Quando Modena guarda verso l’infinito ed oltre

Quando Modena guarda verso l’infinito ed oltre

Dallo storico osservatorio astronomico all'interno del palazzo Ducale, passando per il gesuita Domenico Troili, primo studioso a documentare la caduta di un meteorite sul nostro pianeta, ad Albareto nel 1776, Modena è una città abituata a "guardare lontano", come racconta il suo secolare rapporto con le profondità infinite del cielo.

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“Le stelle sono tante, milioni di milioni…” sì, sono tante, lo diceva Francesco De Gregori, citando il carosello della Negroni del 1960, diventato famoso grazie al jingle di successo composto dal pianista Pier Emilio Bassi. La Stella di Negroni è passata alla storia, almeno quella televisiva, un po’ meno invece l’asteroide che, in pochi lo sanno, si chiama come Modena. Come diceva lo spot della Negroni, di corpi celesti l’universo è pieno, e un posticino nell’immensità dello spazio l’ha trovato anche la piccola provincia emiliana. L’asteroide 3344 Modena infatti, è stato scoperto il 15 maggio 1982 dall’Osservatorio San Vittore di Bologna, che decise di dedicare questo pianetino della fascia principale, ovvero l’area del sistema solare che si trova tra le orbite di Marte e Giove, alla vicina città, forse per ringraziarla della Ferrari e dell’aceto balsamico, o in onore della torre campanaria di cui i modenesi vanno tanto fieri.

Ma non finisce qui il rapporto della nostra città con i corpi celesti. Anzitutto Modena guarda alle stelle: il suo osservatorio, che si trova all’interno del palazzo Ducale, ha una storia lunga ed interessante. E poi, non è noto a tutti che Modena ha calamitato un meteorite che si è schiantato ad Albareto nel XVIII secolo, il primo meteorite al mondo ad essere studiato e documentato. Ma andiamo per ordine.

stelle cadenti

Modena ha una legame antico con l’universo e una altrettanto antica antica compagine di amanti della volta celeste e delle sue meccaniche, oltre ad aver dato i natali ad astronomi importanti, come Geminiano Montanari (1633-1687, dal cui nome viene quello dell’osservatorio astronomico di Cavezzo, che vanta la scoperta di ben 6 asteroidi tra il 1995 e il 2001. Tra questi spiccano gli appellativi dati a due dei corpi celesti, 66207 Carpi e 80652 Albertoangela), Giovanni Battista Amici (1786-1863) e Giuseppe Bianchi (1791 – 1866), di cui parleremo a breve.

Modena era ducato estense e Massimiliano d’Asburgo d’Este era un grande appassionato di astronomia, tanto che, dopo il ripristino della città come capitale del ducato d’Este, chiamo a sé uno dei più stimati astronomi dell’epoca, appunto il Giuseppe Bianchi. L’astronomo fu foraggiato da Massimiliano per completare i suoi studi a Milano. Tornato a Modena, lo studioso ebbe il consenso per costruire il suo osservatorio, ma un osservatorio prima di tutto necessitava di strumenti. Dopo aver mandato richieste in giro per l’Italia, lo studioso riuscì a farsi inviare addirittura il telescopio newtoniano, riflettore inventato dallo scienziato inglese. Bianchi era entusiasta per essere riuscito ad ottenere questo telescopio, che Wikipedia descrive così: “nella configurazione newtoniana sono presenti due specchi: uno specchio primario, generalmente a sezione quasi parabolica, e uno specchio secondario piano, inclinato di 45° rispetto all’asse ottico del primario. Lo specchio primario raccoglie la luce proveniente dalla sorgente osservata, mentre lo specchio secondario conduce il piano focale lateralmente rispetto al sistema ottico, rendendolo accessibile all’osservatore. Per ragioni costruttive, lo specchio secondario newtoniano assume un contorno ellittico quasi coincidente con la sezione a 45° cono ottico riflesso dal primario.”

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Spiegazione un po’ tecnica per i profani, ma sufficiente per comprendere come l’astronomo modenese fosse soddisfatto ed eccitato per quello che il suo osservatorio sarebbe potuto diventare. Telescopi ed altri strumenti per guardare il cielo avevano però bisogno dello spazio giusto per ospitarli. Fu l’arciduca Francesco IV che decise di rendere disponibile una delle torri del suo palazzo ducale, la specola che oggi è possibile visitare e che è attualmente un importante “osservatorio che fa parte della rete udometrica nazionale: una serie di lavori di manutenzione e ripristino ha permesso l’utilizzo dei locali del Torrione e, nel 2001, l’installazione di una nuova cupola più resistente in rame. I dipartimenti universitari DIMEC e DIMA collegano il torrione con una nuova e veloce fibra ottica; nel 2012 viene installata una nuova e moderna stazione meteorologica automatica.” come ci informa il celebre meteorologo Luca Lombroso.

La prima osservazione dalla specola del Bianchi fu registrata nel 1827. Francesco IV teneva in considerazione l’osservatorio dello scienziato tanto da ritenerlo importante quanto lo erano la Biblioteca e La Galleria Civica. L’epistolario di Bianchi, conservato ora alla Biblioteca Estense, testimonia come la specola fosse stata accolta con rispetto ed approvazione dall’opinione scientifica nazionale ed internazionale. Dopo l’unità d’Italia però, lo scienziato fu costretto a lasciare la sua posizione all’osservatorio e dedicò il suo servizio alla famiglia Montecuccoli. Venne sostituito da Pietro Tacchini, personaggio di una certa rilevanza storica e scientifica considerato che fu uno dei più importanti esponenti del Movimento meteorologico italiano.

