Storia di un albero: il leccio invisibile di Via Selmi

Storia di un albero: il leccio invisibile di Via Selmi

E' uno degli alberi più belli e antichi della città, ma a differenza di altri che abbiamo costantemente sotto gli occhi (senza mai notarli davvero), questo è nascosto. E ha una lunga storia da raccontare.

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Nel centro di Modena c’è un albero strano. E’ nella lista degli alberi monumentali della città, solo che, a differenza dei normali monumenti, nessuno va a vederlo e fotografarlo come si fa con le chiese e le statue, né conosciamo con precisione la sua storia. Dopotutto – per quanto monumentale – è solo un albero. Non è nemmeno il più grande o il più vecchio in città, però è particolarmente bello.

E’ un leccio. Quercus ilex, questo il nome scientifico in latino. Ma forse è più bello e più poetico l’altro nome, Ilice nera, più adatto a questo sempreverde imponente e ombroso particolarmente amato dai classici greci e latini, che lo citavano spesso nelle loro opere. Per i greci il leccio era un albero dai poteri divinatori, perché attirava i fulmini e dunque era direttamente connesso con i piani superiori, diciamo così. Veniva consultato però solo per profezie funeste e funerarie e forse non a caso era consacrato alla dea Ecate, divinità degli inferi.

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Leccio del chiostro di S.Paolo, Modena. Qua in effetti sembra un po’ infernale.

Quello di via Selmi, per quanto ne sappiamo, non ha mai preso un fulmine in vita sua, almeno per ora. In confronto ad altri lecci quasi millenari (in Sicilia ce n’è uno che ha 700 anni) quest’albero è ancora un bambino: dovrebbe avere circa 120 anni. L’altezza è di circa 15 metri, il diametro della chioma di 30 metri e la circonferenza ad altezza d’uomo è di 270 cm. I rami sono molto lunghi, e infatti hanno richiesto l’intervento dei tecnici comunali, i quali, nel loro linguaggio poetico, mi spiegano che “vista la mole dei rami e la conformazione della chioma globosa, l’albero è stato sottoposto ad un consolidamento con cavi dinamici al fine di evitare rotture di branchee e scaricare la massa arborea”.

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Ma l’aspetto che rende interessante questo leccio è che si tratta di un albero invisibile. Si può vedere, si può toccare, ma pochi sanno dov’è, perché, a differenza degli alberi dei giardini pubblici, dei parchi o dei viali, questo è un albero nascosto. E’ chiuso all’interno di un edificio da oltre un secolo e, anche se siete modenesi, anche se abitate in centro, è possibile che non lo abbiate mai notato, nonostante sia senza dubbio uno degli alberi più belli della città.

Un modo di vederlo è dal cielo, come gli uccelli, o come le immagini satellitari di Google. Guardando dall’alto via Selmi, nel comparto San Paolo, all’interno del “chiostro del leccio”, si nota questa grossa macchia verde che occupa quasi interamente lo spazio.

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Chiostro di S.Paolo, via Selmi. Sulla sinistra si nota anche il più piccolo “chiostro del platano”- Google Maps

Quando è stato piantato forse non avevano pensato che sarebbe cresciuto tanto. E’ come un alieno che lentamente, da oltre un secolo, si espande sempre di più, fino ad avere quasi del tutto occupato lo spazio dove si trova. E alieno, questo leccio, lo è davvero: si tratta di una specie “alloctona”, parola bellissima che “indica la non appartenenza di qualcosa o qualcuno al luogo di residenza”.

Allontanandosi per un attimo dal traffico della città, dal vociare dei passanti e dai clacson delle automobili, e trovandosi soli di fronte ad alberi così antichi e imponenti, capita di ritrovarsi a pensare sciocchezze. Ad esempio: “chissà quante ne ha visto questo leccio, sempre qua, immobile testimone di epoche che passavano una dopo l’altra”. Come no. Cosa può aver visto questo leccio del mondo?

Non tanto, diciamo la verità. E non perché non possieda gli occhi (anche se è vero, non li possiede); ma più che altro per la posizione in cui si trova. Chiuso dentro il chiostro di S.Paolo ha potuto osservare solo una piccola porzione di realtà del centro modenese, un po’ come spiare il buco della serratura da un altro buco della serratura. Intorno a lui, negli edifici che circondano il chiostro, ha vissuto per decenni un piccolo mondo antico, appartenente a una Modena abbastanza diversa da quella di oggi.

La storia del complesso di edifici di S.Paolo è lunga e travagliata e comincia alla fine del XII secolo. Per molti anni là dove si trova il leccio c’è stato un convento di monache che, dal 1816, si trasformerà nell’Educandato delle povere Zitelle. Di quel periodo si trova una gustosa descrizione nel libro Modena descritta da Francesco Sossaj, una guida alla città del 1841.

