Settant’anni di Unità

Settant’anni di Unità

Per celebrare il settantesimo compleanno della Festa dell'Unità di Modena, il ricercatore Raffaele Caterino ha scritto un saggio dal titolo "La città nella città". Una ricostruzione accurata e puntigliosa di successi e vicissitudini, dal 1946 ad oggi, di un appuntamento che ogni anno richiama centinaia di migliaia di persone. In questa intervista abbiamo chiesto a Caterino di parlarci, oltre che del passato, del presente e del futuro della Festa.

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La Festa dell’Unità di Modena che si aprirà tra due giorni a Ponte Alto – il 24 agosto alle 19 – compie quest’anno esattamente settant’anni. L’età giusta per andare in pensione? Assolutamente no. Lo dicono i numeri che testimoniano un successo immutato negli anni, e lo conferma anche Raffaele Caterino, autore del volume “La città nella città. Cronache e storie dalle Feste de l’Unità di Modena 1946-2016“, edito dalla Fondazione Modena cittanellacitta2007 e realizzato proprio per celebrare questi sette decenni di storia di un evento che si intreccia indissolubilmente non solo con quella del partito che da sempre la promuove, ma anche con quella della città che la ospita. Il libro è una ricostruzione puntigliosa e accurata della lunga strada percorsa dal dopoguerra ad oggi, dalle prime feste di una sola giornata che si svolgevano in pieno centro storico fino al gigantismo – temporale e spaziale – che caratterizza l’attuale kermesse di Ponte Alto. Dal canto suo, il giovane ricercatore autore del saggio può essere a buon titolo considerato come uno dei massimi esperti sull’argomento “festa dell’Unità di Modena” per la quale nutre una passione che va al di là dell’interesse culturale e storiografico. Non solo perché a questa aveva già dedicato la propria tesi di laurea, ma anche per i suoi ormai celebri diorami – di cui abbiamo raccontato in passato – riproduzioni in scala, realizzate con colla, forbici e cartoncini colorati della festa che fin da bambino Caterino con pazienza certosina “monta e smonta” ogni anno in concomitanza con l’apertura e la chiusura della festa “vera”. In questa lunga chiacchierata con lui, ci siamo fatti raccontare non solo del passato ampiamente trattato nel suo saggio, ma anche della situazione del presente e delle prospettive future di questo appuntamento che richiama centinaia di migliaia di modenesi, e non solo.

L'archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.
L’archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.

Dai plastici in cartoncino alla copertina cartonata de “La città nella città”. Mi racconti la genesi del tuo lavoro? Ti è stato commissionato o l’idea di partenza è tua e hai successivamente trovato nella Fondazione Modena 2007 l’editore disposto a pubblicarlo?

Allora in primis, io qui, come mi è capitato di dire in altre occasioni, cercherei di slegare il discorso plastici (che ti ringrazio della tua definizione “favolosi”), tant’è che in una prima ipotesi si ventilava un loro inserimento nel libro ma, come vedrà il lettore, non vi è traccia alcuna dei modellini. Questo perché in questi mesi mi si è sempre riconosciuto nella persona che fa i diorami delle feste. Non che mi dispiaccia, ma in questo caso proprio perché questo lavoro ha una genesi di ricerca e di “fatica” abbastanza lunga, lo vedo come un qualcosa che possa distogliere l’attenzione da quello che ritengo un argomento così interessante e molto più complesso di quello che sembra, come appunto la “città rossa”. Da qui avrai già intuito che il lavoro è partito da me, senza una idea precisa di cosa fare dopo, ma semplicemente la voglia di scoprire come erano le feste del passato, quelle di quando ero piccolo e che ricordavo a malapena e poi la curiosità mi ha spinto ad andare indietro fino al 1946.

