Public History, tornare al passato vivendolo da protagonisti

Daniel ha 28 anni, un innato amore per lo sport e, alle spalle, una carriera accademica in Storia contemporanea che lo ha portato a svolgere ricerche per diversi istituti e associazioni della provincia di Modena. Ma se c’è qualcosa che veramente lo appassiona è la possibilità di raccontarla, la storia, per mostrare come le vicende quotidiane delle persone comuni, le nostre piccole storie, si intreccino con gli avvenimenti più grandi e importanti del passato, e come tutto questo riguardi noi oggi, che troppo spesso dimentichiamo da dove veniamo e non riusciamo più a immaginare dove vogliamo andare. Sarà per questo che, quando ha sentito parlare del master in Public History organizzato dall’Università di Modena e Reggio Emilia, non ci ha pensato su due volte e ha colto la palla al balzo: un corso che, finalmente, fornisce le basi teoriche e pratiche per fare quello che ha sempre sognato, ovvero portare la conoscenza della storia al largo pubblico. L’anno scorso, in occasione del varo della prima edizione, il prof. Lorenzo Bertucelli, docente di Storia all’Università e direttore del master, aveva raccontato a Note Modenesi questa nuova disciplina, introdotta per la prima volta in Italia. Oggi, alla vigilia della seconda edizione, abbiamo parlato con uno dei primi corsisti di quella che è stata la sua esperienza sul campo.

Daniel, iniziamo parlando della Public History, una disciplina nuova in Italia, ancora poco conosciuta.

La Public History vuole portare la storia alla gente usando linguaggi diversi, multimediali, facendo partecipare le persone nella costruzione della storia e generando prodotti culturali che siano appetibili per il grande pubblico. Il master è un percorso post-laurea di secondo livello e vuole approfondire questo particolare settore dello studio storico. Si rivolge ai laureati nelle discipline umanistiche che abbiano voglia di lavorare con la storia e contaminarla con altri linguaggi della comunicazione.

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In pratica, una forma di alta divulgazione.

Questo è un tema dibattuto. Io trovo molti legami tra la Public History e l’alta divulgazione, ma per certi versi la Public History è un passo in più, nel senso che diventa un modo in cui il pubblico si coinvolge nella costruzione del discorso storico. Non si tratta di una conoscenza calata dall’alto, ma di un modo partecipato di fare e raccontare la storia. In Italia l’alta divulgazione non ha mai avuto un pieno diritto di cittadinanza nell’accademia, per cui la ricerca è sempre stata vista come una cosa per iniziati. La Public History vuole scardinare questo sistema: a Modena il master si fa in università, è condotto da persone che hanno legami con l’accademia, ma vuole parlare al mondo, senza alcun tipo di pregiudizio ma anzi mettendo in rete soggetti diversi nella costruzione del discorso storico.

Conoscevi già la Public History?

Non la conoscevo come disciplina teorica, ma in sostanza già la praticavo inconsapevolmente, grazie alla collaborazione con alcune istituzioni e associazioni, come l’Istituto storico di Modena, il Gruppo di documentazione vignolese Mezaluna “Mario Menabue” e il Comitato per la memoria Unione Resiste, e alle iniziative che organizziamo insieme. Ogni volta che si porta la storia al pubblico dei non addetti ai lavori si fa Public History. Il master mi ha fornito gli strumenti per capire meglio cosa facevo. Per me il corso è stato decisivo: sia per le relazioni e i contatti che si sono creati, sia da un punto di vista teorico, perché ha trasformato qualche spunto e intuizione in consapevolezze.

Daniel Degli Esposti
Daniel Degli Esposti

Come è strutturato il master?

Si tratta di un corso professionalizzante, della durata di un anno, che affianca a un periodo di lezioni suddiviso in due parti circa 325 ore di stage presso un ente che si occupa di ricerca e trasmissione del discorso storico. Si frequenta nel fine settimana, dalla mattina di venerdì al primo pomeriggio di sabato, a partire dalla prima settimana di novembre. Il primo modulo termina a Natale, poi c’è una sosta fino all’ultima settimana di febbraio (ma è in questo periodo che iniziano gli stage), dopodiché riprendono le lezioni e i seminari fino al termine del master, a maggio, in cui dobbiamo presentare una tesi.

Parliamo dei corsi che si devono frequentare.

