Trent’anni dopo, possiamo dimenticare Chernobyl?

Nell’orgasmo di anniversari che affollano, di fatto costituiscono, la nostra memoria storica, Chernobyl è passato in cavalleria. Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale di Chernobyl esplodeva dando prova della bomba a orologeria che l’uomo ha incastonato nel puzzle mondiale: la potenza nucleare. Come mai lo si ricorda sottovoce? Chi lo sa. La nube tossica non ha un nome e un cognome, forse. Le vittime sono morte per mano di un nemico invisibile e tutto questo esce dalla dialettica vittima-carnefice con cui leggiamo il libro della storia, magari. Una questione geografica, probabilmente: di fatto, ci sembra che l’Est Europeo ci riguardi meno. Ucraina, Bielorussia: nel nostro immaginario sono solo i luoghi di provenienza di badanti bionde e un po’ pacchiane. Per i più borghesi, è terra di piccolo malfattori. Oppure, semplicemente, le dinamiche di costruzione della memoria sono labili, imprevedibili e irrazionali come la memoria stessa. Qualcuno però ci ha pensato. A Carpi, esiste una realtà che ha fatto dell’esplosione di Chernobyl la propria attività principale. Si chiama Comitato Progetto Chernobyl di Carpi, Novi e Soliera ed è presieduta da Luciano Barbieri, che ce ne ha parlato in occasione della proiezione del documentario La battaglia di Chernobyl (qui la versione integrale, in italiano) di Thomas Johnson (Francia, 94’, 2006) alla rassegna del cinema estivo di Carpi qualche giorno fa.

Uno scatto di Ben Adlarda (Licenza CC)
Uno scatto di Ben Adlard (Licenza CC)

“La nostra associazione – ha detto Barbieri – è nata nel 1994 attraverso l’azione di famiglie carpigiane che avevano deciso di offrire ospitalità a bambini provenienti dalle zone contaminate: si è costituita formalmente nel 1995 iscrivendosi all’albo delle associazioni”. Il Comitato Progetto è anche circolo Legambiente, una realtà molto attiva nel carpigiano e segno di uno sguardo ecologico che, in generale, contraddistingue l’Emilia Romagna. “Fino al 2006 – ha spiegato Barbieri – quello dell’ospitalità è stato il nostro progetto principale: l’allontanamento dalla zona d’origine abbassava le quote di contaminazione del proprio organismo e permetteva un’alimentazione con prodotti lontani da quelle terre”. Un solo mese di soggiorno e una volta ciascuno, per offrire la possibilità a tutti: “è chiaro, non si trattava di un intervento risolutivo, ma temporaneo”. In ogni caso, uno degli obiettivi principali del Comitato Progetto è quello di sensibilizzare, e l’ospitalità era il modo più diretto per farlo. Ma i progetti erano e sono anche altri: aiuti agli ospedali, fornitura di materiali, medicinali e attrezzature. “All’ospedale di Gomel, una delle zone più colpite, abbiamo installato una camera di terapia intensiva con Rock No War – continua Barbieri – e abbiamo fatto in modo che il Policlinico ospitasse medici di quelle zone per apprendere nuove tecnologie e scambiare competenze”.

Uno scatto di Henrik Ismarker (in Licenza CC)
Uno scatto di Henrik Ismarker (in Licenza CC)

Un’altra iniziativa del Comitato Progetto è quella dell’ambulatorio mobile: “lo abbiamo portato lì qualche anno fa, è dotato di un ecografo per fare diagnosi precoci alla tiroide: i presidi sanitari sono solo nelle grandi città, i villaggi sono lasciati a margine e spesso la popolazione rurale non riesce a recarsi nei centri importanti per esami necessari a non riconoscere tardivamente le malattie”. Gli esiti sono facilmente immaginabili. Proprio la necessità di un aiuto in loco ha fatto sì che Legambiente interrompesse, nel 2007, il progetto ospitalità: “lo abbiamo trasformato in soggiorni terapeutici in una zona non contaminata della Bielorussia: si chiama Centro Speranza ed è composto da associazioni tedesche e giapponesi con cui Legambiente ha stilato un protocollo che prevede l’ospitalità”. I motivi sono chiari: responsabilizzare le autorità bielorusse nell’emergenza, a fronte del fatto che col passare del tempo man mano calavano gli aiuti, e offrire un servizio competente alla gente del luogo. “A questo progetto – ha continuato Barbieri – affianchiamo la fornitura di materiali per la costruzione di serre nelle scuole”. L’idea di base è quella di insegnare a coltivare in un terreno pulito per poter utilizzare i prodotti delle serre nelle mense delle scuole.
Il Comitato Progetto Chernobyl di Carpi, Novi e Soliera si dà da fare anche in casa: “l’avere a cuore l’ambiente ci ha portato anche a intervenire nelle scuole del Comune di Novi con la formazione ad insegnanti per il sostegno psicologico ai ragazzi dopo il terremoto, o a finanziare l’acquisto di materiali per la biblioteca distrutta dal sisma a Bastiglia”.

