Qualcosa di buono: tre mesi in Tanzania con il Servizio civile nazionale

Qualcosa di buono: tre mesi in Tanzania con il Servizio civile nazionale

A Wanging’ombe, un piccolo villaggio nel sud del paese, la vita scorre tranquilla e regolare, tra l'orto da curare, il bucato da lavare, il lavoro nella falegnameria del villaggio e il servizio al centro di riabilitazione per bambini disabili. Un racconto dei primi tre mesi di un modenese, mio fratello, volontario del servizio civile internazionale.

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Wanging’ombe è un piccolo villaggio nel sud della Tanzania, nella regione di Njombe, a circa 12 ore di macchina da Dar es Salaam, la principale città del paese. È lì che il CESC Project ha una propria sede locale, in una casa di recentissima costruzione, ed è lì che sorge un centro di riabilitazione per i bambini disabili del distretto, a cui collaborano quattro volontari del servizio civile internazionale, tra cui mio fratello Giacomo. L’ultima volta che ci siamo visti era in procinto di partire per l’Africa, pronto a tuffarsi in questa nuova esperienza, alla ricerca di una diversa felicità. Oggi, tre mesi dopo, approfitto di un suo breve rientro in Italia, in occasione delle vacanze natalizie, per farmi raccontare questo primo periodo di permanenza all’estero. «Cerco di raccontarti il più possibile, ma non farmi parlare troppo che ho ancora la bocca mezza addormentata», mi dice davanti a un caffè, massaggiandosi la guancia. È l’effetto dell’anestesia del dentista, che ha dovuto curare una brutta infezione alle gengive insorta qualche settimana fa. «A Wanging’ombe non ci sono dentisti, e il più vicino si trova a chilometri di distanza. In queste settimane sono andato avanti disinfettandomi bene la bocca, adesso dovrei essere a posto. Se per caso dovesse rispuntare di nuovo l’infezione, il dentista mi opererà quando rientrerò in Italia, a settembre». È un piccolo dato, ma già sufficiente per comprendere la distanza, non solo geografica, tra noi e l’Africa.

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«Al nostro arrivo a Dar es Salaam siamo stati accolti nell’ostello di un’altra associazione, COPE, che ci ha ospitati per la prima notte», racconta Giacomo. «Eravamo in tutto 18 volontari provenienti dall’Italia. Il giorno dopo siamo partiti, con un loro autista di fiducia, per raggiungere Ilunda, dove è presente un centro orfani gestito dal nostro progetto. Lì abbiamo frequentato, per un mese, un corso di swahili». Lo swahili è la lingua nazionale della Tanzania, ma viene parlata come seconda lingua da molte altre popolazioni dell’Africa subsahariana: è fondamentale conoscerne i rudimenti per poter comunicare con i locali. «Non è così difficile da imparare come può sembrare a prima vista» dice Giacomo. «È una lingua nata come mezzo di interscambio sulle rotte commerciali della costa africana orientale: veniva usata da arabi, persiani, indiani ecc., per cui è aperta alle contaminazioni e abbastanza facile da usare. Il corso durava dalle 8 di mattina alle 16, con in mezzo la pausa pranzo. La sera studiavamo, oppure ci rendevamo utili nel villaggio: bucato, orto, cucina… qualcosa da fare c’era sempre». Alla fine del mese di preparazione i 18 volontari si sono divisi e ognuno ha ricevuto la propria destinazione, a cui rimarrà legato fino alla fine del servizio in Tanzania. «Io sono stato mandato a Wanging’ombe, insieme ad altre tre ragazze volontarie: Alice, che fa l’educatrice, Serena, che è una massofisioterapista, e Chiara, che invece è una fisioterapista “classica”. Insieme a noi, nel villaggio, ci sono anche il referente del progetto e la responsabile delle attività di sviluppo del reddito. Il mio compito specifico è quello di lavorare nella falegnameria e nel workshop del centro di riabilitazione, anche se poi, alla fine, dai una mano in tutte le attività del villaggio».