L’incipit è sintetico e favoloso:

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Sossaj prosegue con lo stato della popolazione, anche qua sfoggiando un’estrema abilità di sintesi:

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Poi si entra nella città, nelle sue vie, tra i monumenti, gli edifici e “gli stabilimenti eretti e le molte fabbriche inalzate di recente”, fino al capitolo dedicato all’ Educandato delle povere Zitelle, dove Sossaj descrive l’attività dell’istituto e la vita delle “miserabili”, non proprio il massimo dell’allegria:

Raccoglie di stabile soggiorno cento Zitelle dello Stato miserabili, scelte fra quelle che per inopia assoluta, o per altre circostanze, sono ritenute in necessità di nutrimento, e di educazione in ben diretto Conservatorio. […] Le Zitelle ammaestrate sono nei differenti lavori muliebri, e vengono addestrate a vicenda nelle diverse fatiche domestiche. I posti di maestre e di sotto maestre a soldo, si tengon riservate a favore di quelle fra le Educande che ne vengon giudicate più meritevoli per profitto e condotta. Vengono guidate al passeggio pei dintorni della Città, ed intervengono alle Processioni, sempre in corpo, vestite dei loro abiti uniformi.

Per l’uffiziatura della Chiesa, alcune Zitelle sono istruite ed esercitate nel canto Gregoriano. Fatte adulte, al presentarsi di soddisfacente accasamento, ed alle opportunità di qualche conveniente servizio, le Giovani escono dall’ Educandato provviste del corredo e del peculio che ciascuna si è accumulato col ben serbato prezzo dei proprj annui lavori.

Ora, l’età approssimativa del nostro leccio è di 120 anni, quindi è presumibile che a fine ‘800 o nei primi del ‘900 fosse già impegnato ad allungare i primi rami nel chiostro.

In questa foto lo vediamo ancora piccolo, nei primi anni ’30. Intorno, le allieve del convento durante gli esercizi di ginnastica, tutte con lo stesso taglio di capelli.

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Chiostro del leccio, anni ’30 – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

In quest’altra fotografia vediamo il cortile del leccio vuoto, con l’albero solitario protagonista. 

Chiostro del leccio, anni '30 - foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena
Chiostro del leccio, anni ’30 – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

Qui invece qualche anno dopo, quando, durante la Seconda guerra mondiale l’Educantato diventa una caserma provvisoria, com’era successo già durante la Prima guerra.

Chiostro del leccio, Seconda guerra mondiale - foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena
Chiostro del leccio, Seconda guerra mondiale – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

L’edificio viene usato come caserma e ospedale fino alla fine della guerra, poi, nel 1948, dopo alcuni lavori di manutenzione dovuti anche ai danni bellici, ritorna in mano alle monache.

La didascalia dice “cortile interno dell’ospedale militare di riserva, sezione istituto San Paolo. Portici, logge, soldati in divisa, altri in manica di camicia, medici con il camice, infermiere, crocerossine, suora, sacerdote, cappellano militare, albero al centro di un’aiuola”. E’ molto bella perché l’albero viene citato assieme agli altri come in una vera foto di gruppo.

E questo invece è il leccio oggi, visto dallo stesso punto di vista, ma decisamente cresciuto:

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Sono passati decenni e il complesso di San Paolo si è trasformato varie volte. E’ diventato asilo nido comunale, scuola di infanzia, scuola elementare, ha ospitato e ospita uffici comunali, circoli ricreativi, facoltà universitarie, mostre e iniziative culturali, cambiando di volta in volta funzione, fino ai giorni nostri. 

Insomma, il mondo, o almeno quella piccola parte di mondo che è l’Italia, Modena, anzi il centro di Modena, è cambiato, ha visto guerre, bombardamenti e terremoti. Ma all’interno del chiostro non sembra essere successo molto. 

Di fronte a questo leccio, come sempre di fronte a un albero secolare, viene da pensare: era qui quando io non c’ero e sarà qui anche quando io non ci sarò più. Non è un pensiero triste. E’ prendere atto di “questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale” come lo chiamava Leopardi.

Quando noi non ci saremo, nel senso che saremo morti, questi alberi ci saranno ancora, perché vivono più a lungo di noi. E così sarà per il leccio di via Selmi. Almeno per un altro po’, a meno che qualche amministratore pazzo non decida di buttarlo giù, o che il Sole esploda distruggendo ogni cosa. A quel punto, quando non esisterà più niente, “un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso”.

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

7 COMMENTI

  1. Bellissimo articolo con copiose informazioni e ben scritto: grazie davvero!!Io sono modenese e hovisto per la prima volta il leccio in occasione di una mostra di minerali l’anno scorso.Gustosa la lapide all’ingresso dove si dice che una certa signora d’Este aveva fatto costruire l’educandato per le fanciulle senza famiglia. Io, modenese, non sapevo nulla di tutto ciò. Grazie!! Marisa Galli

  2. Articolo molto interessante, belle le foto vecchie e nuove! Da quando la Biblioteca Giuridica si è trasferita al S. Paolo (giugno 2015), il superleccio è un po’ meno invisibile e un po’ meno solo!
    e noi bibliotecari, insieme agli studenti, ce lo godiamo tutto…

  3. Posso testimoniare l’atmosfera particolare di questo luogo perché ho trascorso una parte della mia infanzia in quel collegio, ricordo oltre al leccio il cortile del banano

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