Solitudini silenziose senza ombre né luci

Per il loro fascino notturno e un po’ decadente i motel hanno un posto fisso nell’immaginario collettivo da ormai più di un secolo, cioè da quando le automobili si sono diffuse. Romanzi e film hanno senza dubbio contribuito ad alimentare questo mito, ma anche la pittura: pensiamo a un capolavoro come “Western Motel” dell’artista americano Edward Hopper. Una donna seduta nella camera di un motel, le valigie da una parte, l’automobile parcheggiata fuori dalla finestra, in un paesaggio desertico, stradale, metafisico. E’ appena arrivata? Sta per andare via? Sta scappando? E chi guarda? Questa sensazione di essere altrove, ai margini, fuori dalla realtà, è quella che trasmette l’esperienza di dormire in un motel.

Western Motel di Edward Hopper (1957)
Western Motel di Edward Hopper (1957)

Un tempo i motel erano fuori dalle città, sulla strada. L’idea, come si intuisce dal nome che unisce le parole “motor” e hotel”, era quella di alberghi in cui gli automobilisti, magari impegnati in un lungo viaggio, potessero fermarsi per riposare. Oggi le città sono esplose in maniera omnidirezionale e, soprattutto nel Grande Nord Padano, non c’è quasi più la distinzione tra una città e l’altra. E’ tutta una grande periferia, fatta di distributori di benzina, bar, autolavaggi e sale slot, come sa bene chi percorre la Via Emilia tutti i giorni. I motel si sono dunque ritrovati ai margini e allo stesso tempo al centro di questa unica grande città, in quegli spazi senza identità che talvolta vengono definiti, non sempre a ragione, “nonluoghi”, riprendendo l’espressione di successo dell’antropologo Marc Augè.

motel04Il punto è che quasi nessuno ci va apposta, in un motel. Come scrive Bruce Bégout nel suo saggio “Luoghi senza identità”, nei motel “ci si ferma una notte o al massimo due, ai margini della città, quasi ai margini della vita, tanto scarso è l’interesse affettivo o estetico di questi soggiorni”. Si è sempre di passaggio, difficilmente si programma una settimana di vacanza in un motel vicino all’uscita dell’autostrada. E’ più probabile che sia il caso a portarci verso l’insegna al neon “MOTEL”.

Qualche mese fa mi è capitato di dovermi fermare sulla Via Emilia. Ero solo, era notte, pioveva e non c’era niente di affascinante in tutto questo. Avrei semplicemente voluto essere a casa, non in macchina. La mia scarsa vista e le luci riflesse sulle gocce d’acqua rendevano la guida sempre più difficile. In più iniziavo ad avere segnali poco rassicuranti di un imminente colpo di sonno. Per fortuna la Via Emilia ha numerosi motel sulla strada. Hanno nomi come Motel Galaxy, Hotel Emilia, Hotel Rosso Frizzante, Hotel Eden, Motel Maxim. Costano poco, sono sempre aperti, fuori non c’è il deserto americano come nel dipinto di Hopper, ma camion, ristoranti, fabbriche… Ma sono perfetti in casi di sonno alla guida.

Così, quando vedo una delle tante insegne “MOTEL” penso di fermarmi, ma la manco e passo oltre. Qualche chilometro dopo ne vedo un’altra, ma ancora i miei riflessi ormai semi-addormentati, più la pioggia battente, non mi permettono di svoltare in tempo. Al terzo tentativo riesco a imboccare la svolta e parcheggiare.

Vado alla reception, do un documento e mi danno una chiave. Non scambiamo nemmeno una parola a parte il “buonasera” iniziale. Come scrive ancora Bégout: “La codificazione minimale del luogo influenza il comportamento umano. Lo scambio tra i clienti si riduce a un’aspettativa reciproca molto povera, che in genere consiste nella volontà di non sconfinare nel campo dell’altro, di non fargli né ombra né luce”. E’ come se ci fosse un gigantesco cartello “NON DISTURBARE” su tutto il motel, inclusi i volti dei clienti e del portiere notturno.

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Vado in camera, chiudo la porta e mi siedo sul letto con le scarpe ancora bagnate dalla pioggia. Mi guardo intorno, la camera è piccola e non c’è nulla che desti attenzione. La sensazione è di essere uscito non solo dalla strada, ma anche dalla realtà.

Fuori piove, ci sono luci, il rumore delle tante auto che anche a quell’ora percorrono quel tratto di Via Emilia. Dentro c’è silenzio, l’unica finestra ha i doppi vetri e non si può aprire, c’è l’aria condizionata, il frigobar, la tv e un foglio con l’elenco dei canali infilato sotto il telecomando. Sono presenti anche canali pornografici inclusi nel prezzo della camera, che, contrariamente agli stereotipi sui motel, è perfettamente pulita, bagno compreso: nemmeno una macchia, nemmeno un capello. Rispetto al passato infatti, oggi i motel possono fare concorrenza agli hotel di fascia medio-alta. Hanno spesso bagni con vasca idromassaggio, addirittura mini-piscine in camera a bordo letto o servizi extra surreali come “i petali sul letto” (15 euro) o un set di candele “per l’atmosfera” (25 euro).

