Quando Modena era una piccola Venezia

Quando Modena era una piccola Venezia

Sono passati esattamente 80 anni dalla fine della darsena della Sacca, posta all'altezza del cavalcavia ferroviario, interrata nel 1936. Si scrive così l'ultimo capitolo della storia secolare di Modena città d'acqua, piena di canali fino al Seicento. E se questa era cosa nota, forse non lo è il fatto che, all'epoca, la nostra città era considerata una piccola Venezia, sulla bocca di tutti e non per modo di dire.

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Ma i bottegai correndo in fretta a i passi/ che feano la città poco sicura,/ con travi e pali e terra e sterpi e sassi/ tosto alzaron trinciere, argini e mura;/ sbarrar le strade, e gli affumati chiassi,/ e i portici d’antica architettura,/ e dinanzi a le sbarre in quelle strette/ cominciaro a votar le canalette”. Cinquantacinquesima ottava del settimo canto della Secchia rapita di Alessandro Tassoni. Forse non serve chiamare in causa il poema eroicomico secentesco per sapere che, secoli fa, a Modena c’erano i canali. Ce lo dicono le strade, d’altronde: Canalgrande, Canalchiaro, Canaletto Nord, Sud, e così via. Leggendo queste righe, e conoscendo a grandi linee quella Secchia che è motivo d’orgoglio e contesa tra modenesi e bolognesi e che troneggia tutt’ora nel palazzo del Comune, ci si dipinge in mente il frettoloso, grottesco e indaffarato apprestarsi dei modenesi alla battaglia. Il commentatore della Secchia, tale Gaspare Salviani, noto principalmente per questo, ci tiene ad aggiungere una nota breve e tagliente sulla questione delle canalette modenesi. Scrive: “Le canalette sono le cloache, delle quali è piena quella città: e quando le votano, non si può passar per le strade per rispetto della lordura che si diffonde, oltre il puzzo che appesta”. Poco prima, per far luce su un “città fetente” con cui Tassoni definisce Modena, il Salviani cita un poeta anonimo che definì Modena “una città di Lombardia/ tra ‘l Panaro e la Secchia in un pantano”.

E si potrebbe continuare all’infinito, sbirciando quasi più nelle note del Salviani che nel poema tassoniano. Note in cui compaiono curiosità e retroscena di campanilismi più o meno radicati. “I vini di Sassuolo sono perfettissimi”, annota il Salviani poco prima di spiegare perché i Reggiani, già nel Seicento, erano detti “teste quadre”. Salvo concludere, forse per legge del buon vicinato: “è da considerare che i capricci de’ poeti non fanno caso, e tanto più de’ poeti burleschi, che hanno per fine il loro diletto e non la verità; perché ben si sa che per altro li signori Reggiani sono molto onorati”.

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Ma torniamo alle “canalette”. Fino a Seicento, Modena era piena di canali: una vera e propria città d’acqua. E se questa era cosa nota, forse non lo è il fatto che, nel Seicento, Modena era una piccola Venezia, sulla bocca di tutti e non per modo di dire. Oltre al fatto che, sempre il Salviani, “A Modena si fanno e s’adoprano le maschere più che in città del mondo; e ‘l carnevale vi sono continue danze e tornei e giostre e bagordi”, proprio come a Venezia, le tracce di questa somiglianza rimangono, ad esempio, nella presenza di una “calle Bondesano” dalle parti di via Sgarzeria. “È indicativo che una strada modenese sia stata chiamata ‘calle’, nome tipicamente veneziano”, mi spiega Milena Bertacchini, studiosa, ricercatrice e responsabile del Museo Universitario Gemma 1786 all’interno del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “La zona di Palazzo Coccapani – corso Vittorio Emanuele II – era allora la principale via di collegamento con il Po e l’Adriatico ed era assai comune sentir parlare veneziano in quella zona, come dimostra il nome della strada”. Corso Vittorio Emanuele II, d’altronde, era il naviglio: nasceva dalla convergenza di tutti i canali modenesi. Tutt’ora presente sottoterra, il naviglio era il punto di contatto con la Darsena, il porto e il punto di pregio della città. Qui furono scaricati i marmi e le colonne che adornano tutt’ora la facciata del Palazzo Ducale modenese e i materiali con cui fu eretto il Duomo. “Il Naviglio – mi spiega Milena Bertacchini – è rimasto scoperto fino al tardo Ottocento, quando l’arrivo della ferrovia a Modena ha cambiato radicalmente i collegamenti: i canali non furono più usati, il Naviglio diventò Corso Vittorio Emanuele II e la darsena fu spostata in zona Sacca”. I canali, d’altronde, cominciarono a essere coperti già nel Settecento: per immaginare Modena come una piccola Venezia e chiedersi cosa significasse vivere sull’acqua all’ombra della Ghirlandina, bisogna fantasticare entro il Seicento.