I corsi curriculari sono, in tutto, 13. Si va da “Elementi di Public History”, che è un’introduzione generale a tutti gli aspetti e a tutte le potenzialità della disciplina, a “Storia, memoria e territorio”, cioè un’analisi della Public History nel contesto territoriale, oppure a “La storia nella rete”, che è un primo approccio alla digital history, cioè all’uso dei media e degli strumenti digitali nella ricerca e nella comunicazione storica, o ancora al corso “Marketing dell’iniziativa culturale”, che ti fornisce gli strumenti per pianificare un business plan in grado di dare attuazione a un progetto di Public History. Accanto a questi corsi per così dire “istituzionali” abbiamo frequentato anche una trentina di seminari tematici, con professionisti che si sono dedicati in vario modo alla ricerca e trasmissione del discorso storico, come Wu Ming, che è venuto per raccontare come si può parlare di storia attraverso la narrativa, oppure Giorgio Diritti, il regista de L’uomo che verrà, che ha raccontato il rapporto tra la storia e il cinema.

Hai detto che all’interno del master è previsto lo svolgimento di uno stage. Quale è stata la tua esperienza?

Tutto è nato dal fatto che l’Istituto storico e il comune di Castelnuovo Rangone avevano in mente di costruire un prodotto per raccontare il secondo dopoguerra in paese. Si è quindi deciso di sfruttare l’occasione data dal master per renderlo qualcosa di aperto al pubblico. Ho preso contatto direttamente con l’assessore alla cultura di Castelnuovo, Massimiliano Meschiari, il tutor aziendale, ovvero la vice-direttrice dell’Istituto storico di Modena, Metella Montanari, il direttore del master, il prof. Lorenzo Bertucelli, e ho elaborato il progetto di stage. Ho iniziato immediatamente con la ricerca in archivio e le interviste di storia orale, cioè sono andato in giro per il paese a incontrare le persone che hanno vissuto, all’epoca, la prima fase di amministrazione politica del comune. Ho poi costruito i contenuti di un database che raccogliesse e organizzasse tutte le informazioni anagrafiche, dopodiché ho progettato le due iniziative pubbliche, in cui la ricerca si è allargata alla letteratura, fotografia, web ecc.

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Da questi elementi hai poi messo in campo la fase di restituzione, che si è concretizzata in due iniziative pubbliche.

La prima è stata una conferenza-spettacolo, Costruire democrazia, in cui abbiamo raccontato l’esperienza delle prime due giunte castelnovesi, quella del CNL e poi la prima amministrazione eletta. La seconda, Libere di volere, libere di votare, è stato invece un recital con letture sul tema del voto alle donne.

Ma attualmente c’è spazio per dei public historian in Italia? 

La questione è complicata. Lo spazio c’è, il problema è che la gente non conosce la Public History. Mi è capitato di parlare con diverse persone, anche dei potenziali investitori, e sentendo che avevo frequentato un master in Public History non riuscivano a capire di che cosa si trattasse. Quindi ogni volta dovevo spiegare cosa avevo fatto, e a ogni spiegazione seguiva una reazione molto affascinata. Nell’ambito dell’investimento culturale, l’idea di qualcosa che sia appetibile per il pubblico e vendibile sul mercato suscita l’interesse di vari soggetti.

Chi sono questi soggetti?

Possono essere fondazioni, enti culturali che rifiuterebbero di pubblicare un libro, per evitare che rimanga in magazzino, ma organizzano volentieri eventi e iniziative, anche sulla rete, oppure imprese che vogliono costruire delle narrazioni serie della propria storia, o proporre dei prodotti culturali che non si riducano a mero marketing. La ricaduta, ovviamente, è trasversale e indiretta. L’economia oggi ragiona in modo diverso, con tempi e percorsi non più tradizionali. Per un’azienda è importante proporre una certa immagine di se stessa: nel momento in cui si dimostra disposta a investire in cultura e riflettere criticamente sul proprio passato, ecco che appare in maniera migliore a chi è un suo interlocutore sul mercato, come può essere un consumatore, o a una pubblica amministrazione che deve decidere delle regole di contesto.

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Adesso in che cosa sei impegnato?

