Quando il destino chiama: in Africa con il servizio civile

Quando il destino chiama: in Africa con il servizio civile

Un'email che stava per essere cancellata. Un'occasione che si presenta all'improvviso. L'opportunità di mettersi in gioco grazie al Servizio Civile Nazionale all'estero. Storia di Giacomo, volontario quasi-per-caso: «Cosa cerco in questa esperienza? Tanta felicità».

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Può una email, finita per caso nella cartella “spam” della casella di posta elettronica, cambiare il corso della propria vita? Sembrerebbe la trama di un film, o di un romanzo, ma in realtà si tratta di una storia vera: per la precisione, è la storia di mio fratello. Un giorno di fine giugno Giacomo, 28 anni, sta controllando le email, cancellando le decine e decine di messaggi automatici che arrivano giornalmente a chi, come lui, è iscritto a numerose agenzie di collocamento o siti per la ricerca di lavoro; a un certo punto si accorge, mentre scorre velocemente la cartella “spam”, di un’email del Piano Garanzia Giovani che lo informa della pubblicazione dei bandi per il servizio civile. Mancano pochi giorni alla scadenza, e fino a quel momento mio fratello non ha mai pensato di partecipare a un’esperienza del genere: oggi, dopo tre mesi, è in procinto di salire su un aereo per la Tanzania, verso uno sperduto villaggio africano per seguire un progetto di recupero per bambini disabili, lasciando amici e famiglia in Italia. «Non era certo tra i miei piani quello di trasferirmi per un anno in Africa» mi racconta al telefono da Roma, dove si trova per un corso di formazione prima della partenza, «ma alla fine ho deciso di cogliere l’occasione che si era presentata e di buttarmi».

A sinistra, con la barba e gli occhiali, Giacomo Pesci
A sinistra, con la barba e gli occhiali, Giacomo Pesci

L’occasione si chiama Servizio Civile Nazionale all’estero: dopo l’abolizione dell’obbligo di leva e l’istituzione del Servizio Civile Nazionale, la legge n.64/2001 ha stabilito che i giovani volontari possano prestare la propria attività anche presso «enti e amministrazioni operanti all’estero, nell’ambito di iniziative assunte dall’Unione Europea, nonché in strutture per interventi di pacificazione e cooperazione fra i popoli, istituite dalla stessa UE o da organismi internazionali operanti con le medesime finalità ai quali l’Italia partecipa». Insomma, un’opportunità di crescita e arricchimento professionale rivolta ai giovani che desiderano mettersi in gioco per un anno della propria vita e impegnarsi in progetti di cooperazione allo sviluppo.

Come funziona? «Per prima cosa devi selezionare un progetto» spiega Giacomo. «Ce ne sono moltissimi fra cui scegliere, ognuno proposto da una diversa associazione. Poi vai a fare le selezioni. Ogni anno il Dipartimento della gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri pubblica i bandi per la selezione di volontari da impiegare nei progetti in Italia e all’estero, che sono presentati dai vari enti iscritti all’albo nazionale e agli albi regionali. Per poter partecipare alla selezione devi per prima cosa individuare il progetto che ti interessa, poi devi contattare l’ente che lo propone e inoltrare la domanda. Nel mio caso, per esempio, ho scelto un progetto di assistenza a bambini orfani e disabili in Tanzania, proposto da CESC Project». Le selezioni sono avvenute a Roma, nella sede dell’associazione. «Mi aspettavo una sorta di classico colloquio di lavoro, ma in realtà mi sono reso conto che in queste situazioni l’aspetto più importante è la motivazione. Certo, sono importanti pure le competenze, ma prendi il mio caso: ho un diploma da ragioniere e nessuna esperienza con i bambini, eppure sono stato scelto. Quelli che pesano, alla fine sono altri fattori».

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E dopo la selezione, ecco una settimana di formazione, sempre a Roma, subito prima della partenza. «È una cosa un po’ strana», confessa, «che non avevo mai fatto prima. Immaginavo che ci parlassero del progetto, ci spiegassero nel dettaglio quello che saremmo andati a fare, di cosa ci saremmo occupati, di quale situazione avremmo trovato una volta là. Invece i primi giorni sono stati una sorta di lezione teorica sul servizio civile e la cooperazione internazionale, una specie di preparazione alla nuova vita che avremmo sperimentato per un anno». In che senso? «Ti faccio un esempio: si è insistito molto sul fatto che saremmo stati lontani da casa, senza più i comfort a cui eravamo abituati, che ci saremmo trovati a vivere in quattro nello stesso posto e che avremmo dovuto adattarci alla nuova situazione. Per me era una cosa scontata, ma mi rendo conto che non lo era per tutti. Sarà che ho avuto altre esperienze di questo genere: ho vissuto un anno a Londra condividendo un appartamento con otto persone, adattarsi era inevitabile!».

Ma la preparazione non era solo nell’ambito del progetto di sevizio civile: c’è stata anche tutta la parte burocratica. «Terribile. Non tanto le pratiche precedenti la selezione, che tutto sommato sono state abbastanza semplici. Il problema è arrivato dopo, quando abbiamo dovuto produrre tutta la documentazione per la partenza: vaccinazioni, moduli per i rimborsi, patente di guida internazionale ecc., senza contare tutto quello che era indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno in Tanzania, come otto fototessere di un determinato formato, il curriculum vitae in inglese e il certificato di diploma di laurea sempre in inglese, timbrati in originale dalla scuola o dall’università che li hanno rilasciati. Una specie di gara a ostacoli: dobbiamo ringraziare la segreteria dell’associazione che ci ha seguito in tutto questo periodo, altrimenti avremmo avuto molte più difficoltà».

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Un gruppo di volontari partiti dall’Italia insieme a Giacomo

Adesso i preparativi sono finiti, ed è arrivato il momento di partire e buttarsi nella nuova realtà. «Il progetto si chiama Kila Siku-Ogni giorno, ed rivolto ai bambini orfani e disabili delle regioni di Mbeya e Njombe, nel sud-ovest del paese. Lavoreremo nella cittadina di Mbeya, oltre che nei villaggi di Wanging’ombe, Mtwango e Ilembula. Faremo assistenza all’orfanotrofio, organizzando momenti di gioco per i bambini e dando una mano nella gestione della struttura, oppure preparando lezioni di inglese e di informatica adatte ai ragazzi. Ma le cose da fare sono molte, non solo in questo campo». Prima di riattaccare il telefono, rimane un’ultima domanda, quella che si sentono rivolgere un po’ tutti i volontari per l’estero prima della partenza: «Il motivo per cui lo faccio? Non c’è una ragione specifica. Mi è sempre piaciuto molto viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere altre persone e altre culture. Questa esperienza mi dà l’opportunità di mettermi in gioco in una cosa nuova, e al tempo stesso di fare del bene. Cerco qualcosa di diverso dalla nostra mentalità e dal nostro stile di vita: vedi, spesso riteniamo che tutto quello che facciamo o pensiamo sia giusto, ma magari non è così, magari esistono altri modi di vivere, lavorare, pensare che possono renderti altrettanto felice. Sì, ecco, quello che sto cercando, in questa esperienza, è proprio tanta felicità».

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Sono nato a Vignola nel 1985. Dopo la laurea in Scienze della comunicazione a Bologna ho conseguito un master in Editoria all'Università Cattolica di Milano. Ho lavorato fino al 2015 per le Edizioni Dehoniane e attualmente collaboro con diverse case editrici e riviste, tra cui Il Regno. Mi interesso di temi legati a cultura, legalità e politica. Dal 2014 sono consigliere comunale a Vignola.

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