preghieraIl Comitato Progetto presieduto da Barbieri ha approfittato della rassegna del cinema estivo di Carpi per aggiungere un appuntamento al suo programma di ricordo dei trent’anni dall’esplosione di Chernobyl: “abbiamo cominciato lo scorso settembre con una mostra di Luigi Ottani, intitolata Dare luce al silenzio, abbiamo proseguito con una conferenza in cui Roberto Rebecchi ha presentato un report sulla situazione in Bielorussia e un’altra che riguardava il Giappone dopo Fukushima”, ha detto Barbieri. “Aldilà del trentennale, il senso del discorso è vivo oggi come lo era nell’86 e dovrà esserlo in futuro: Chernobyl è un emblema che riguarda l’atteggiamento che l’uomo deve avere nei confronti dell’energia”.
È questa la cornice della proiezione del film documentario di Johnson a Carpi. Uno dei tre film che la catastrofe nucleare ha ispirato in questi trent’anni, insieme a Il sacrificio di Wladimir Tchertkoff (2003) e La Zone di Guillaume Herbaut e Bruno Masi (2011). L’esplosione, d’altronde, ha dato vita anche a tre libri: Preghiera per Chernobyl del premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievic (2005), Chernobyl di Francesco M. Cataluccio (2011) e Chernobyl. La tragedia del XX secolo di Pavel Nica (2011). Come a dire: il disastro non è entrato nella memoria storica, ma le maglie dell’immaginazione le ha sfondate eccome. Forse il punto è proprio qui: alla proiezione era presente anche Carlo Saletti, storico e regista teatrale che si memoria storica si è occupato a lungo e che ha curato un pieghevole intitolato Ti ricordi di Chernobyl? insieme a Elena Turazzini per il progetto Crèaipieghevoli di CreaCustoza. “Il disastro di Chernobyl supera qualsiasi immaginazione: – ha commentato Saletti – per la prima volta nella storia una catastrofe ha reso un territorio completamente inabitabile, un territorio di uomini, la cui storia è sempre avvenuta all’insegna della colonizzazione, dell’insediamento, dell’abitabilità”.

Uno scatto di Tridecoder (in Licenza CC)
Uno scatto di Tridecoder (in Licenza CC)

“Aggiungiamoci anche – ha continuato – la natura del nemico da combattere, il gas tossico: un nemico senza sapore, senza odore, senza faccia, un gas liquido che si è impossessato dell’uomo in modo subdolo. È un nemico da cinema americano, infernale: è la quintessenza degli immaginari novecenteschi”. Saletti cita la Aleksievic, commentando l’esclusione di Chernobyl dal pantheon di quel “presentismo” con cui lo storico francese François Hartog commentava la relazione col passato unicamente sotto forma di anniversario: “non è che non abbiamo dimenticato Chernobyl, semplicemente non l’abbiamo mai capito. È un male del quale non abbiamo percezione perché non ne abbiamo conoscenza”. Il documentario di Johsons, allora, parte anche da qui: raccontare, tramite immagini e interviste, quello che è stato. Al tema dell’energia nucleare, d’altronde, il regista ha dedicato anche i due lavori seguenti: Atomic Alert (2009) e Getting out (or not) of nuclear energy (2012). La battaglia di Chernobyl è un montaggio di immagini, video, interviste. Ci sono i minatori sopravvissuti, c’è Michail Gorbacief, Nikolai Antochkin, il generale dell’aviazione militare che diresse il volo degli elicotteri sulla centrale, Lev Bocharov, professore di geologia che contribuì alla costruzione del sarcofago con cui si avvolse il reattore numero 4, Igor Kostin, il fotografo che immortalò la tragedia per primo e che, quel 26 aprile sorvolando la centrale con un elicottero (era l’inviato dell’agenzia di stampa Novosti in Vietnam e Afghanistan), salvò solo un fotogramma da tutti gli altri, distrutti e anneriti dalle radiazioni.