Ho aperti diversi progetti di Public History: lo stage è stato rinnovato per un altro anno, quindi continuo a seguire questa ricerca sugli amministratori del comune di Castelnuovo, e dovrò costruire prodotti dello tesso tipo sul quindicennio successivo alla nascita della Repubblica, con l’implementazione del database e la realizzazione di iniziative di Public History, coordinando anche i futuri stagisti del master. Sono inoltre impegnato in un percorso con il gruppo Mezaluna e il comitato Unione Resiste, con cui organizziamo eventi di vario tipo, che vanno da trekking partigiani a spettacoli e recital con i quali restituiamo i risultati delle ricerche che svolgiamo. Poi continuo la collaborazione con l’Istituto storico di Modena nelle scuole e in altre occasioni.

Che consiglio daresti a un giovane laureato in storia che vorrebbe intraprendere la strada della Public History?

Di mettersi in gioco costantemente. Ogni public historian deve essere un po’ un imprenditore di se stesso: non può attendere che qualcuno bussi alla sua porta per offrire un’occasione di lavoro. Il master ti dà gli strumenti che ti aiutano a cogliere le domande di storia presenti sul mercato, ma tu ci devi mettere del tuo.

12 risposte a “Public History, tornare al passato vivendolo da protagonisti”

  1. Dall’articolo pare di capire che le prospettive offerte dal master siano fare uno stage in cui lo stagista gestisce i futuri stagisti del master. C’è un cortocircuito? Ma lo stagista che gestisce gli stagisti almeno è retribuito dignitosamente?

    1. Caro Andrea, probabilmente l’articolo non era chiaro in alcuni passaggi. Occorre però tenere presente che:
      – il pezzo racconta l’esperienza specifica di Daniel, non la generalità degli stage effettuati;
      – in particolare, come scritto nell’articolo, Daniel ha molti progetti di Public History in corso: tra questi, anche una collaborazione con il master, e nello specifico dovrà coordinare i futuri stagisti che lavoreranno al progetto da lui avviato, che si prevede pluriennale;
      – non sappiamo se e quanto sia stato retribuito, ma occorre considerare che un tirocinio curriculare di solito ha, al massimo, la copertura delle spese; per il futuro occorre chiedere a Daniel.
      In ogni caso, per ogni ulteriore informazione (che necessariamente non può essere riportata in un articolo, per quanto online) le suggerisco di chiedere direttamente agli organizzatori del master, all’indirizzo http://www.masterpublichistory.unimore.it/site/home.html.

  2. In primo luogo, non si capisce come faccia un ventottenne ad avere “alle spalle”, come si legge all’inizio, “una carriera accademica in Storia contemporanea”. A parziale attenuante dell’articolista Pesci ci sarebbe l’eventuale circostanza dell’avvenuto conseguimento di un Dottorato di ricerca da parte di Daniel Degli Esposti: per curiosità, Le risulta forse che l’intervistato sia dottore di ricerca?

    In secondo luogo, credo che le parole di Andrea vadano prese sul serio. Francamente anche a me questo master, sulla carta, sembra poco allettante e tutt’altro che efficace. Ad ogni modo, proporrei all’articolista la prova del nove, e cioè di ripetere fra tre anni una simile intervista con Degli Esposti, e magari anche con altri divulgatori usciti dal master in Public History: così si potrà vedere se davvero quei corsisti saranno stati in grado di trovare un qualche interstizio remunerato sul territorio nel campo della divulgazione storica.

  3. Cara Samantha, in effetti lei ravvisa un’imprecisione nel mio articolo, ovvero l’utilizzo improprio della locuzione “carriera accademica”, che in realtà intendeva riferirsi al semplice percorso di studi universitario: per cui, la ringrazio della correzione! Per quanto riguarda le sue considerazioni sul master, dovrebbe indirizzarle al professor Lorenzo Bertucelli, che ne è il direttore, o quantomeno allo stesso Degli Esposti. Inoltre, quello che si cercava di raccontare nell’articolo, oltre a un’esperienza specifica (che non è detto debba interessare tutti), era l’apertura di una nuova possibilità professionale in un campo, quello delle scienze umane, molto bistrattato dalla politica ed economia italiane, ma ricco di possibilità. Tuttavia, occorre immaginazione, intraprendenza, costanza e tenacia per riuscire a vivere di Public HIstory, come è ben sottolineato nell’articolo. Se ritiene di preferire un percorso o una “carriera” (accademica?) più tradizionali, è liberissima di scegliere la sua strada, proprio come ha fatto Daniel.
    Saluti.