Questa ricerca parte nel settembre del 2011, e mi ricordo che la prima festa che comincia ad analizzare è stata la nazionale del ’90, per poi andare indietro e consultare l’archivio del PCI di Modena dell’Istituto Storico e poi quello fotografico. Di seguito, con maggiori difficoltà di reperimento sono tornato agli anni ’90 e ho cominciato a ricostruire gli anni post Bolognina. Esiste al momento solo l’archivio del PDS, quindi fino al ’97 (e in più il primo anno dei DS, il ’98), quindi per questi anni è stato facile. Per il dopo è stato più complesso, e mi sono rivolto alla Fondazione Modena 2007 e ad alcuni circoli, o persone, che detenevano appunto materiali più recenti. Per quelli che vanno dal 2004 in poi invece li avevo già tenuti io in un piccolo archivio personale che avevo cominciato a costruire, dove poi ci sono anche molte feste più piccole, altre feste nazionali in Italia e quelle di Reggio e Bologna. Questa ricerca fu poi la base per lavorare alla mia tesi di laurea di due anni fa, che si era incentrata sulla festa in relazione ai cambiamenti politici (PCI- PDS , PDS-DS, DS-PD). Da questa io e l’Istituto storico abbiamo cominciato a pensare prima ad una mostra e poi ad un libro, che potesse uscire quest’anno, appunto per il settantesimo. Qui la fondazione si è mostrata molto interessata e insieme abbiamo messo insieme il progetto che poi abbiamo realizzato, il libro e la mostra allestita nella festa di quest’anno.

Ancora un'immagine dell'archivio di Caterino
Ancora un’immagine dell’archivio di Caterino

Ripercorrendo le suddivisioni contenute nel volume, possiamo sintetizzare le varie tappe evolutive che hanno caratterizzato la festa dal 1946 ad oggi?

Provo a cercare di delineare delle tappe, anche se non è semplicissimo. Le prime feste sono quelle del dopoguerra, piccole, brevi ma molto scenografiche, con le grandi sfilate che coinvolgevano la città, il centro storico, la cittadinanza. Con gli anni ’50 la festa comincia ad assumere un aspetto più simile a quello che conosciamo, sistemandosi in Piazza d’Armi (oggi il Novi Sad) fino al 1978 (eccetto il ’77, festa nazionale all’autodromo). Ed è appunto con l’arrivo all’autodromo, prima col ’77 e poi stabilmente dal ’79 fino al 1987, che la festa “esplode”, cioè diventa gigante, seguendo poi un trend nazionale, e si specializza, cerca temi sempre diversi, originali, nuovi, azzardati, coraggiosi, al contrario degli anni precedenti. Con gli anni ’90 siamo di fronte a un ridimensionamento progressivo (ricordando che dal ’90 al 2002 Modena ospita la festa nazionale 5 volte) fino ad arrivare a quello che vediamo oggi.

A distanza di così tanto tempo dalla sua nascita, la Festa dell’Unità resta un imprescindibile appuntamento di massa per la città, tanto da essere tentati di paragonarla, “come radicamento e tradizione, al Palio di Siena o al Festival di Sanremo”. Se questo è vero dal punto di vista genericamente “culturale”, in che misura oggi la Festa conserva la connotazione politica delle origini?

La festa in qualche modo fa parte del “paesaggio”, dove bene o male quasi tutti ci passano, proprio per il suo carattere popolare. Logicamente non è più la festa dei giardini pubblici del ’46. E’ stata condizionata dalla modernità, dai nuovi bisogni e dalle mode, tendenze, abitudini. Una volta si mangiava nei tavoli all’aperto sull’erba, oggi si cerca di creare condizioni confortevoli, scenografiche, quasi ricreando dei veri e propri locali. Quella di oggi è una versione ingrandita e aggiornata della vecchia festa. Non c’erano i balli latini, non c’era l’autosalone, ma non vuol dire che nelle prime feste non ci fossero zone commerciali, come lo spazio per i giovani o lo svago. Anzi, semplicemente si è rinnovato, adattato quello che c’era, seguendo l’andamento dei tempi e della società, e magari facendo conoscere cose nuove, sapori nuovi, musiche nuove a chi non le conosceva. La festa era ed è anche questo. Contrariamente a quello che si può pensare, lo spazio per il dibattito politico col tempo è aumentato. Nelle prime feste non c’erano certamente tanti dibattiti, anzi spesso c’era solo un comizio di un dirigente nazionale e basta. Con il progressivo allungamento della sua durata il programma politico culturale si è ampliato moltissimo. Sulla partecipazione il discorso è diverso. Le grandi masse (del partito di massa in una società di massa) oggi non ci sono più, il modo di partecipare alla politica è indubbiamente cambiato, quando si partecipa.

La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.
La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.

