Slanting Dots: non chiamateli jazz trio

Sono nati dal jazz, ma sono diventati qualcos’altro. Sparpagliati su 1200 chilometri di distanza, dopo il primo album del 2013 intitolato “Unfold”, continuano il loro sodalizio lavorando alla seconda uscita prevista nel 2017. Musicisti, compositori, ma anche amici: sono gli Slanting Dots, “power trio” per due terzi modenese, formato dalla chitarra di Luca Perciballi, dal contrabbasso di Alesso Bruno e dalla batteria di Gregorio Ferrarese.

Tutti e tre sono musicisti e compositori, con una lunga esperienza di palco nell’ambito di festival jazz nazionali e internazionali. Luca Perciballi, modenese, si è formato fra il Conservatorio di Parma, il Codarts di Rotterdam e il Conservatorio di Milano. Recentemente ha vinto il Premio Internazionale Gaslini e il 2 dicembre presenterà il suo ultimo lavoro solista al Teatro Čajka di Modena. Alessio Bruno è l’altra parte modenese del trio. Formatosi al Conservatorio di Modena, ha vinto diverse borse di studio jazz fino ad approdare al Royal Conservatory dell’Aja: tuttora vive e lavora in Olanda. Gregorio Ferrarese invece è di Parma. Laureato in jazz presso il Conservatorio della sua città è anche insegnante presso la Music Academy di Reggio Emilia.

Dal 2007 i loro percorsi musicali e professionali si intersecano nel progetto Slanting Dots. Qui, fondono basi jazz e incursioni elettroniche, improvvisazione totale e partitura articolata. “Io sono quello che ha sempre ha spinto di più sulla classica contemporanea. – Racconta Luca Perciballi – Il lato più ruspante è Gregorio. A metà c’è Alessio, forse quello che ha più radici jazz di tutti. Ci siamo chiamati Slanting Dots poco prima di entrare in studio. Prima ci chiamavamo in un altro modo. Abbiamo avuto quella cosa terribile da jazzisti di prendere le iniziali di nomi e cognomi e combinarle in un modo che avesse senso in una lingua qualunque.”

slanting-dots-nau-jazz-day-2015-ph-credits-valentina-casali

Perché il jazz, come spiega Luca, non è che un punto di partenza: “Suoniamo tanto, – continua . suoniamo forte, suoniamo con molta energia”. Anche se nel mezzo ci corrono 1200 chilometri.

Luca, ciascun membro degli Slanting Dots è in un luogo diverso: come fate a gestire la distanza?
Grazie allo stesso motivo per cui gli Slanting Dots sono nati, cioè siamo amici. Io e Alessio ci conosciamo da sempre. Gregorio è stato mio compagno di studi al Conservatorio di Parma, quindi per anni ci siamo frequentati come marito e moglie. Sono due musicisti bravissimi, preparatissimi. Fortuna vuole che ci siamo trovati bene anche da un punto professionale e musicale, quindi riusciamo a tenere viva la cosa nonostante le difficoltà. Ci vediamo poco, ma avendo suonato insieme per anni recuperare l’intesa è come andare in bicicletta.

Gli Slanting Dots nascono dal jazz, un genere complesso e a volte non immediato all’ascolto…
A me dà fastidio il termine jazz per come viene comunemente inteso. Da musica vitale, estremamente interessante e piena di possibilità, si sta trasformando in qualcosa di stereotipato, tipo la jam session dove si fa finta di essere a Brooklyn negli anni ’50, e invece sei a Modena o dovunque tu voglia. È troppo scolarizzato, perché le scuole ormai stanno decollando, e c’è una standardizzazione dei metodi. È anche troppo abusato, se vuoi. Gli Slanting vengono dal jazz per gli studi e la passione iniziale, ma siamo da un’altra parte. Sono questioni formali quelle che ci avvicinano al jazz, come l’uso dell’improvvisazione all’interno di parti scritte e l’interplay, ossia l’interazione fra i musicisti, che è il succo della cosa. Slanting Dots si regge in piedi per l’intesa. Potremmo improvvisare concerti e suonare Slanting Dots.

Dove avete trovato maggiore riscontro di pubblico?
Quando si fa musica “difficile” per il senso comune, “pubblico” è un parolone. Nessuno è mai davvero preparato a quello che può sentire. Abbiamo suonato a Roma davanti a tre persone, numero reale compreso il giornalista che ci doveva intervistare dopo… e abbiamo suonato a Parma in una tana del jazz in cui abbiamo avuto un boato di pubblico. Per quello che dicevo prima sul jazz, i contesti sono molto particolari. Può andare malissimo, oppure quelle sere in cui pensi “Qua ci spellano vivi” trovi entusiasmo.

Pensi che l’Emilia-Romagna sia aperta a una musica di questo tipo, “difficile”, o si può fare di meglio?
La domanda è poca, ma è un problema a livello generale e si potrebbe estendere il discorso a tutto il Nord Italia. Sulle istituzioni ormai non ci puoi contare, si sforbicia dapperutto, sempre di più. Il pubblico e i locali, mah… c’è qualche realtà felice a Bologna, qualcosa di interessante anche a Modena. Per esempio il Node Festival è qualcosa di buono in questo senso. È un gran casino, ma non vale solo per noi. Siamo dei panda, ecco. Dei panda che si barcamenano in una riserva.

slanting-dots-2

Però se uno continua a farlo un motivo ci sarà… per voi qual è?
Posso parlare per me. Penso sia un momento per smontare il pensiero, trovare un pensiero vero, scardinato dalle cose di tutti i giorni. Suonare ha anche una valenza sociale: fai pensare, cerchi di provocare una reazione di qualche tipo. Il fatto che poi uno ci debba mangiare vizia un po’ la cosa, ma io per esempio non sono un tipo da grossi compromessi. E ogni volta si impara qualcosa, perché nella musica si studia sempre. Sempre. Non c’è scampo, se no sei poco onesto. Questo vale per tante cose, ma la musica te lo sbatte in faccia. È uno dei pensieri umani più ramificati che esistano.

L’Olanda: Alessio è rimasto e tu sei tornato. Che atmosfera avete trovato là dal punto di vista musicale?
Ci sono grandi mezzi, un investimento culturale che, per quanto si lamentino che viene tagliato, è epocale rispetto ai nostri standard. Io non mi posso lamentare: il Conservatorio di Parma è ottimo e ha buoni mezzi, però niente di paragonabile. Là c’è un’educazione di pubblico molto vasta, un ascolto di musica dal vivo che qui manca. Qui, nel locale, la musica live rompe le palle se non è contornata da un evento, cioè se non è un concerto ma un’altra cosa. D’altro canto in Olanda, essendoci una grande tradizione scolastica, c’è tanto accademismo, ma con un livello medio molto più alto. Nei conservatori italiani, per avere una mano sulle rette, ammettono anche gente che non sa suonare. Lì questo non succede. In più si suona molto nel circuito che gravita attorno alle scuole, come a Berlino, anche solo per 30,00 euro a sera, ma magari suoni tutte le sere. E questo è ottimo per uno studente che deve imparare o per chi ha bisogno di esperienza di palco: fai qualcosa per davvero e impari tanto. Però, a un certo punto, se si ha un’idea diversa, una proposta professionale chiara, ciascuno deve trovare i luoghi e i modi che permettano di svilupparla.

Leggi anche:
L’importanza di essere Kaos India
Le scintille musicali dei Collectin’ Sparks

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *