Pokemon Go: sarà mania anche a Modena?

Andate in bagno a vi trovate un Arkanine che vi scodinzola di fronte al water. Camminate per strada e vi spunta un Koffing dal tombino. Andate al parco dei giardini Ducali a rilassarvi sulla panchina di fronte al laghetto e un Dewgong sguazza sul pelo dell’acqua. Vi prendete un caffè in Sant’Eufemia e anziché un banalissimo piccione vedete un Pidgey che si fa il bagno nella fontanella. Potrei continuare all’infinito, e se vi state facendo una risata non avete capito che sto parlando sul serio. In fondo, quasi tutti ormai andiamo in bagno, camminiamo per strada, andiamo al parco e ci prendiamo un caffè con lo smartphone in mano. Pokemon Go, la nuova app che si sta diffondendo a macchia d’olio sul pianeta e che proprio domani dovrebbe approdare in Italia, fa sì che sullo schermo del nostro smartphone compaia il mondo reale e quello dei Pokemon: se prima la quotidianità era un’alternanza tra esperienza reale ed esperienza digitale, ora i due piani sono sovrapposti.

Se inquadriamo il panorama che abbiamo davanti, come per fare una foto, e stiamo usando Pokemon Go, sul nostro schermo apparirà il panorama che abbiamo davanti e, se la caccia è fortunata, un Pokemon. Per il resto, nulla di diverso rispetto al gioco che una decina d’anni fa impazzava sulle carte e sui Game Boy: la caccia, i combattimenti, le sfide, le vittorie, le palestre. Una caccia al tesoro. Ma tutto questo, con la nuova app, prende prepotentemente piede nel nostro campo visivo, resuscitando i pupazzetti inventati nel 1996 dal giapponese Satoshi Tajiri. A farla tragica, ma dico tragica solo per scongiurare l’accusa di essere retrograda, il mondo digitale sembra aver vinto quello reale. E verrebbe da chiedersi se non abbiano ragione tutti quelli che oggi parlano di “crisi dell’esperienza”: Benjamin prima, Agamben poi. Che viviamo in una realtà mediata e che la piattaforma digitale occupi gran parte del nostro tempo non è una novità. Ma in Pokemon Go, l’app che ha resuscitato i Pokemon a suon di miliardi, il passo è ulteriore.

Foto di gruppo di alcuni tra i più famosi Pokemon della Nintendo.
Foto di gruppo di alcuni tra i più famosi Pokemon della Nintendo.

Il lancio del gioco, ideato da Nintendo insieme a Niantic, è recente: 6 luglio. Neanche dieci giorni ed è già follia collettiva. Gli aneddoti sono tanti. Leggendoli, la reazione è una risata che lascia spazio allo stupore e poi alla desolazione. Lo scenario immediatamente successivo al lancio di Pokemon Go, infatti, è un Central Park invaso da gente che cerca mostri colorati con lo schermo. Che cammina col lo smartphone davanti al naso cercando i Pokemon. Un’alienazione collettiva, una fuga dalla realtà, un rimbecillimento congiunto: chiamatelo come volete. Il fatto è che Pokemon Go ha invaso ogni forma di spazio pubblico. Ospedali, musei. Ad Auschwitz, un portavoce del museo ha chiesto di rimuovere il campo di sterminio dalla geolocalizzazione dell’app nel rispetto del luogo. Auschwitz invaso dal Pokemon è l’esempio lampante dell’incapacità di esperire, a pensarci. In quel caso, le immagini del passato e quelle inesistenti nello schermo dello smartphone avrebbero reso assolutamente impossibile uno sguardo presente, un’esperienza del luogo da cui possa partire un pensiero, un pensiero qualsiasi, purché radicato in quello che guardiamo.

Un video del Corriere spiega come funziona Pokemon Go.

C’è gente che si è già slogata le caviglie perché andava in giro col mondo dei Pokemon negli occhi. In America, una ragazza cercava Pikachu e ha trovato un cadavere. Altri sostengono di trovare una via d’uscita dalla depressione grazie alla ricerca di animaletti immaginari. La cosa ha già sfondato le maglie del linguaggio: negli USA, il dipartimento dei trasporti di Washington ha chiesto agli automobilisti di non “pokemonare” al volante onde evitare di sacrificare la propria vita o quella degli altri all’altare della realtà aumentata. Pokemoning. Anni fa si diceva “vivere nel mondo dei puffi”: beh, ci siamo quasi. Dopo il boom di app scaricate e il raggiungimento di una media di 43 minuti giornalieri passati a guardare il mondo dallo smartphone cercando i Pokemon, Youporn ha tolto il cappello di fronte a Nintendo. Dall’account Twitter del sito pornografico sono arrivati infatti i complimenti ufficiali per aver “sovvertito le dinamiche di internet”. Tira più un baffo di Vulpix che un carro di buoi, verrebbe da dire. Pokemon Go ha infatti nettamente superato sia Tinder che il porno, in questi dieci giorni di orgasmo digitale. Secondo le statistiche più recenti, Pokemon Go (almeno per ora) è seconda solo a Facebook, e seguita a ruota, con un notevole stacco, da Whatsapp, Instagram, Snapchat e Messenger. La cornice di tutto ciò, il piatto d’argento su cui arrivano i mostriciattoli giapponesi, sono le 5,6 ore che il mondo spende, mediamente, sullo smartphone. Nel 2015, infatti, risulta che il 51% della navigazione internet avviene su dispositivi mobili.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

