Aiuto, ho condiviso il mio letto con un estraneo. Calma, è solo...

Aiuto, ho condiviso il mio letto con un estraneo. Calma, è solo Sharing economy

La chiamano Sharing economy, o economia collaborativa, e sta cambiando il mondo. Rappresenta un ripensamento strutturale delle forme tradizionali di scambio economico e il 2015 per piattaforme come Airbnb o Blablacar - solo per citare gli esempi più famosi di economia di scambio - è stato un boom. Per non rimanere spiazzata rispetto a ciò che sta succedendo, si sta svegliando anche la politica. La modenese Benedetta Brighenti è l’autrice del primo documento in tema di Sharing economy discusso a livello europeo.

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Stavolta, o come sempre, la rete è arrivata prima. È più di un decennio che Facebook ha trasformato la parola “condivisione” in un click in grado di tessere reti globali. È un decennio che l’economista canadese Don Tapscott ha pubblicato il suo libro Wikinomics, sulla collaborazione di massa che sta cambiando il mondo. Wikipedia, invece, esiste da quindici anni. La rete ha facilitato a tal punto le possibilità di “scambiare” – idee, parole e cose – che l’ultimo anello di questa catena non è più un sito, un libro o un’enciclopedia, ma un nuovo assetto economico. La chiamano Sharing economy, o economia collaborativa. Magari, detta così, non l’avevate mai sentita nominare, ma la conoscete tutti. Basta nominare piattaforme come BlaBla Car, Airbnb, Uber o Gnammo e capirete di cosa si tratta. Ma, se credevate che si trattasse solo di organizzare un weekend in modo diverso, sentendosi un po’ ecologici e un po’ open-minded, beh, vi sbagliavate.

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Fonte immagine: Techeconomy.

Una nuova classe sociale

Queste sono le parole chiave di una vera e propria rivoluzione che avanza nella nuvola digitale, mentre quaggiù se ne fa uso a tal punto che la condivisione è diventata la bandiera di una nuova classe sociale: lo sharetariato. Termine orrido, d’accordo, ma che ha il pregio di offrire lo spunto per rivedere categorie sociologiche ereditate da Ottocento e Novecento dalle quali fatichiamo ad affrancarci culturalmente ma che, nei fatti, non esistono più. Rapidità, connessione, collaborazione, utilizzo: sono queste le parole chiave di un sistema che passa dal consumo all’utilizzo e dalla proprietà all’accesso, in un panorama di crisi umana ed economica che potrebbe trasformare per sempre il capitalismo stesso. Erede di modelli come le cooperative o le imprese sociali, la Sharing economy permette di condividere tempo, risorse, lavoro, beni pubblici e privati. Ma il fattore decisivo, quello che sta permettendo all’economia collaborativa di diffondersi a macchia d’olio al punto di mettere in dubbio il sistema tradizionale è la piattaforma digitale. Un po’ come tornare al baratto, ma stavolta non ci si incontra nella piazza: il luogo di scambio e condivisione per eccellenza è un’app o un sito.

La copertina di Time del 9 febbraio 2015 dedicata alla Sharing Economy
La copertina di Time del 9 febbraio 2015 dedicata alla Sharing economy

Tutte le forme della Sharing economy

Le forme di Sharing economy si differenziano a seconda della tipologia di collaborazione: che si tratti di economia dell’accesso (ad esempio il noleggio, come accade su Spotify), di gig economy (singole prestazioni lavorative attivate sulla piattaforma online), di condivisione di beni (il car sharing di BlaBla Car o l’affitto temporaneo di una stanza o un appartamento su Airbnb) o di pooling economy (gestione o creazione collettiva di un bene, ad esempio un parco o un condominio, tramite risorse creative o finanziarie), i pilastri di quello che sta diventando un nuovo colosso sono davvero innovativi. Beni privati che fino a qualche anno fa erano solo una fonte di spesa, come la casa o la macchina, diventano un’opportunità di guadagno. Allo stesso modo, lo scambio o il baratto di beni inutilizzati può fruttare un guadagno laddove l’economia era immobile. La rete ha aggiunto all’ingranaggio il tassello fondamentale: la connessione tra le persone. E che l’economia si muova dal basso e a muovere le pedine siano cittadini che riutilizzano, riorganizzano e recuperano a seconda di esigenze reali e non indotte, beh, non è cosa da poco.