Anche se nel corso degli ultimi anni si è assistito a una sua progressiva “privatizzazione”, almeno rispetto alla gestione delle varie attività – quelle della ristorazione in testa – il lavoro delle migliaia di volontari che ne permettono la realizzazione è ancora assolutamente imprescindibile. E tuttavia è impossibile negare che queste persone appartengono – per la maggioranza – sia dal punto di vista anagrafico (parliamo per lo più di pensionati) che della cultura politica, a un passato che trova chiaramente le sue radici nella militanza nel PCI. Per quella che è la tua conoscenza, ritieni sia in corso un ricambio generazionale? In che misura? Come vedi il futuro della festa dal punto di vista organizzativo? Davvero possiamo pensare che tra dieci anni sia ancora tutto in mano ai volontari?

In un primo momento (ma anche oggi) l’intervento dei privati era necessario per permettere quell’ampliamento dell’offerta, che prevedeva il coinvolgimento di alcuni ambiti dove i volontari non erano preparati (penso alle cucine estere per esempio). Certo è che il numero dei volontari è progressivamente calato, anche se il problema di trovare persone è sempre esistito. Tra dieci anni farei fatica a immaginare ad una inversione di tendenza: le cose non possono che proseguire su questa strada. Molte delle defezioni attuali derivano da una situazione burrascosa interna nel partito a livello nazionale. Vero è che la festa tende a unire, a superare le divisioni, per il suo radicamento fortissimo, perché è un pezzo di storia con la quale anche un partito che sta cambiando deve fare i conti. Leggo spesso di persone che dicono che questo è sbagliato, c’è chi addirittura ha definito la festa come una casa “propria”. Ecco dire queste cose fa capire che delle feste si sa ancora pochino, le feste non sono una casa di qualcuno, devono essere quel crocevia di confronto, uno spazio aperto come una città che deve accogliere e confrontarsi. Chiudersi e quindi snaturare la vera natura della festa può mettere a rischio qualcosa di grande.

Uno dei favolosi diorami di Caterino
Uno dei favolosi diorami di Caterino

La festa conserva fortissimi gli aspetti legati al divertimento, alla socializzazione, all’intrattenimento. Ma è ancora un appuntamento anche politico? L’impressione netta è che negli ultimi anni, a parte alcune star del mondo della politica – il Renzi del pienone del 2013, un evergreen come Bersani – gli eventi politici siano disertati dal grande pubblico. Quanto incide la crisi generale della politica rispetto alle mutazioni che sta vivendo questo appuntamento storico?

La festa deve rimanere un luogo, oltre che di divertimento, di degustazione, di socialità, anche di cultura e di politica. Modena devo dire che a livello culturale fa sempre un grande lavoro, organizzando ogni anno una serie di rassegne culturali e mostre significative, cosa non scontata e non frequente. La politica, come dicevo prima, ha visto un ridimensionamento della partecipazione notevole. Passiamo dai 700mila di Berlinguer nel ’77, 150 mila di Occhetto nel ’90 alle 10mila di Renzi nel 2013. Se si fa caso anche nei festival nazionali, già da qualche anno i comizi finali non si fanno più nelle grandi arene ma in spazio più piccoli. E questo trend non si può invertire se si diffonde l’idea che la festa deve essere casa esclusivamente “di qualcuno”. Se abbiamo delle sale dibattiti, queste devono ospitare dibattiti, non conferenze. Anche “fisicamente” visto che il libro parla diffusamente di morfologia della festa, lo spazio dedicato alla politica deve essere coraggiosamente evidente, aperto, accessibile dal passaggio dei visitatori, in modo che volendo o no, per i dibattiti ci passi.

Il pannello della Festa di quest'anno
Il pannello della Festa di quest’anno

Parlando di brand, termine usato da Renzi nel 2014 per restituire l’antico nome alla Festa dopo la parentesi “Democratica”, pensi che le persone associno ancora in maniera indissolubile questo evento al partito che la promuove o il marchio “Festa dell’Unità” è ormai più forte del partito stesso tanto da potersene tranquillamente – in linea del tutto teorica – affrancare in futuro annacquando – se non eliminando – sempre più la proposta politica?