“L’impianto urbano modenese – spiega la Bertacchini, che nel 2013 ha ideato l’iniziativa Racconti di pietra, allo scopo di coinvolgere giovani e cittadinanza nel turismo urbano e approfondire la storia e le storie della città – è molto eloquente nel raccontare la presenza di canali: dall’alto, si nota chiaramente l’andamento non rettilineo e serpentino delle vie della città”. Cliccando “Modena” su Google Maps e selezionando la modalità “Earth” è possibile guardare dall’alto il piccolo dedalo emiliano. Ancora una volta, torna in mente Venezia. D’altronde, a suggerire il legame di Modena con l’acqua, oltre al suo essere una cittadina emiliana, come tutte le città emiliane costruite sulla Pianura Padana e sui suoi fiumi, è proprio il suo stemma. Se fino al Cinquecento questo consisteva in una semplice croce azzurra in campo d’oro (l’emblema dello scudo crociato accomunava tutte le città italiane che avevano aderito alla Lega Lombarda), nella seconda metà del secolo compaiono anche due trivelle e il motto “avia pervia”, che rimandano alle risorgive e alle acque che dal sottosuolo remoto (avia) si aprono un varco (pervia) e affiorano. Il giornalista e umorista Luigi Zanfi parafrasava così la simbologia dello stemma: “Vi faccio la spiega: sicome Modna l’è nèda in di padòi, bastèva piantèr in tèra un cavèc per fer ‘na funtanèina; alora i mudnès, anch per via del decoro, al post di cavèc i tachèn a druvèr la trivèla per fer di pàz”. Le sorgive, in zone come quelle di Canalchiaro (come suggerisce il nome) davano alla luce acque fresche e potabili, che i modenesi raccoglievano e utilizzavano.

unicornoOltre allo stemma, anche alcune imprese – immagini legate a concetti che caratterizzarono il genere dell’emblematica – della corte degli Estensi (presenti a Modena dal 1288) insistono sul legame di questa terra con l’acqua. Una di queste raffigura un unicorno rappresentato nell’atto di immergere il corno nelle acque. L’idea affonda le sue radici nella credenza medievale secondo cui il corno dell’animale fantastico avrebbe avuto come virtù miracolosa quella di purificare le acque avvelenate: all’epoca degli Estensi, la magia cedette il posto al ruolo politico che la corte ebbe nelle bonifiche e nel risanamento delle aree acquitrinose della zona. Furono loro, infatti, a collegare Naviglio e Panaro con l’obiettivo di trasformare quella via d’acqua nel principale asse di scambi economici.