Da consumatore a “utilizzatore”

In più, il tradizionale rapporto produttore consumatore è completamente sovvertito: il bene utilizzato può cambiare proprietà (baratto o vendita di bene inutilizzato), restare del proprietario (e venire affittato o noleggiato, come su Airbnb), o acquistare un nuovo proprietario oltre a quello preesistente (come nel caso di una casa aumotobilistica che offra servizi di car sharing). Il consumatore diventa così un utilizzatore di un bene e il mezzo di transazione può essere denaro come lo scambio di un bene equivalente. Una risposta alla crisi, certo, ma anche un ripensamento strutturale dell’economia all’interno della società che non può essere temporaneo. Soprattutto se pensiamo che anche la conoscenza ha assunto fattezze “collaborative”. Basti pensare a Wikipedia e alla sua etimologia (“wikiwiki” in hawaiiano significa “rapido, veloce”) o al concetto di Wikinomics come comprensivo di tutte le forme di economia collaborativa.

blablacar

2015, l’anno in cui i barbari conquistarono il mondo

Qualche anno fa, Alessandro Baricco annunciava l’arrivo dei barbari, quelli che navigano veloce e costruiscono sul pelo della superficie operando «uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese». Per una volta, quando fiducioso ci ha detto di non spaventarci, non ha detto stupidaggini. E il mondo sembra averlo capito, dato che l’appena trascorso 2015 è stato l’anno del boom. Un recente articolo di Wired ci fornisce un po’ di cifre: per citare le forme di Sharing economy più conosciute, Airbnb è arrivata a essere quotata 24 miliardi di dollari (più della catena di alberghi Marriott), Uber è arrivata a quota 41,2 e BlaBla Car a quota 1,6. BlaBla Car, inoltre, ha già comprato due competitori. Se rimaniamo in Italia, il giro d’affari delle startup legate alla Sharing economy è passato dallo 0,25 all’1 per cento del Pil: ma l’attenzione che il fenomeno sta attirando a livello politico e i problemi che ha suscitato nel rapporto con le forme tradizionali di economia parlano da soli.

Si muove anche l’Europa

La Sharing economy è in crescita e merita attenzione. E chi se ne sta occupando, tutt’altro che in piccolo, arriva proprio da Modena. Benedetta Brighenti, Vicesindaco di Castelnuovo Rangone e responsabile Europa del PD provinciale, è l’autrice del primo documento in tema di Sharing economy discusso a livello europeo. Il 4 dicembre 2015, il “progetto di parere” curato da Brighenti è stato votato al Comitato delle Regioni, l’assemblea dei rappresentanti regionali e locali di 28 stati membri dell’UE. Obiettivo: varare un’agenda europea per l’economia della condivisione entro il 2016. Il documento recita obiettivi chiari, scanditi e definiti: “abbassare le barriere per entrare nella Sharing economy, creare corpi indipendenti che possano classificare in virtù della reputazione che i vari esempi di Sharing economy acquisiscono, dar vita a una politica pubblica che avvantaggi la giovane auto imprenditorialità, la tutela della nuova classe sociale dello sharetariato e delle forme già esistenti di economia”.

brighenti

Le parole d’ordine: espansione e regolamentazione

Brighenti mi riceve al tavolo di legno del Comune della sua Castelnuovo Rangone: è al telefono di fronte al computer aperto, al lavoro. È entusiasta: “sono appena tornata da Bruxelles – dove si trovava per una due giorni di EUdem School, la community europea del militanti del PD – dove ho avuto modo di notare come il nostro documento abbia fatto da modello”. In che senso? “L’Olanda ha appena varato un documento simile al nostro e il parlamento europeo ha appena inserito, a seguito di una nostra richiesta, la Sharing economy in un documento sul digital single market appena firmato”, risponde. Sono mesi che Brighenti pone l’accento sulle due direzioni da imboccare per non perdere il treno della Sharing economy: espansione e regolamentazione. A che punto siamo? “Verso giugno usciranno le linee guida emerse da tre mesi di consultazione in Commissione Europea, – annuncia – ma rispetto ad altri governi europei, stavolta l’Italia è arrivata in anticipo”.