La festa de l’unità (io lo scrivo ancora così, anche se mi dicono che è roba da vecchi, io dico che è storia, e chi la ignora sbaglia) è un marchio (brand lo facciamo dire a chi inglesizza tutto, pure le leggi) ben riconoscibile, che ha le proprie gambe e che ha dimostrato di sopravvivere a 4 partiti e al tentativo di cambiare il nome della festa. Il rischio che diventi sempre più una fiera esiste, e in alcune realtà è più che un rischio. In Emilia tutto sommato riesce a mantenere una natura “mista” che conserva ancora la coesistenza di tutto quel mondo che la festa vuole rappresentare. L’impegno deve essere quello, ricordiamoci che la festa è proprio la vetrina del partito e di una certa politica. Se il partito è il negozio, il proprietario cosa fa? La vetrina la cura e la rende attraente mostrando il meglio di sé, o la trascura? Cosa succede se la vetrina non attrae? Il cliente non entra, e se non entra non ti conosce. La festa è questo, mostrare la tua sostanza, politica compresa, affinché chiunque, ripeto chiunque, possa venire e confrontarsi.

Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l'Unità del 1957, tenutosi nell'attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.
Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l’Unità del 1957, tenutosi nell’attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.

La festa di quest’anno arriva in un periodo di grande difficoltà del PD, segnato da profonde divisioni interne – sul referendum costituzionale, sulla figura del premier/segretario, e altro ancora – tanto da invitare la segreteria provinciale a un richiamo unitario: “l’Unità moltiplica (la democrazia, la legalità, i diritti, ecc. ecc.)”. Eppure non è il primo passaggio epocale, come racconti chiaramente nel libro, che viene “assorbito e rielaborato” attraverso la Festa. Pensi che questo appuntamento possa ancora svolgere una simile funzione fondamentale? Quanto la festa riesce ancora a “fare politica” e non solo tortellini?

Come dicevo prima la festa è forse ormai l’unica cosa che tutto sommato unisce sotto un simbolo, che non è detto sia quello del partito, ma il simbolo è l’avvenimento festa in sé e la sua storia. Il Pd è in un momento complicato, il referendum non sta facilitando la situazione e io non sono molto ottimista per il futuro, vedo discussioni e divisioni molto profonde che non mi fanno immaginare delle riconciliazioni così semplici. Ma non sono mai uno molto ottimista. La festa potrebbe e dovrebbe ricoprire questo ruolo ma porsi come festa del sì, aiuta? Torno col pensiero al ’90, l’ultima festa nazionale del PCI che si tiene proprio qui a Modena. Quella festa si poneva proprio come una festa che dovesse essere al di sopra del si o del no alla “cosa”, ma doveva essere il luogo dell’elaborazione politica. E allora perché oggi non fare delle feste un laboratorio di confronto tra il sì e il no? E addirittura, come partito di maggioranza, perché non usare le feste come laboratorio politico, come luogo di incontro con le persone e di confronto con esse, elaborando poi i risultati di questo confronto e farne uso per la propria attività politica e di governo? Un partito che ha un radicamento così capillare, la fortuna di incontrare centinaia di migliaia di persone ogni anno, perché non la sfrutta adeguatamente? La festa come piazza dove poter dire la propria… magari succede che la politica torni ad esser partecipata. Forse varrebbe la pena sperimentare. La storia della festa è piena di esperimenti coraggiosi e anche fortunati.

In generale, sei fiducioso per il futuro? La Festa della “Città nella città” scriverà ancora la storia dell’altra città, di Modena?

La festa non solo costruisce la sua storia (e per fortuna ogni tanto si ferma a rifletterci su, come in questo caso, come nel 2005 o come nel 1985) ma ha fatto anche un pezzo di storia della città di Modena, ha contribuito a ridisegnare alcuni spazi. Grazie alla festa da Modena non sono solo passati i politici ma anche artisti e cantanti di fama internazionale dando vita a concerti memorabili. Non so se nel futuro sarà ancora così, non sarà facile. Ma osare e sperimentare come dicevo prima, aiuterebbe.

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Il libro sarà in vendita dall’apertura della Festa il 24 agosto. Parallelamente, è stata allestita una mostra promossa da Fondazione Modena 2007 e Istituto Storico di Modena, curata da Raffaele Caterino, Metella Montanari e Claudio Silingardi, dedicata ai 70 anni di Festa de l’Unità di Modena, alla storia della sua realizzazione e dello spirito di quanti, negli anni, hanno contribuito a renderla parte integrante del panorama politico e culturale della città. In esposizione, 170 foto suddivise in 5 nuclei tematici di 10 pannelli ciascuno.

In copertina: Festa dell’Unità nell’area industriale di Modena Nord, 1990.

 

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Giornalista e videomaker, ho realizzato diversi documentari, reportage e inchieste. Il mio blog personale: dalomb

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