Si direbbe quasi un mito fondativo modenese, quello dell’acqua. Tanto che compare anche in un episodio legato alla vita del patrono San Geminiano. Secondo l’agiografia, il santo si ritirò nella Selva tenebrosa, foresta compresa tra il Frignano, la Garfagnana e la Lucchesia, per meditare in solitudine, indeciso se accettare o meno il titolo vescovile. Immerso nella natura, davanti a San Geminiano sarebbe comparso San Pellegrino, altro santo caro alla tradizione modenese, che lì si era ritirato a vita e che spronò San Geminiano ad accettare il titolo vescovile. Davanti alle riserve del patrono e al suo rammarico per dover lasciare la pace dei boschi e l’acqua delle fresche fonti naturali, San Pellegrino gli disse che gli sarebbe bastato piantare un bastone in terra, una volta giunto nel territorio modenese. Di qui, l’origine della Fonte miracolosa di San Geminiano a Cognento, meta di pellegrinaggi cui si attribuivano virtù taumaturgiche.

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Ma veniamo ai canali e alla piccola Venezia all’ombra della Ghirlandina. Com’era Modena quando c’erano i canali? Com’erano i modenesi quando la via Emilia era un lungo percorso di ponti e tratti camminabili, proprio come le principali strade interne veneziane?
Stando a Modena: città sulle acque, testo scritto da Dameri, Lodovisi e Longagnani, reperibile alla biblioteca comunale Delfini e utile a chiunque voglia approfondire i numerosi aspetti della nostra Modena quand’era così diversa da ora, le acque provenienti dalla pianura confluivano in città all’interno di un bacino collettore detto Casa delle acque. Ed è proprio qui sopra che si sviluppò l’impianto urbano della Modena medievale, poi ampliata nel Cinquecento con l’addizione erculea di Ercole II d’Este. E di quei canali, al centro di una contesa tra potere ecclesiastico e governo cittadino fino al 1227, quando il secondo si aggiudicò la giurisdizione temporale delle acque cittadine, c’è traccia tutt’oggi. Canalchiaro entrava in città nei pressi di Porta San Francesco e sinuoso passava sotto il vescovado per poi costeggiare il Duomo fino alla chiesa del Voto, poi piegava a destra lungo la via Emilia per continuare in vicolo Squallore e confluire nel Canalgrande. Ma pensiamo anche a via Carteria: “un tempo vi erano molte attività di cartieri, che per svolgere il loro lavoro avevano bisogno della molta acqua che quel canale poteva fornire”, spiega Milena avvisoBertacchini. Prova ne è la costruzione dei palazzi a lotto gotico, ovvero gli edifici sviluppati irregolarmente in altezza, proprio come quelli veneziani. Erano canali anche via Modonella e via Cerca, così detta dal latino circa, visto che un tempo fungeva da fossa circondaria della città. Infine, piazzale Redecocca: l’etimologia, che potrebbe derivare da redefossum (fosso oltre le mura) o da re (rio, canale) e cocha (in un piccolo pezzo di terra), è dibattuta, ma nessun dubbio per quanto riguarda la sua passata acquaticità. Fuori dal centro storico, la toponomastica parla chiaro: strada Fossa Monda, via Canaletto, via Cave di Ramo, strada Barchetta, strada del Naviglio, via Cavo Argine.

Ogni luogo è una storia, e attorno a ogni luogo ruota la vita di chi lo abita. E non è solo questione di foto antiche, suggestioni e immagini. Quando Modena era una piccola Venezia, esistevano mestieri che oggi non ci sono più. La presenza del Naviglio in città, ad esempio, faceva sì che nella cittadinanza modenese ci fossero salaroli e paroni. Due mestieri legati all’acqua, due mestieri che corredavano quel quadretto che oggi possiamo solo immaginare. Mentre i salaroli si occupavano del rifornimento del sale attraverso la navigazione interna (a Modena non vi erano, infatti saline: per questo arrivavano imbarcazioni colme di sale provenienti dalle saline venete, con cui Modena intratteneva fiorenti rapporti commerciali), i paroni erano i proprietari e i nocchieri delle imbarcazioni atte al trasporto di merci e persone. Chi faceva questo mestiere, inoltre, provvedeva alla pulizia del fondo e delle sponde dei corsi d’acqua, e doveva essere risarcito in particolari casi di naufragio o danni alle merci. Non mancano neanche i corsi e ricorsi storici: nella seconda metà del Cinquecento, infatti, gli statuti dell’arte vennero modificati per far fronte agli effetti del monopolio dei pochi paroni modenesi, che aumentavano i prezzi a loro piacimento, non risarcivano i danni e, data la scarsa concorrenza, spesso non offrivano un buon servizio.

