Ricerca, sperimentazione, nuovo, avanguardia: parole che non puzzano

Ricerca, sperimentazione, nuovo, avanguardia: parole che non puzzano

La trentenne modenese Maria Chiara Cavazzoni Pederzini, attrice, regista e direttrice artistica di Bestoj - associazione nata con la voglia di parlare delle contraddizioni della nostra epoca dando vita a forme drammaturgiche originali - racconta la sua idea di arte: "Per me il teatro è prima di tutto un servizio, non è una questione personale fra me e la mia realizzazione, o il mio successo, o la conferma che valgo qualcosa. E’ un movimento, è un servizio civile".

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Ti dico perché usiamo la parola nuovo, come altre parole che è tanto difficile usare nel teatro, di cui si è abusato o che sembrano riferirsi a un genere “alternativo” o a una nicchia.

Maria Chiara Cavazzoni Pederzini, classe 1986, di Modena, attrice, regista e direttrice artistica di Bestoj, gruppo di ricerca e studio dei nuovi linguaggi teatrali, cercava un luogo di esplorazione personale, di creazione, di sperimentazione, di conoscenza del mondo inconscio, un luogo dove si lavora sulla fantasia, sui rapporti, sull’etica, sulla ricerca di una cifra artistica e lo ha trovato nel teatro, che “per me – ci dice – è un processo dal “privato al pubblico”. Per me il teatro è prima di tutto un servizio, non è una questione personale fra me e la mia realizzazione, o il mio successo, o la conferma che valgo qualcosa. E’ un movimento, è un servizio civile.
Cercavo ossessivamente la Verità, e soprattutto una ricerca profonda forse a tratti parossistica, insieme ad altri esseri umani. Ed ero delusa dalla pedagogia italiana, dalle dinamiche del teatro, dai colleghi che si scannano per un ruolo, per esserci, o dall’unica volontà di arrivare da soli, dove poi. Allora, non senza fatica, ho deciso che avrei scelto con chi studiare e che sarei stata indipendente nel pensare e nel decidere ogni momento della mia ricerca. Ho rinunciato ai diplomi e ho cercato di capire che cosa fosse per me il teatro senza preoccuparmi di come questo fosse letto fuori”.

Odissea, Liceo Tito Lucrezio Caro di Cittadella. Momento degli abbracci-dopo lo spettacolo.
Odissea, Liceo Tito Lucrezio Caro di Cittadella. Momento degli abbracci-dopo lo spettacolo.

Maria Chiara racconta di aver avuto un’infanzia meravigliosa, fra natura, arte, giochi non convenzionali, “trapani e lucidatori per l’argento (i regali buffi di mio padre), gite archeologiche, libri, salvataggi di piccoli animali, pipistrelli, conversazioni con i genitori su ogni cosa, musei, dibattiti accesi sulla Libertà, sulla società e le sue bugie…Sono stata davvero fortunata. Poi mia madre si è ammalata, era giovane, noi due sorelle ancora piccole, e abbiamo affrontato un susseguirsi continuo di pressioni, allarmi. Il teatro era una delle tante cose che mi piacevano, l’ho iniziato a scuola, al liceo San Carlo, era diventato anche un rifugio oltre che una passione. Ho capito lì che l’arte è la cosa più vicina a ciò che qualcuno chiama Dio, ed è il luogo dove tutto significa e permane, dove si dà senso a ciò che altrimenti non sembra averne, e dove l’uomo si salva. Ho lasciato Modena presto, ho sempre avuto fretta, una specie di smania di vivere, a tratti scappare. Mia madre ci aveva lasciati e io ho cominciato ad avere più fame di prima”.

Dal primo giorno di teatro al liceo sono passati 16 anni; Maria Chiara ha studiato tanto, frequentato corsi e laboratori “che non li ho neanche segnati sul curriculum. Non me ne frega niente della carriera, degli applausi, del curriculum, e soffro moltissimo in questo paese. A volte mi sento sola, ma ci sono molte persone, molte realtà giovani che mi danno forza quando mi sembra che intorno tutto sia fermo. Non sono una pessimista, e penso che questa crisi politica e culturale sia in una fase dove possono sbocciare molte novità e sorgere grosse sorprese artistiche. Ho trent’anni, è un passaggio simbolico del percorso di ognuno ma soprattutto penso che per noi classe ‘86 sia un appello difficile in Italia adesso: è una fase in cui ti aspetti di aver realizzato qualcosa di tuo, in cui ti affacci alla professione e alla maturità, ma lo scenario attuale non brilla di promesse”.

Riprese del corto di fine lab "Il signore delle Mosche".
Riprese del corto di fine lab “Il signore delle Mosche”.

Dopo aver trascorso qualche anno a Roma, “dove ho conosciuto molti registi e insegnanti ma alcuni, pochi, mi hanno cambiato la vita, uno in particolare, Joseph Ragno, membro a vita dell’Actors Studio, che ho seguito per anni”, Maria Chiara è tornata in Emilia-Romagna, dove, con il suo compagno Nicola Andretta ha fondato Bestoj, associazione nata con la voglia di parlare delle contraddizioni della nostra epoca, delle generazioni giovani, per dare vita a forme drammaturgiche originali e raccontare ciò che è urgente raccontare adesso.