  4. Comprendo le perplessità che quest’intervista può suscitare in chi sente descrivere l’esperienza per la prima volta. Credo sia utile rispondere ad alcuni punti, sollevati dai vostri commenti:
    1. Io non ho intrapreso una “carriera”, ma un percorso di studi di laurea triennale+magistrale.
    2. Le prospettive non sono affatto quelle di reiterare gli stage all’infinito. Al termine del mio stage, che mi ha fruttato una borsa di studio, i committenti mi hanno dato la responsabilità di coordinare professionalmente il progetto e nelle prossime settimane inizierò il lavoro retribuito.
    3. Al momento continuo a lavorare come libero professionista anche agli altri progetti di ricerca e trasmissione del discorso storico iniziati durante la scorsa stagione.
    4. Credo che dall’articolo si capisca il nocciolo della questione: se ci si aspetta un Master capace di generare un posto fisso in azienda o un’occupazione a tempo indeterminato, si ha sbagliato strada; se si cerca un percorso per imparare a investire su se stessi, il Master in Public History è un’ottima soluzione.
    Colgo l’occasione per ringraziare Pesci per la sua professionalità e per apprezzare i commenti, che mi hanno permesso di chiarire i punti meno comprensibili.

  5. Gentile Degli Esposti,

    Dubito fortemente che un giovane libero professionista solitario e alle prime armi sia nelle condizioni oggettive per fare o promuovere cultura grazie a percorsi di studio e canali di questo genere. Per fare e anche per promuovere cultura occorrono tempo, silenzio e libera collaborazione con pari e superiori; il giovane uscito dal master, invece, è un individuo di belle speranze, illuso e lusingato da chi lo circonda, e – lo ripeto – solitario alla disperata rincorsa di un posto al sole in un contesto ove egli si trova costantemente ad avere a che fare con coloro che hanno posti fissi e/o incarichi a tempo ma ben pagati e con l’effettiva sicurezza di avere incarichi simili in futuro. Dunque, l’ex corsista con partita IVA si affanna per trovare, anno dopo anno, incarichi temporanei rischiando seriamente di divenire una sorta di juke-box, stipendiato con qualche briciola, di gruppi di potere aventi precisi quadri ideologici scolpiti nel cervello.

    Mi dica un po’, Degli Esposti, l’autonomia della ricerca, gli spazi per una divulgazione aggiornata e le possibilità di collaborazione con eventuali studiosi “fuori dal coro” non si tramuteranno per Lei in miraggi? Non Le pare, forse, che una divulgazione di questo tipo abbia un respiro assai corto e arrivi ben presto a trasformarsi in un’impresa che di culturale ha poco, ma che di ideologico ha molto? Crede che Le sarà possibile, così, impegnarsi nell’esame critico degli oggetti presi in considerazione? Che cosa rimarrà della Sua libertà di studioso? Ci pensi.

    Con cordialità,

    Samantha

  6. Samantha, sul primo punto che lei pone avrei una curiosità: lei è la commercialista di Daniel? Perché per affermare con tanta convinzione che vive di briciole, bisognerebbe essere nelle condizioni di fargli i conti in tasca… Sa, c’è chi vive egregiamente di incarichi temporanei e con partita iva… c’è persino chi si licenzia da un posto fisso per fare questa scelta professionale! Non è detto che sia una strada subita e non una scelta.

  7. Gentile signora Gemelli,

    Proponevo al signor Degli Esposti di riflettere bene su quanto mi sono premurato – del tutto disinteressatamente – di scrivergli. Provi anche Lei, nel Suo intimo, a dare risposte alle mie domande: ne trarrà giovamento, almeno spero.

    In precedenza, signora Gemelli, ho invitato l’articolista ad intervistare gli ex corsisti fra tre anni. Leggerò con interesse una intervista a Lei, se la Sua candidatura sarà accettata.

    La saluto.