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Fino alla fine dell’Ottocento, inoltre, a Modena esistevano circa millecinquecento pozzi. All’interno dei cortili interni delle abitazioni e lungo le vie interne della città, costituivano l’unico mezzo per rifornirsi di acqua potabile e per usi domestici. Per questo, il Comune si occupava di far sì che i canali non venissero inquinati dai cittadini con “rottami, predami, terrazzi, lettami, cinerazzi e ruschi”, per mezzo di leggi e norme statutarie. Immaginiamo pozzile chiacchiere intorno a un pozzo, o il quartiere in cui l’acqua del vicino è sempre più pulita. Ancora una volta, corsi e ricorsi storici: tra gli aneddoti di questa Modena che fu, infatti, compare anche chi con l’acqua più pulita di tutte seppe guadagnare. Tale dottor Giovanni Battista Moreali, infatti, verso la metà del Settecento scoprì che l’acqua della sua fontana privata aveva un colore particolare. Nel giro di poco, tutto il circondario la chiamava acqua di rame: poco tempo dopo fu analizzata e dichiarata medicinale, e il dottor Moreali ottenne dal ducato una privativa per commercializzarla. Arrivò a venderne anche 200.000 litri l’anno, e no è difficile immaginare una tigellata del venerdì sera a casa dei modenesi più facoltosi, che offrivano ai loro ospiti tagliatelle cotte in acqua di rame. E chissà, magari anche qualche famoso ristorante dell’epoca.

I canali, inoltre, ci permettono di immaginare un altro quadretto di vita quotidiana: quello delle lavandaie. Niente lavanderie fuori porta e televisioni accese davanti a una signora che stira, all’epoca. Sin dal XVII secolo, infatti, le lavandaie svolgevano la loro attività lungo i canali nei pressi delle mura o dei borghi a sud della città, dove le acque scorrevano ancora limpide prima di essere inquinate dagli scarichi urbani. Si chiamavano bugadère e uscivano di casa la mattina presto, con il carretto dei panni sporchi, per passare la giornata sui canali, magari a ciozzare, prima di tornare la sera con il bucato pulito. Anche in questo caso, esistevano norme e tasse: una bugadèra poteva richiedere otto quattrini per una camicia, due per una fodretta, quattro per camicine da putti d’anni tre fino in otto, e così via per ogni capo d’abbigliamento o biancheria di casa. Nei giorni di sole, gli spazi intorno alle mura odoravano di bucato ed erano pieni di panni stesi. Negli anni Venti, sul Canale Modonella venne aperto un lavatoio comunale, dove le lavandaie battevano, sciacquavano e stendevano i panni, una sessantina per volta. E anche in questo caso, esisteva un mestiere scomparso: quello del destindor, lo stenditore che con una carriola portava i panni appena lavati agli stenditoi, che allora si trovavano nei prati di San Faustino e Buon Pastore.

Sono solo alcune delle immagini che possiamo figurarci pensando a una Modena che si specchiava sull’acqua. Forse, per lasciarsi andare a un luogo che non esiste più, basterebbe pensare di attraversare Canalchiaro in barca, magari per andare in Duomo. O di andare alla Delfini camminando su un marciapiede stretto, stando attenti a non far cadere i libri in canale. Forse, grazie ai canali, Modena si rifletteva e sembrava più grande, o più alta. Oppure sembrava dipinta, ma questo, grazie a certi scorci, succede anche oggi. Vale la pena immaginarla così, e lasciare il fetore delle canalette tra le pagine della Secchia Rapita.

Tutte le immagini sono tratte dal volume “Modena, città sulle acque” di Dameri, Lodovisi, Longagnani.

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Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

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