“La direzione artistica sono io, recito volentieri ma preferisco stare in regia, adoro prendermi cura degli artisti, il mio compagno è la mente calma e intellettuale e attore, poi c’è Alice Spisa, attrice e regista che incontriamo per alcuni progetti, Michela Pandocchi, laureata in Arabo, mio braccio destro, Teresa Fano scenografa, Giulia Papetti fotografa, ma partecipano molti amici a seconda delle proposte. Dovrebbe funzionare proprio così, come una rete di incontri, idee nuove, facce nuove, questo sarà più chiaro quando a febbraio inizieranno a uscire i primi lavori e il nostro sito. Attendo con ansia che qualche modenese chieda di aggiungersi nel direttivo, non mi piace lavorare da sola. Il confronto è l’unica arma che abbiamo per non ripetere sempre le stesse idee triste e ritrite e diventare vecchi”.

Bestoj ha sede legale a Modena, ma il gruppo si muove per  tutta l’Italia. “I progetti di quest’anno sono svariati ed è il nostro inizio vero e proprio dopo i due anni di riunioni e brain storming, laboratori, amicizie nuove e proposte in fase di sviluppo. Nel frattempo partono diversi laboratori, uno alla Tenda a Modena a gennaio, tutti i lunedì, dove mi piacerebbe creare un bel gruppo di ricerca e scrivere uno spettacolo insieme.

Ormai non si possono più usare le parole belle come ricerca, sperimentazione, nuovo, avanguardia. Sembra che puzzino invece a noi piacciono proprio perché vanno usate correttamente e senza snobismo, perché sono belle parole – dice Maria Chiara – I nuovi linguaggi per noi sono forme e contenuti che affiorano dal nostro tempo e il luogo in cui siamo. Per questo sono nuovi, ed è questo che fa l’artista, occuparsi del suo tempo e del luogo in cui è, di questi problemi e non di altri. Cambia la lingua, cambiano i mezzi, cambiano i conflitti. Nient’altro, nulla di pretenzioso. Ed è anche per questo che i metodi non possono essere esatti, perché ogni epoca ha dei bisogni specifici e ogni uomo è diverso, e se il teatro lo fanno gli uomini nulla è fisso e tutto cambia e si rinnova.

Prove di set laboratorio di cinema
Prove di set laboratorio di cinema

Ricerca è un’altra parola bellissima: uscire dagli schemi e dalle scadenze, dalle vie ordinarie per una messa in scena. Comporre un testo nuovo, magari durante le prove, studiare il linguaggio appunto, rubare da tutto, darsi un tempo per osservare, cercare nel mondo circostante elementi da cui partire, dalle persone che passano per strada, da un esame antropologico, da una registrazione, da un’intervista, da un oggetto, da una ferita.

Nuovo vuol dire anche nuovo per me, per chi affronta un lavoro senza idee preconcette: così il processo creativo è caotico, come penso debba essere. A volte il teatro di regia impone una logica, un’estetica ragionata a tavolino, ma si priva della possibilità di stupirsi e aprirsi ai suoi attori. Quando un gruppo ricerca è messo nella condizione più spaventosa, la libertà, e l’altra, la comunità, si è costretti allo scambio e ad affidarsi a eventi sorprendenti. Lavorare così significa collaborare alla costruzione di qualcosa, insieme, che non si sa cosa sarà fino alla fine, e non è detto che ci sia la fine. Mi piace pensare di riprendere un lavoro e correggerlo, ecco perché mi piacciono certe parole, processo, studio, nuovo.
Bestoj è tutto qui, un branco di persone che fanno cose insieme – conclude Maria Chiara – E’ importante occuparsi di questioni serie ma noi lo facciamo ridendo, sì, ecco, piangiamo e ridiamo e vogliamo fare cose popolari perché la gente ha bisogno di questo. Sono convinta che il teatro si faccia così: incontro un essere umano che mi piace e si scatena una sinergia, eccoci selezionati. Chi ha detto che l’arte ti deve garantire un posto di lavoro? Perché non se lo costruiscono? Ecco, ho detto una cosa delle mie che non si può dire. In questo paese non si può mai dire niente. Non sopporto chi si lamenta ma non si mette a ricostruire.

E Modena?
Che dire di Modena… Offre poco, bar e negozi di abbigliamento a parte. Amo l’Ert e come si è difeso in tempi durissimi, ha mantenuto alta la qualità e si è preso cura del pubblico, che è un pubblico affezionato e viziato. Amo l’Emilia-Romagna e la sua gente, ha buoni servizi pubblici, ma credo che Modena abbia bisogno di qualcosa di diverso dagli aperitivi e vetrine luccicanti. Però ci sono sempre delle perle qui intorno…

L’arte è indissolubilmente immagine del suo Tempo, e nuovo ogni volta per me è l’impegno a capirlo, raccontarlo, condividerlo. Pensaci, non è vero che non si possono fare cose nuove: ogni era è nuova, quante invenzioni sono state fatte negli ultimi cinquant’anni? Nuovi anche i problemi esistenziali.

Come usare il dolore, come trasformare il dolore in qualcosa di utile, come parlare del mondo, come prendersi cura del pubblico, come essere liberi. Sono le faccende di cui mi piace occuparmi con il teatro. Passare del buon tempo insieme e chissà scoprire qualcosa sulla vita. Che il tempo che abbiamo è poco e l’arte è uno spazio sacro.

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Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

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