Pare infatti che nel giro di poche settimane vedrà la luce la prima proposta di legge dell’Intergruppo parlamentare per l’Innovazione Digitale. Prima firmataria, l’onorevole Veronica Tentori del PD, ma a lei si sono accodati numerosi colleghi di altri partiti.
Staremo a vedere quali saranno i risultati pratici di questi tentativi di un colosso burocratico come la UE che non brilla certo per “rapidità e capacità di connessione”. Nel frattempo, Brighenti se ne esce con dichiarazioni che, proprio in tema di economia, attirano serie perplessità.

Il TTIP, quel trattato che fa paura a molti

Parliamo del TTIP, il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti in dirittura d’arrivo tra Europa e USA. Un accordo criticatissimo da una parte all’altra dell’Atlantico che prevede la creazione di una normativa comune, a livello commerciale, tra i due continenti. Meno dazi, meno spese, libero commercio, sì, ma anche la piena condivisione di una normativa che prevede, tra le altre cose, il settore agroalimentare. Che gli americani non abbiano un’idea di che significa mangiare è chiaro e non è affar nostro, ma i rapporti di forza (economici, naturalmente) dicono che a trattato firmato lo sarà molto presto.

Brighenti ha definito il trattato “un’opportunità di crescita, lavoro e investimenti che si discutono a livello europeo”, il che rappresenterebbe “un valore aggiunto imprescindibile nato dal coordinare strategie e risposte europee a sfide globali come commercio internazionale, rilancio degli investimenti pubblici e la novità dirompente del modello economico collaborativo”. Le chiedo lumi, e lei non si tira indietro. “Il principio fondante è positivo ed è l’abbattimento delle barriere: – risponde – si tratta di una necessità, gli accordi transatlantici si stanno già facendo e possiamo solo scegliere se farlo con l’America o con la Cina”. In tutta onestà, Brighenti arriva al sodo e il TTIP, da scelta consapevole, diventa l’ultima spiaggia.

Proteste in Germania contro il Trattato. Fonte immagine: Stop-Ttip.org
Proteste in Germania contro il Trattato. Fonte immagine: Stop-TTIP.org

“Non abbiamo paura del TTIP. Imporremo le nostre regole”

E come la mettiamo con il settore agroalimentare? Come può il partito del made in Italy, di Eataly e degli inconfondibili sapori territoriali, così radical chic da storcere il naso di fronte a tutto ciò che non è “eccellenze italiane” (un termine che, ormai, esce dalle orecchie), sostenere a spada tratta il TTIP? Su questo, Brighenti sguaina un’ottimismo al limite dell’utopia e mi chiedo, mentre parla, se davvero ci crede: “noi siamo il PD e siamo il partito di uno dei paesi firmatari dell’accordo: – non transige – questo significa che sul settore agroalimentare imporremo regole e condizioni che lascino intatto il nostro patrimonio di igp e dop”. “Me ne assumo la responsabilità, – continua – e se l’America non accetta le nostre condizioni, siamo sempre in tempo a tirarci indietro”.

Le chiedo, a fronte di quel che sembra un Don Chisciotte che al posto dei mulini a vento abbia il gigante a stelle e strisce, se, almeno, non considera l’accordo prematuro. In fondo, per fare il pugno di ferro bisognerebbe prima forgiarlo. “Non ci reggiamo in piedi da soli: – risponde – la crisi ha irreversibilmente cambiato i nostri connotati, siamo in ritardo e deficitari, né abbiamo tempo di pensare prima all’unità del mercato europeo e poi al dialogo con gli USA”. Se è vero che alcune modifiche sono già state apportate e che il TTIP non vedrà la luce prima del 2018, ammesso che gli inaccessibili documenti non dicano il contrario, speriamo, nel frattempo, di piantare bandiera sul terreno della Sharing economy. In questo senso, l’ottimismo del Vicesindaco Brighenti potrebbe portare seri risultati.

Fonte immagine di copertina: Pixabay.

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Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

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