Ma di preciso cosa si fa nella falegnameria? «Lavoro insieme a Jamesi, 35 anni, e Tarcisio, 20, entrambi falegnami ed entrambi del luogo. Costruiamo tutti gli ausili per i bambini disabili che frequentano il centro: sedie e banchi su misura, assi di legno verticale per aiutarli a stare in piedi, cose così, insomma. Il workshop, invece, è gestito da Tanish, che ha 28 anni, ed è un laboratorio ortopedico dove si producono protesi per correggere la postura dei bambini o aiutarli nella deambulazione. Per esempio, può arrivare un bambino che ha la gamba più corta di dieci centimetri: in Italia verrebbe operato subito, non appena nato, mentre in Tanzania questo non è sempre possibile, soprattutto nei villaggi più sperduti. Così l’unica soluzione che rimane quando è un po’ più grande e cammina già è quella di fornirgli una suoletta su misura per potersi muovere meglio». Il lavoro nel workshop è tra i più importanti e delicati nel villaggio, ma anche uno di quelli che regala maggiori soddisfazioni.

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Giacomo Pesci

«Mi ricordo quando ho fatto, per la prima volta, una protesi ortopedica dall’inizio alla fine. Fino a quel momento avevo visto solo alcuni pezzi di tutto il procedimento, per cui non avevo una visione generale di quello che stavamo facendo e di come funziona il lavoro del workshop. Bene, in sostanza succede che arriva questo bambino, è la prima volta che viene al centro, si chiama F., ha 6 anni e le gambe storte. Proprio storte, con le ginocchia che piegano verso l’interno. Praticamente era privo di muscoli nelle gambe e non riusciva a stare in piedi da solo. Per prima cosa, quindi, gli abbiamo fasciato le gambe con delle bende rigide, per ricavarne la forma. Solo che durante questa operazione i bambini piangono, c’è poco da fare: un po’ perché sono spaventati, e un po’perché sei costretto a raddrizzargli le gambe prima di bendarle, in modo che la forma sia corretta, e questo può far male. Dopo aver tolto le bende aspetti che si asciughino, le riempi di gesso, poi una volta che il gesso si è indurito togli le bende e inizi a lavorare il calco che hai ottenuto, in modo da renderlo il più possibile levigato. Poi prendi dei pezzi di plastica, plastica apposita, ovviamente, li sciogli nel forno e li spalmi sul calco di gesso: una volta che la plastica si è indurita la tagli, da cima a fondo, con una sola incisione, e ottieni la protesi. Dopo non resta da fare altro che rifinirla con gli strap, le suole ecc. e poi il bambino può indossarla. È un lavoro lungo, complesso, ma regala grandi soddisfazioni. Almeno, io mi sono sentito molto soddisfatto dopo che sono riuscito a completare tutto il procedimento. Avevo ottenuto qualcosa di buono, soprattutto per il piccolo F.».

Ovviamente, la vita nel villaggio non è solo questo. «La mattina, dopo colazione, per prima cosa c’è la riunione: tutti i medici e gli operatori del centro si ritrovano per controllare il calendario degli impegni e delle attività quotidiane, e verificare che sia tutto in ordine. Si lavora poi fin verso le 12.30, pausa fino alle 14 e poi di nuovo al lavoro, che termina alle 17. Oltre che alla falegnameria e al workshop, ogni tanto vado al negozietto che c’è nel villaggio, aperto per le mamme che risiedono nel centro insieme ai propri bambini, e lo tengo aperto. Al termine della giornata i medici fanno un’altra riunione di verifica, poi si torna tutti a casa». E la vita oltre il lavoro com’è? «È una quotidianità molto normale. La sera fai il bucato, curi l’orto, aiuti le “dade” del centro mentre accudiscono i bambini, prepari la cena… Non ci sono grosse variazioni. Una settimana al mese le mie colleghe volontarie fanno il giro dei villaggi per controllare come procede la fisioterapia dei bambini, spesso abbiamo degli ospiti, sacerdoti, altri volontari, una volta è venuto persino l’ambasciatore italiano in Tanzania. Ma per il resto la vita scorre tranquilla e regolare». Che bilancio fai di questi primi mesi in Africa? «È ancora presto per fare bilanci. Per il momento mi sento molto contento, ma ti racconterò meglio tra nove mesi, quando sarò definitivamente rientrato a casa».

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Sono nato a Vignola nel 1985. Dopo la laurea in Scienze della comunicazione a Bologna ho conseguito un master in Editoria all'Università Cattolica di Milano. Ho lavorato fino al 2015 per le Edizioni Dehoniane e attualmente collaboro con diverse case editrici e riviste, tra cui Il Regno. Mi interesso di temi legati a cultura, legalità e politica. Dal 2014 sono consigliere comunale a Vignola.

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