La direzione dell’osservatorio modenese passò infine a Domenico Ragona, la cui influenza trasformò la torre da sola specola anche in stazione meteorologica, raccogliendo il retaggio del Tacchini ed intuendo l’importanza di questa nuova scienza che andava ad assumere sempre più importanza e considerazione. E’ il 1876 l’anno che segna il passaggio ufficiale dell’osservatorio alla doppia funzione che impose a un ampliamento dell’ambiente e all’introduzione di nuova strumentazione. Ancora oggi, ormai convertito in museo, l’osservatorio dispone di strumenti utili sia in ambito astronomico che a quello della meteorologia.

Un asteroide. Fonte:NASA
Un asteroide. Fonte: NASA

L’asteroide 3344 Modena non è l’unico corpo celeste ad avere una relazione particolare con questa provincia. Prima dell’osservatorio, prima di Massimiliano d’Asburgo e prima del Bianchi, Modena è stata bersagliata da un meteorite, cioè ciò che rimane dopo l’ablazione atmosferica di un meteoroide (ossia “piccolo” asteroide) entrato in collisione con la Terra. Accadde nel lontano 1766, ad Albareto.

Il frammento conservato all’Università di Modena e Reggio Emilia ne classifica la tipologia, ma non racconta cosa questo meteorite abbia significato per i compaesani dell’epoca. Così riportano le testimonianze di chi ha vissuto l’esperienza: nel luglio di quell’anno, la popolazione fu scossa da un tremenda esplosione, seguita a ruota da un boato da far rizzare i capelli. Era il meteorite Albareto, atterrato nell’omonima frazione, proprio vicino alla terra di Bianchi e di Montanari. Chi assistette all’accaduto narra che si vide addirittura una vacca volare, così come alcune donne costrette ad aggrapparsi ai tronchi degli alberi per non essere scaraventate a terra dalla detonazione. Accorsero i primi curiosi, e quello che videro fu una pietra nera che aveva scavato un buco in terra di circa un metro. Fatto a pezzi, lo portarono in giro per Modena ancora caldo, quasi fosse del pane da distribuire appena sfornato ai cittadini.

troili_ragionamento_della_caduta_di_un_sassoPossiamo immaginare lo sgomento della popolazione settecentesca, che si è vista scagliare addosso una Melancholia come nel film di Lars Von Trier, per fortuna di dimensioni assai ridotte. Nonostante il delirio e la sorpresa dei modenesi nel vedere la pietra misteriosa cadere dal cielo, qualcuno si prese la briga di dare una descrizione più tecnica. Il gesuita Domenico Troili fornisce un attenta osservazione del meteorite, definendolo pesante, ricoperto di una spessa superficie ruvida probabilmente dovuta allo scontro del meteorite con l’atmosfera terrestre e al conseguente incendio dovuto alla forza d’attrito, e riportò le sue impressioni un trattato chiamato “Della caduta di un sasso dall’aria, ragionamento dedicato alle altezze serenissime Benedetta ed Amalia, principesse dei Modena”, custodito nella Biblioteca Estense di Modena.

Dobbiamo considerare che nel ‘700 si era ben lontani dalle posizioni e i progressi scientifici di cui abbiamo visto essere promotori Giuseppe Bianchi o Domenico Ragona. Molti abitanti pensavano ad un origine misteriosa e superstiziosa, mentre Troili, filosofo naturalista ed in linea con le innovative istanze illuministiche, cercò di dare una spiegazione scientifica al fenomeno, imputandola però ad un’esplosione di origine terrestre. La spiegazione scatenò discussioni, tanto da richiedere l’intervento dell’allora vescovo di Modena Giuseppe Fogliani, che non concordava con il Troili sull’origine vulcanica della pietra, ma che attribuiva invece il fenomeno ad un fulmine. La posizione del vescovo era condivisa anche da Cesare Beccaria, che intervenne nel dibattito reputando la tesi di Domenico Troili errata.

Tuttavia Troili non retrocedette, perpetrando la sua convinzione secondo cui il meteorite avesse origine vulcanica. Ovviamente entrambe le posizione erano errate, ma nessuno poteva saperlo. L’importanza di Troili e dei suoi studi sul meteorite o, come disse lui, sul “sasso dall’aria”, vennero sottovalutate. Un secolo dopo studiosi come Wilhelm Karl Heidinger e Friedrich Wohler, dichiararono che Troili fu il primo studioso a documentare la caduta di un meteorite sul nostro pianeta. E il meteorite in questione è proprio Albareto, caduto a pochi chilometri dal Palazzo Ducale, dove un secolo dopo Bianchi, Ragona e altri fondarono l’osservatorio astronomico e meteorologico modenese. Modena e le sue stelle, quindi. La Ghirlandina sembra tendere al cielo, quel cielo con cui Modena ha intessuto per secoli una relazione varia e intensa, pronta ad osservarlo con attenzione e anche – forse con un po’ meno entusiasmo – a riceverne i “doni”.

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Alice Norma Lombardi è nata nel 1991. È cresciuta a Vittorio Veneto e ha studiato a Modena. Ama Tolstoj.

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