Quando Setti parole e musica secondo valori desiderati non necessariamente conformi agli standard richiesti

Il mare d’inverno sembra cemento, sembra di averlo avuto dentro, eravamo io e te e un gabbiano tremendo. A un dato momento nello spazio e nel tempo trattenendo a stento un pianto eravamo io e te. E un osso di seppia gigante. Una Rimini invernale, sospesa e reale allo stesso tempo, è lo sfondo di “Seppia”, uno dei pezzi più delicati e riusciti di Nicola Setti.

Setti è modenese, classe 1985. Da collezionista di musica appassionato di letteratura e cinema, si è fatto apprezzare negli ultimi anni come cantautore, cominciando con registrazioni totalmente fatte in casa. “Astrid contro la ciminiera” (2008) è uno dei primi frutti: un EP “un po’ pop un po’ boh” dove le immagini sono immediate, diventano tenere e fanno sorridere come in “Solvente” (se avessi un solvente mi scollerei da te e probabilmente apprezzerei l’hip hop). Seguono “Le mirabolanti avventure di Siepe Frangivento” nel 2009, che contiene la filastrocca psichedelica “Oh Caposala” (oggi mia nonna mi ha dato del bastardo, è un buon inizio per un pomeriggio seppellito in una pelle di ghepardo, impiccato fra il cielo e l’affitto), e, per anni, altre produzioni home made in fitta successione.

Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.
Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.

La svolta è nel 2013 con l’uscita di “Ahilui”, primo cd inciso con la Barberia Records che gli frutta anche una menzione positiva su Rolling Stones. Qui trovano spazio il mare d’inverno di “Seppia”, le atmosfere riverberate di “Deserto”, l’essenzialità di “Zoo”: gli stralci di realtà e le immagini vivide sono portate decisamente a un livello superiore.

Ma Setti è anche noto per iniziative particolari a livello di live show. Nel 2012, sulla scia dell’EP “Biscotti” inaugura il “Setti fa Biscotti home tour”, una mini tournée a chiamata nelle case delle persone durante la colazione. Quest’anno, invece, con la partecipazione di Alessandro “Fox” Formigoni ha lanciato la due giorni “Setti nel frigo” presso la Galleria Hiro Proshu di Modena. “Una volta era un macelleria – spiega, – e c’è ancora un frigo. Quindi io stavo nel frigo e facevo entrare a turno una persona a cui cantavo una delle mie canzoni. Ne sono venute 80.”

Setti, quanti cd hai?
A-ah…! Non li ho mai contati, ne avrò duemila, tremila… Adesso ho ridotto parecchio. Per un paio di gruppi era legato ad avere il singolo, l’edizione limitata. Per gli altri era proprio cercare dei cd che mi interessavano e che facevo fatica a trovare, alla Fiera del Disco e così via. Mi piaceva proprio la ricerca.

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Quando hai iniziato a collezionare cd avevi già in mente di diventare un compositore a tua volta, oppure è successo per caso?
Non ho esattamente la percezione di quello che ho fatto. Mi piaceva molto ascoltare musica, mi ha aiutato in certi periodi della vita. Poi ho cominciato un po’ a suonare, ho fatto un corso di avviamento alla chitarra classica flamenco, però ho capito che mi piaceva di più scrivere, sia musica che testi. Mi divertiva di più. Ho cominciato pensando di fare in italiano delle cose che mi piacevano molto all’estero, e che non vedevo fatte in Italia o comunque molto poco… intendo un certo tipo di approccio ai testi e alla musica, un’attitudine.

Fra le interviste che ti hanno fatto ce n’è una pubblicata su DLSO.it dove dici che in “Ahilui” racconti “storie vere di persone inesistenti”: spiegaci meglio che cosa c’è nel mondo di Setti.
Setti è nato perché… che poi sono io Setti, è il mio cognome… è nato perché volevo fare quello che mi pareva, non mi sono posto tanti problemi del tipo “mi creo un immaginario”. Mi piaceva un certo tipo di indie pop in quel periodo e quindi ero più orientato verso quell’atmosfera più dolce, più surreale, che ha definito – tra virgolette – il mio target. Mi piace giocare, scardinare a livello musicale e testuale. Mi diverto a creare mondi alternativi, però non saprei dire che mondi siano. Parlo di cose che per me sono vere. Il concetto, l’idea o il sentimento lo prendo dalla realtà, però i personaggi no… come qualsiasi opera di fiction, credo.

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E l’America che compare ogni tanto nei titoli? Kentucky, Tennesse, Vermont…
L’America è un discorso interessante, prima o poi sfocerà in qualcosa. Mi ero innamorato di un disco anni fa che si chiama “Illinois”, di Sufjan Stevens, uscito dopo “Michigan”. Stevens voleva fare un disco per ogni stato degli Stati Uniti, in realtà ne ha fatti solo due, poi altri dischi meravigliosi. Lui faceva proprio il disco parlando dello stato e di sé, io ho cominciato facendo la prima, “Tennessee”, poi “Vermont”… ed è diventato un gioco mio. È un giocare con parole che hanno suoni belli, come quelli di alcuni stati, ma parlando di storie fittizie, inventate. È la mia visione di quegli stati, a volte non so neanche dove siano esattamente sulla cartina e non lo voglio sapere… è un esercizio mio di geografia interna.

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Dai primi EP fatti in casa fino a un secondo disco che stai registrando in questi giorni, cosa ti ha fatto crescere di più come cantautore e musicista?
Il progetto Setti è stato molto naturale e molto lento. Le prime cose sono uscite nel 2007: non ero andato in vacanza e così ho fatto un EP a casa invitando un po’ di amici a darmi una mano. Poi l’ho messo su MySpace, così, e hanno cominciato a chiamarmi per suonare. Non tanto, ma qualcuno. Ho continuato a farne uno all’anno e mi continuavano a chiamare. Fondamentale è stata La Barberia Records, questo step mi ha aiutato tantissimo a portare in giro le mie cose. Io ero fan della Barberia, di loro come persone, ma non ho mai chiesto niente: è venuto tutto da sé, e adesso sono come una famiglia. Un’altra cosa che mi ha fatto crescere è stato andare per tentativi. A livello di scrittura sono uno che scrive tanto: per dieci pezzi che faccio uscire ne avrò fatti cinquanta e ne butto via quaranta. Quindi fare tentativi fino a trovare uno stile che mi piace e poi sbattersene totalmente! Ho capito che le cose che mi piacciono di più sono quelle che faccio quando non penso alle conseguenze. A livello artistico, eh!

Per finire, che cosa puoi dirci in anteprima sul prossimo album?
Sarà un disco molto diverso dall’altro, come atmosfere. Sarà un po’ più cupo, forse, più minimale per alcuni aspetti. Mi sono concentrato molto sui testi che spero possano avere più livelli di lettura: anche quando do un’impronta ironica vorrei che ci fosse un aspetto su cui pensare. Ci sarà “Barbecue”: un duetto con Avocadoz, una cantautrice geniale, giovanissima, della zona. Ci sarà un pezzo che si chiama “Il concerto dei Woods”, che è una cosa diversa a livello di testo rispetto quello che faccio. Parla del fatto che non sono riuscito ad andare a vedere i Woods perché c’era la fila in autostrada, ed è proprio quello che è successo pari pari… E poi ci saranno “Iowa” e “Wisconsin”!

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