Contrariamente agli hotel inoltre, offrono la possibilità del pagamento a ore. Il motivo è chiaro ed è inutile girarci intorno: la possibilità di pernottare solo per alcune ore e i servizi aggiuntivi legati “all’atmosfera” si giustificano con il fatto, ben noto, che spesso i motel servono come alcove per coppie alla ricerca di intimità.

Raymond Johnson - The Motel (1961)
Raymond Johnson – The Motel (1961)

Eppure, la vera esperienza-motel, è quella solitaria. Quella che ci porta a fissarci nello specchio, seduti sul letto, in un silenzio anestetizzante. Continua ancora Bégout: “Poiché determina una forma di tranquilla depressione, il motel induce a economizzare gesti e parole, a lasciarsi invadere dalla semplicità anestetizzante del banale. […] Dopo una lunga giornata in macchina, qualunque viaggiatore cerca il riposo, ma soprattutto l’assenza di quelle costrizioni che ogni rapporto umano inevitabilmente porta con sé. Così, preferisce isolarsi dai propri simili piuttosto che dovere ancora una volta fare conversazione, perché il suo stato fisico e mentale non glielo consente più.”

Ecco allora la televisione, che interrompe il silenzio e la solitudine con noi stessi, irrompendo nella piccola camera e riempendola di rumore, luce, volti umani – tutto quello che abbiamo lasciato fuori. Dopo 5 minuti in camera, sembra già che siano passate ore. Poi, all’improvviso, dei passi: una coppia, sembrerebbe, che entra nella camera vicina. Ogni tanto qualche rumore, forse le scarpe che vengono tolte, l’acqua del bagno, lo sciacquone, una birra che viene stappata. Infatti inspiegabilmente, così come la stanza è perfettamente isolata dal mondo esterno, quello della trafficata e caotica Via Emilia, non lo è invece all’interno, e la sensazione è quella che si prova quando ci tappiamo le orecchie con le dita e iniziamo a sentire i rumori interni del nostro corpo.

Eppure, i clienti della stanza a fianco, sono come fantasmi: rumori vaghi attraverso le pareti, con cui non voglio avere nulla a che fare, e senza dubbio loro non vogliono avere a che fare con me. A proposito Bégout riflette: “Dal suo punto di vista elementare [del viaggiatore, ndr], si tratta proprio di staccare totalmente, di rompere il riflesso della vita quotidiana che lo costringe a reagire di continuo all’ambiente che lo circonda. Per questo il motel offre lo spazio architettonico ideale, che azzera interferenze esterne e interazioni umane. Nessun ristorante dove farsi vedere, nessun impiegato al quale parlare: il riposo assoluto nel ripiegamento su se stesso e nell’indifferenza al mondo. La distanza psicologica che i clienti instaurano tra loro crea l’illusione di un’interiorità ricca e autosufficiente”.

Immagine tratta da "Paris, Texas" di Wim Wenders (1984)
Immagine tratta da “Paris, Texas” di Wim Wenders (1984)

Ma dopo un po’, tolto il volume alla tv e ufficialmente arreso alle tentazioni del frigobar con le patatine a 2 euro, ecco che l’umanità ricomincia ad apparire, come piccole prove raccolte sul luogo di una tragedia: un capello sul copriletto che prima sembrava perfettamente lindo, la sensazione appiccicosa del menù con i prezzi del frigobar, come se fosse stato toccato da migliaia di mani, e poi una risata femminile provenire dalla stanza a fianco. Il mondo continua a esistere. Nella stanza illuminata da un documentario senza audio sui dinosauri, il ronzio del condizionatore crea un sottofondo che placa il silenzio interiore, mentre la stanchezza prende il sopravvento e le voci dei fantasmi intorno, la risata della donna, una porta che si apre e poi si chiude, si confondono nei sogni… Come scrive Bégout: “Al calare della notte c’è qualcosa di monacale, simile al raccoglimento, quando tutte le porte di compensato delle camere si chiudono simultaneamente su un’interiorità vicinissima e inaccessibile, disturbata solo dai brevi rumori della TV o dal ronzio dei condizionatori. Qui il silenzio alterato non è di concentrazione ma di stupore. Del resto, il cliente non può fare a meno di chiedersi: chi sono questi uomini e queste donne che sono nella stanza accanto per una notte, di cui mi giungono solo gli echi soffocati? In questo momento pensano a me come io penso a loro?”.

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