    Samantha

  8. Ma per carità, Samantha, lo scambio è interessantissimo e i temi che lei affronta sono stati a lungo trattati e dibattuti anche nell’ambito del master (mi sono diplomata, come Daniel, a luglio). Non stavo mettendo in discussione la centralità del tema della libertà dello studioso e si figuri se non sono domande che tutti noi ci poniamo! Anzi, io la inviterei anche a prenderci un caffè, perché credo che di persona si potrebbe provare a capirsi meglio! Ferma restando l’utilità di una simile discussione per chi ci legge (almeno speriamo!).
    Mi ha fatto solamente specie la sicurezza con cui dichiarava il reddito di Daniel e sue ipotetiche frustrazioni, tutto qua.
    Sul resto le risponderà lui.
    Da parte mia, disponibilissima a riparlarne tra tre anni. Avrò certamente argomenti, visto che già ora l’esperienza del master mi ha portato più di un incarico professionale nell’ambito della Public History. Incarichi che si aggiungono ad altri avuti in passato. Buona serata a lei.

  9. La consapevolezza è fondamentale. Mi fermo qui.

    Complimenti per il diploma, allora, e in bocca al lupo ad entrambi.

  10. Gentile Samantha,
    la ringrazio molto per i consigli che mi ha dato, perché ritengo sia importante valorizzare l’autonomia e l’autodeterminazione degli studiosi (e delle persone, in senso generale).
    Senza dubbio in questi anni, anche prima di essere un corsista del Master, ho partecipato a varie attività; senza dubbio ho curato molti progetti per persone diverse; senza dubbio mi sono mosso per esplorare ciò che lo scenario poteva offrirmi. Una cosa, però, posso dirla senza esitare: ho sempre fatto l’impossibile per essere onesto intellettualmente e umanamente. Non mi sono mai nascosto dietro un’idea non mia e non ho mai sostenuto un progetto accettando di ridurre la libertà del mio pensiero. Quello che trasmetto è esattamente ciò che scopro; quello che dico è ciò che penso, e lo ribadirei senza alcun problema anche in una chiacchierata di persona.
    Non ho l’abitudine di celarmi dietro un nome senza cognome o di dissimulare le mie sensazioni per raggiungere scopi attraverso ciò che non sono. Posso essere criticato nel merito di ciò che faccio, perché è tutto molto lontano dalla perfezione, ma non sul mantenimento di una posizione autonoma. Posso essere criticato nel merito di ciò che dico, ma l’aggiornamento della divulgazione sta nella pratica quotidiana del mestiere intellettuale: come io non mi sento di contestare vetustà a chi non conosco, la invito a coltivare i suoi dubbi e a tentare di risolverli con qualche risposta sui casi specifici dei progetti da me trattati o curati. Sono convinto che sia possibile aggiornarsi anche al di fuori dei tradizionali percorsi accademici, ma comprendo pienamente la sua perplessità: in fondo, i due mondi hanno sempre trovato enormi difficoltà di convivenza e mi sorprenderei di un adattamento reciproco così rapido.
    La mia “disperata ricerca” è tutt’altro che “disperata”, perché ho la fortuna di fare quello che mi piace nel modo in cui vorrei farlo. Non metto in dubbio che la strada sia faticosa, e non metto in dubbio che non possa fare affidamento su progetti a lungo termine: l’ho dichiarato anche nell’intervista, dopotutto. Ma mi piace, mi diverte e mi permette di guardare avanti, con la piena consapevolezza delle difficoltà che si presentano (e si presenteranno).
    Non amo fare previsioni avventate: può essere che fra tre anni non abbia concluso granché, come può essere che gli sviluppi dei mesi scorsi continuino a crescere… Senza dubbio in questo periodo ho imparato a conoscere meglio le cose che posso fare e come posso migliorarmi sul lavoro, il resto lo vedrò col tempo.
    La ringrazio molto per avermi fatto “capire” di essere un “illuso”: io i piedi li tengo fermi a terra e so benissimo dove stanno i miei limiti. Per questo cerco di spingerli ogni giorno un po’ più in là. E per questo non parlo di cose che non conosco: non parlo di carriera accademica, di ricerca universitaria, di assegni, di cattedre. Per farlo, dovrei avere la decenza di capire come sia fatta quella strada e non potrei limitarmi a giudicare certe apparenze… O a raccogliere per la strada le voci dell’invidia… Sarei quello che la gente comune definisce un “poveretto”, e non voglio ridurmi a tale livello: preferisco rispettare i percorsi degli altri, che senza alcun dubbio sono i migliori esponenti del sistema accademico e meritano ciò che raggiungono.
    Anche per questo mi piacerebbe che fosse rispettato pure il mio, ancorché molto più umile e meno prestigioso. Ma, si fidi, non meno divertente.

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