Uno scatto di Fi Dot (in Licenza CC)
Uno scatto di Fi Dot (in Licenza CC)

Un test di sicurezza finito male, quello della centrale nucleare “Vladimir I. Lenin” costruita nei primi anni Settanta a poco più di un centinaio di chilometri da Kiev. Un esperimento interrotto per problemi tecnici e riattivato senza che la centrale si fosse raffreddata: errori progettuali e difetti nei sistemi di controllo. Errare è umano ma la centrale nucleare, la misura d’uomo, la supera di gran lunga. Nel giro di un’ora e nel cuore della notte, la centrale esplode sollevando il tetto di cemento armato e catapultando in cielo una colonna gassosa di combustibile nucleare e materiale radioattivo. “Era bellissimo”, commenta un sopravvissuto nel documentario. In seguito, l’affannoso tentativo di riparare l’irreparabile: personale medico, forze dell’ordine, soprattutto pompieri, sono loro i primi morti. “Gli eroi della battaglia”, commenta Saletti che ha ideato un progetto teatrale intitolato I nomi degli eroi, riguardo a questo. I mesi successivi all’incidente furono dedicati all’isolamento del reattore che, con una seconda esplosione dovuta alla probabile fuoriuscita di scorie radioattive, avrebbe reso l’intera Europa inabitabile. Il documentario procede veloce: numeri, immagini, dati, sequenze. Il sapore metallico, quello della chemioterapia, in bocca ai “liquidatori”, le uniformi da 30 chili di piombo, la nube che si diffonde nei Paesi Scandinavi e poi nel resto dell’Europa. Le avvertenze, i telegiornali. Ma solo all’inizio di maggio: la storia di Chernobyl è anche la storia di una gestione del rischio clamorosamente irresponsabile. Solo un paio di giorni dopo, sul maggiore quotidiano del luogo compare un piccolo trafiletto in fondo a sinistra: c’è stato un incidente, ma va tutto bene ed è tutto sotto controllo. Le autorità incoraggiano la popolazione a partecipare ai festeggiamenti del primo maggio anche nelle zone contaminate: le foto sono scomparse degli archivi e, nel documentario, si dice che quel giorno rimarrà noto come “la parata della morte”. Qualche tempo dopo, un segretario del Partito Comunista si suicida. Solo dopo il 1991, quando la nube di Chernobyl viene soffiata via dal discorsi sulla caduta dell’URSS, una deputata ne approfitta per mettere le mani sui documenti e scoprire gli insabbiamenti: il numero delle vittime vertiginosamente abbassato, le soglie di tollerabilità della radioattività artificiosamente quintuplicate in modo da accogliere con le mani al cielo il miracolo di migliaia di persone improvvisamente fuori pericolo.

Chernobyl 2013. Uno scatto di Kamil Porembiński (Licenza CC)
Chernobyl 2013. Uno scatto di Kamil Porembiński (Licenza CC)

 

Ma sono solo alcuni aspetti della storia di Chernobyl. Nomen omen: secondo uno degli etimi, Chernobyl deriva dalla parola ucraina che indica l’artemisia, componente principale dell’assenzio (Artemisia Absinthum). Saletti, nel suo depliant, ci mette anche l’Apocalisse di Giovanni [8, 10-11]: “…e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia [e…] la stella si chiama assenzio: un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque divenute amare”. Comunque sia, ci si può chiedere quale sia il problema con la nostra memoria o cercare l’etimologia di una catastrofe. Il punto, però, è che questo è un problema del futuro. Otto milioni di persone vivono in territori contaminati, moltissimi bambini sono nati deformi o sono stati operati, quando non sono morti, di cancro. Le scuole del luogo vanno avanti a suon di laboratori didattici per convivere con la radioattività e misurarne il livello nel cibo di tutti i giorni. Il sarcofago attorno al reattore quattro andrebbe nuovamente ricoperto per evitare nuove possibili catastrofi ma il ritardo segna un pericolo nell’agenda del pianeta. Nel frattempo, il disarmo nucleare rimane un discorso di scorta. Esistono addirittura opinioni discordanti: com’è ovvio, fino a quando non sarà una scelta universale. Fino a quel momento, una centrale nucleare è come un esercito. Una freccia per il proprio arco.

Immagine di copertina: uno scatto di Stefan Krasowski (in licenza CC).

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