Eppure, Pokemon Go potrebbe essere considerato un passaggio intermedio per mostrare le potenzialità e i mezzi di nuove tecnologie applicate a settori che fuoriescano dai confini dei mostriciattoli immaginari. Ne abbiamo parlato con Maria Grazia Indennitate, parmigiana d’azione, della team zone di Xpanded Technology, una startup che vuole fare della realtà aumentata uno strumento di comunicazione di massa. Ma cosa si intende con realtà aumentata? Ha senso parlare di “crisi della nostra capacità esperienziale”, di realtà infinitamente mediata e rimbalzata tra un piano e l’altro della sua stratificazione? Perché, oggi, abbiamo bisogno di aumentare la realtà? “Perché è utile farlo: – la Indennitate parla chiaro e la mette sul pratico – il gioco è sempre stato il modo migliore per incuriosire e far apprendere nuove realtà, e così è per Pokemon Go”. “La realtà aumentata è applicabile in mille settori: – continua – può consentire al cartaceo di acquisire caratteristiche funzionali tipiche dell’online e del digitale, può far sì che i loghi degli sponsor sulle locandine pubblicitarie di animino comunicando un brand agli utenti, in modo personalizzato e geolocalizzato”.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

I giornali, ad esempio, potrebbero competere con gli online “senza perdere breaking news”. Come diceva Pagnoncelli qualche giorno fa, oggi leggere un giornale cartaceo fresco di stampa è come leggere il giornale del giorno prima: sappiamo già tutto, l’online arriva sempre prima, e il web è la cassa di risonanza immediata per tutto ciò che accade nell’esatto momento in cui accade. Leggere un quotidiano attraverso uno smartphone con un’app di realtà aumentata permetterebbe al giornale di carta di aggiornarsi continuamente. “Per non parlare dei santini elettorali: – continua la Indennitate – in America una candidata ha già provveduto a comunicare in tempo reale con i suoi elettori tramite i santini in realtà aumentata”. Come si fa a spiegare la realtà aumentata a un uomo dell’Ottocento? Nel momento stesso in cui mi dico “realtà aumentata” mi sento a metà tra Matrix e i Jetsons, e la domanda sorge spontanea. “Gli si chiederebbe di guardare una donna per strada e di immaginarla in altre vesti, in altri luoghi, in altri atteggiamenti: – l’esempio è molto calzante – la tecnologia della realtà aumentata è uno strumento per dare vita alle sue fantasie”. “Per spiegargli questo strumento – continua – gli si chiederebbe di pensare a un quadro: di immaginare che sotto il dipinto visibile agli occhi vi sia un altro dipinto, o un oggetto, o una scritta”. Nella realtà che non basta per com’é, insomma, e che sempre rimanda ad altro – più in là, più oltre, più aldilà di quel che sappiamo – la fotocamera del cellulare è la mano che scosta il velo di Maya. “La fotocamera è una specie di panno imbevuto di solvente: toglie l’olio in superficie e svela quello che c’è sotto”.

In un quadro del genere, in cui l’effettivo spalancarsi di nuove tecnologie e possibilità non toglie di mezzo il problema di un’esperienza costantemente incompleta, nevrotica e mediatizzata, ci si chiede come mai proprio i Pokemon, vista l’utilità che la realtà aumentata può dimostrare in altri ambiti. “I Pokemon, forse, sono il segreto della viralità dell’app: – e quindi della diffusione dello strumento della realtà mediata – alla caccia al tesoro avevano già pensato in tanti, Google compreso, ma è la prima volta che l’esperimento diventa mainstream”. “Dobbiamo ringraziare chi ha realizzato questo miracolo: – commenta la Indennitate a fronte delle mie perplessità – l’espressione ‘realtà aumentata’, augmented reality, è nata nel ’98 per aiutare gli operai nel cablaggio degli aerei, e ora sarà più facile parlarne per chiunque voglia mettere questo strumento a disposizione della collettività”. I Pokemon, insomma, sono solo un veicolo per portare qualcos’altro, un cavallo di Troia, a voler essere vigliacchi.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

E la mania dei Pokemon, quanto durerà? “Potremmo pensare al ciclo di Gartner, per dirlo: – dice la Indennitate riferendosi al ciclo in cinque fasi che rappresenta graficamente l’adozione, lo sviluppo, la maturità e l’applicazione di specifiche nuove tecnologie – la realtà aumentata sta per entrare nel mercato e diventare di massa”. “Non posso che essere contenta del successo di Pokemon Go: – continua – collaboro con una startup che ha creato una piattaforma che consente a tutti in modo agevole e intuitivo di creare delle campagna di comunicazione in realtà aumentata, e oggi abbiamo superato il primo step, cioè spiegare cos’è e come può funzionare”.

A Xpanded Technology hanno avuto un riscontro immediato, dice, in termini di comprensione del loro progetto: prima di questo evento non era mai successo e vi erano svariate difficoltà nel diffondere l’idea. Le prime e più immediate applicazioni di realtà aumentata sono varie. Dalle locandine del cinema inquadrate con lo smartphone che funzionano come piccoli trailer, alle riviste di annunci che si animano mostrando dettagli e specifiche di ciò che sulla carta è solo fotografato, al mondo dell’arte, in quadrando le opere nei musei e guardando tutto ciò con cui il gallerista di turno ha voluto integrare l’opera: dettagli, biografie, descrizioni. Ma anche nel mondo della ristorazione: menù aumentati, tovagliette interattive. E così via.

Probabilmente, se questo articolo fosse strutturato in realtà aumentata, se voi aveste in mano uno smartphone con un’app in grado di vederlo, e se tra qualche anno i Pokemon non avranno già assorbito, oltre alle vostre fantasie di varia natura, anche il vostro sguardo, potreste vedere molto di più di quello che avete appena letto.

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