Quando Bob arrivò, suonò e se ne andò subito via schivo (da...

Quando Bob arrivò, suonò e se ne andò subito via schivo (da Modena)

Bob Dylan si è aggiudicato il Premio Nobel 2016 alla letteratura per aver “creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana”. Ricordiamo qui le occasioni in cui passò da Modena per due grandi concerti: il 12 settembre 1987 e il 27 maggio 2000. All'ultimo dei quali, io c'ero.

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Ieri, nel susseguirsi di notizie, la statuetta del Premio Nobel alla letteratura sembra essere stata un filo conduttore. Ci ha lasciati Dario Fo, Nobel nel 1997, mentre Bob Dylan viene annunciato come lo stimato vincitore del riconoscimento nel 2016 per aver “creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana“. Ma vedendola da un punto di vista simpaticamente campanilistico, anche Modena è un filo conduttore: non solo Dario Fo, ma anche Bob Dylan ha lasciato la sua traccia nella città della Ghirlandina e per ben due volte.

La prima fu il 12 settembre 1987. Avevo due anni nemmeno compiuti, non me ne posso ricordare purtroppo. Era un’età dell’oro in cui la Festa dell’Unità chiamava a cantare nomi grossi, come gli U2, Prince, gli Iron Maiden, i Kiss. Persino i Guns n’ Roses arrivarono a turbare ben due serate modenesi, sebbene le loro date non fossero direttamente legate alla Festa. La data di Bob Dylan invece sì, allestita nell’area dell’ex Autodromo, quarto appuntamento di un lungo tour nel vecchio continente inaugurato a Tel Aviv.

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Al tempo della prima data modenese, Bob Dylan, nato Robert Allen Zimmerman, è in pista da più di vent’anni. Dal Minnesota dove è cresciuto, figlio di emigrati, ha trovato fortuna musicale nella New York del Greenwich Village. Chitarra, armonica a bocca e parole nuove, menestrello e poeta “hobo”, è già un grande nome della musica e ha già scritto i suoi più grandi successi, molti dei quali percorsi da un certo impegno civile. Blowin’ in the wind, The times are a-changing: il ritratto di un’America controversa dove le pulsioni sociali fermentano e fanno venire i nodi al pettine. Like a rolling stone: quando si precipita dalle stelle alle stalle perché si perde tutto e non si è altro che una pietra che rotola. Hurricane: la storia del pugile di colore Rubin Carter condannato ingiustamente per triplice omicidio. E molte altre.

bd01Negli anni ’80 la carriera di Dylan veleggia fra alti e bassi. Il musicista inanella qualche inevitabile flop commerciale fra tanti successi, ma a quanto pare la data di Modena è una vera bomba. Nel suo “Bob Dylan: Performance Artist 1986 – 1990 and beyond (Mind out of time)”, Paul Williams la definisce un’ “esperienza di ascolto”, percorsa da “uno spirito gioioso, quasi esuberante, a cui è difficile resistere”, un concerto assemblato come un ottimo album già destinato al successo. Al solito, l’effetto dirompente cozza con la personalità del musicista-poeta: arriva, suona, e se ne va schivo; non vuole i fotografi troppo vicini; rilascia solo brevi dichiarazioni; vieta alla Rai qualsiasi diretta video. Insomma, come al solito fa quel che gli pare.

La set list inizia con Rainy Day Women #12 & 35 e termina dopo 75 minuti con When the night comes falling from the sky. Nel mezzo, successi come Tangled up in blue, All along the watchtower e Knocking on Heaven’s Door. Fra un pezzo e l’altro, Paul Williams racconta che Bob Dylan, a Modena, è un uomo che conosce e sente il significato di ogni sua frase: “ogni momento è una fresca selezione di situazioni e impulsi, e ogni successivo momento della performance è come una pila di tessere da domino che cadono una ad una, solo che in questo caso è come se ci fossero molte pile che cadono allo stesso tempo, sfregando le une contro le altre e avviando una nuova catena di reazioni, in tutte le direzioni”.

Pur essendo un affezionato visitatore della penisola, spesso anche in città diverse dalle solite Milano e Roma, passeranno altri 13 anni prima che Bob Dylan ritorni a Modena per la seconda volta, fra non poche polemiche. Il concerto del ritorno infatti è previsto per il 27 maggio 2000 in Piazza Grande e si teme per eventuali problemi d’ordine e danni ai monumenti. Ma alla fine il concerto si fa, e questa volta ci sono anche io. All’annuncio dell’arrivo in città del mostro sacro mio padre infatti pensa bene che ormai, a quasi 14 anni e mezzo, abbia l’età giusta per essere iniziata ai concerti. “Tu vieni con me a vedere Bob Dylan: è un’occasione storica”, dice, “Ok”, faccio io, e custodiamo per mesi i due biglietti azzurrini nel cassetto più sicuro della cucina.

La copertina che oggi il settimanale The New Yorker ha dedicato a Dylan
La copertina che oggi il settimanale The New Yorker ha dedicato a Dylan

Da diversi anni leggevo avidamente riviste di musica, quindi sapevo che Bob Dylan era un pezzo di storia, ma ne conoscevo forse una o due canzoni. E nel 2000 non è che ti connetti a Youtube e ti fai un’infarinata dei fondamentali nel giro di un’ora. Col senno di poi, in quel caso sarebbe stato pure inutile. Comunque sia, il 27 maggio 2000 scopro che per i concerti bisogna mobilitarsi fin dal pomeriggio, ma almeno abbiamo poca strada da fare. Poi bisogna incanalarsi per entrare nella Piazza blindata e aspettare che “aprano i cancelli”. Quando è ora, il servizio d’ordine fa sfilare la massa, Piazza Grande ha tutta un’altra faccia. Aspettiamo seduti a terra: c’è gente di ogni tipo, di ogni età, persino un signore inglese di quelli un po’ “rimastoni” con occhiale tondo e capello lungo grigio che ha con sé un grosso impianto di registrazione (ma come ha fatto a farlo passare?).

Pur conoscendo pochissimo la musica di Bob Dylan, men che meno i suoi testi, è con lui che scopro l’ebbrezza dell’attesa, dell’inizio del concerto, le luci che cambiano e i suoni che arrivano, la sensazione della massa di gente che si sposta in avanti e dover ondeggiare fra le teste più alte per vedere lui, che è là, proprio là piccolino sul palco. E canta, suona e si fa i fatti suoi. La set list inizia con Duncan and Brady e termina con Blowing in the Wind: nel mezzo altri 17 pezzi fra cui Like a Rolling Stone e Mr. Tambourine Man, pochi altri classici e un po’ di pioggia. Quando finisce sfiliamo via, con calma. Le gambe fanno un po’ male, ma va bene così. “La Piazza è salva”, titola due giorni dopo la Gazzetta.

Nel 2000, con Bob Dylan, io ho inaugurato una lunga serie di concerti che ancora perdura. Nel 2016, sempre con Bob Dylan, tutti ci ricordiamo che dentro la buona musica si nasconde a volte anche buona letteratura.

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Nata a Modena, si è laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa. Lavora come autrice e copywriter collaborando con agenzie di comunicazione, enti culturali e giornali.

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