma dormirebbe uno dei nostri extracomunitari di oggi nelle lenzuola cambiate ogni due settimane di un letto usato insieme da due o tre minatori che diventavano spesso quattro o sei con la rotazione dei turni? Eppure così dormivano i nostri nonni, fino a pochi decenni fa”.

Fonte immagine: Archivio La Stampa
Fonte immagine: Archivio La Stampa

L’incendio all’interno della miniera avviene intorno alle 8 di mattina dell’8 agosto 1956 (qui la ricostruzione dettagliata dei fatti elaborata dalla successiva commissione d’inchiesta) causato, forse da un’incomprensione linguistica e sicuramente da una procedurale, tra un minatore italiano e un manovratore belga.  Sul luogo del disastro, di cui ha cominciato a dar conto già nell’ultima edizione serale (allora i quotidiani potevano avere anche più edizioni) di quello stesso giorno, la Stampa di Torino, spedisce due inviati, il grande giornalista modenese Paolo Monelli e il collega Massimo Conti. Sarà proprio quest’ultimo, nel pezzo intitolato “Forse un filo di speranza” pubblicato nell’edizione mattutina di sabato 11 agosto, a raccontare dell’eroismo del pavullese Ernesto Arrighi, “un minatore di Modena, che lavora in miniera da dieci anni (ne ha 35) è sceso nel pozzo quattro volte. Ha insistito per andarci perché i medici non valevano assumersi la responsabilità di farlo scendere: l’Arrighi avrebbe dovuto, prima di essere ammesso nelle squadra di soccorso, passare una visita, sottoporsi a lunghi esami. Ma il coraggioso modenese non voleva perdere tempo: «Là sotto ci sono i miei compagni,i miei amici. Non perdiamo altro tempo: lasciatemi andare», ha detto Arrighi ai medici. Al minatore è stato così concesso di scendere, ma sotto la sua responsabilità. Quando è tornato su, per la quarta volta, ha detto: «Si vedono soltanto fiamme: la speranza non dobbiamo perderla mai. Ma io — ha aggiunto con tono cupo — conosco troppo bene la miniera… ».”

Fonte immagine: Archivio La Stampa
Fonte immagine: Archivio La Stampa

L’articolo prosegue con la visita del re del Belgio, Baldovino, sul luogo della tragedia. E vale la pena riportarlo.

Mentre l’Arrighi parlava, è arrivato alla miniera re Baldovino. Il giovane sovrano dei belgi — una figura svelta e asciutta — portava un vestito grigio tagliato da una cravatta nera: il segno del lutto (lo si vede sempre con cravatta chiare). Il re si è fatto spiegare la situazione, sulla carta, dal direttore generale della miniera, Van Den Henvel. Quindi è andato al pozzo, fino all’imboccatura, per osservare da vicino le operazioni di soccorso. Un minatore italiano gli ha teso la mano sporca di carbone per salutarlo e un poliziotto ha tentato di fermargli il braccio. Soprappensiero, il giovane re non si è accorto subito, poi è arrossito e ha teso la mano al nostro connazionale con uno scatto, come per riparare ad un atto di involontaria scorrettezza. Lo si è visto più tardi alla Rue Des Florian Montagne, alla squallida casa della famiglia Jessi, cui la fatalità ha portato via due uomini, i due fratelli Camillo e Rocco, morti nel pozzo. Il sovrano era andato li per esprimere il suo cordoglio alla giovane moglie di Rocco, Maria Di Valeri, di 18 anni, vedova dopo neanche tre anni di matrimonio, madre d’un bimbo di 13 mesi ed in istato di avanzata gravidanza. Ma di fronte alla donna Baldovino ha mormorato soltanto due parole in italiano: « Fatevi coraggio». Si è quindi chinato e ha sfiorato con le labbra la mano della vedova. E’ rimasto li per qualche minuto con gli occhi bassi sul pavimento di legno sconnesso, senza parlare.

Fonte immagine: Archivio La Stampa
Fonte immagine: Archivio La Stampa

A distanza di tanti anni, l’eroismo di Ernesto Arrighi è finito nel dimenticatoio. «Il mio pensiero va sempre là» ha dichiarato in una rara intervista di un paio di anni fa al quotidiano Modena Qui, rievocando quei giorni: «Fui tra i primi a scendere nel pozzo, al pomeriggio assieme ad un collega e a un ingegnere, con un ascensore rimesso in sesto, ma oltre ad una certa profondità non si riusciva a scendere. L’’incendio in sé durò poco: fu il diffondersi del fumo e il fatto che gli ascensori andarono fuori uso che fece sì che tutti i minatori impegnati in quel momento, morissero per soffocamento alle varie profondità a cui si trovavano».

Una sua ulteriore testimonianza è riportata nella tesi di laurea del 2015 di Eleonora Lavazza intitolata: “Il Belgio attraverso la tragedia di Marcinelle“che apre uno squarcio su quelle che accadde, al di là dell’errore umano: “Nel mese di gennaio dell’anno 1956, quindi qualche mese prima della tragedia, fu incaricato di recarsi all’invio del pozzo di estrazione a 975 metri, per eseguire una riparazione; constatò che delle guide dell’ascensore e dei travetti erano rotti; anche la cornice metallica della bilancia era fuori squadra, e l’armatura in legno era parzialmente demolita. Infine la grossa putrella dell’invio, sul lato dei carrelli pieni, era piegata al centro in seguito certamente ad un colpo ricevuto; senz’altro aveva ricevuto altri colpi, perché era bloccata con dei piccoli cunei di legno, mentre anteriormente era sigillata nella muratura. Sconcertante il fatto che sia stata richiesta una semplice risistemazione anziché una lavoro in muratura con cemento e mattoni; Arrighi dichiarò che, per resistere ad altri colpi violenti, si sarebbe dovuto innanzi tutto togliere la putrella, raddrizzarla e successivamente rimetterla al suo posto e sigillarla. Non seppe spiegarsi perché queste semplici operazioni di sicurezza non furono effettuate; ciò che in realtà premeva ai suoi superiori era giungere ad una riparazione il prima possibile, in modo che il turno successivo potesse tornare a lavorare in condizioni di “sicurezza”.

Fonte immagine di copertina: Radio Città Fujiko.

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