Nel Far West dei social servono nuove regole?

Nel Far West dei social servono nuove regole?

Post razzisti, hate speech (incitamento all'odio), bufale e propaganda fondamentalista trovano grande spazio sui principali social utilizzati quotidianamente da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. E' tempo di accollare alle megacorporation dell'high tech (Facebook, Twitter, Google) la corresponsabilità nella diffusione di simili contenuti? Un caso giudiziario avviato negli Stati Uniti potrebbe rappresentare una svolta rispetto al dogma della "neutralità della rete".

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I proprietari delle piattaforme sono degli intoccabili, oppure no? E sono responsabili oppure possono continuare a trincerarsi dietro il dogma della “neutralità della rete”, invocato nella fattispecie per rigettare il proprio committment morale rispetto ad alcuni dei contenuti che vengono veicolati dai social media e dai social network. Adesso, un caso giudiziario – come da tradizione tipicamente statunitense – potrebbe non unicamente “fare giurisprudenza”, ma anche segnare una svolta rispetto a uno dei nodi più rilevanti della cyberpolitica di questa nostra epoca.

L’antefatto – rivelato da Fox News – è che le famiglie di tre (Tevin Crosby, Javier Jorge-Reyes e Juan Ramon Guerrero) delle 49 vittime della strage avvenuta lo scorso 12 giugno in un locale di Orlando, in Florida, hanno deciso di citare in giudizio alcune megacorporation dell’high tech (Twitter, Facebook e Google) per avere dato «supporto materiale» all’Isis, contribuendo così alla radicalizzazione dell’assassino Omar Mateen. Il punto, secondo i familiari, è che grazie agli account presenti sui social media la propaganda fondamentalista ha potuto effettuare un “salto di qualità” nel reclutamento della sua manovalanza stragista e intensificare il fund-raising. E le motivazioni con cui è stata depositata la denuncia si spingono sino ad affermare, in buona sostanza, che senza i social l’Isis e il terrorismo islamista non avrebbero assunto le dimensioni e i connotati di mostruosa pericolosità che oggi presentano. L’azione giudiziaria impugnerebbe una clausola del “Communications Decency Act” del 1996 che ha tutelato finora i social media dalla responsabilità per i contenuti postati, ma potrebbe venire “scardinato” per le violazioni collegate alla facoltà, mediante algoritmi sofisticati, di inserire pubblicità tarate sugli utenti, finendo quindi, per condividere con le organizzazioni terroristiche gli introiti pubblicitari e quindi contribuendo, “in maniera oggettiva”, a finanziarne le azioni.

turkleLa sentenza che ne deriverà, come sostengono i giuristi e gli specialisti, potrebbe avere un esito dirompente, perché sino a oggi, come noto, i giudici si sono mostrati molto dubbiosi e titubanti rispetto all’attribuzione ai social di una qualche forma di responsabilità rispetto ai contenuti che ospitano e pubblicano. Un certo paradosso – ma sempre di intricati e apparenti “paradossi postmoderni” si tratta – se si pensa a quanto sostiene in un suo libro importante, intitolato “La conversazione necessaria” (e pubblicato da poco in Italia da Einaudi), Sherry Turkle, considerata una delle maggiori studiose delle conseguenze sociali delle tecnologie digitali. La sociologa afferma che i social sottraggono spazio alla discussione e al dibattito reale tra le persone. Ma, al contempo, conducono all’azione altri individui – un passaggio all’atto che, spesso, segue strade di radicalizzazione e, come in questo caso, conduce alla follia stragista. E questa notizia si apparenta, per molti versi, al recentissimo dibattito esploso in Germania sull’opportunità di imporre a Facebook una serie di regole, un’opinione che sembra accomunare la “grande coalizione” al governo.

Il tema riguarda i post razzisti, di incitamento all’odio e le “bufale” e false notizie che recano pregiudizio alle persone: l’esecutivo tedesco pare orientato a chiedere alla piattaforma di Mark Zuckerberg un ufficio legale aperto in permanenza che possa intervenire costantemente per rimuovere e censurare i contenuti offensivi e lesivi della dignità; e, in caso contrario, Fb verrà sanzionato con multe cospicue. Queste iniziative evidenziano tutto il loro carattere “pionieristico” (e anche la fatica nel trovare richieste di risarcimento all’altezza della posta in gioco…), mostrando quanto il dilagare dei social sia avvenuto in un clima di “nuovissima frontiera” – e, quindi, anche di “far west”. E ci dicono che troppo tempo è passato, e troppi fatti gravi sono avvenuti, senza che i padroni della Silicon Valley abbiano mai minimamente risposto delle “esternalità negative” (evidenti, e da loro ben conosciute) delle – certo, fantastiche – innovazioni e creazioni tecnologiche. Pensiamo, e speriamo, che stia giungendo il momento in cui smetteranno di nascondersi dietro un dito (e di venire tutelati da Stati troppo compiacenti e accondiscendenti).

In copertina: un’immagine di Ray Che (Licenza CC).

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Insegna "Campaigning e organizzazione del consenso" all'Università Luiss Guido Carli di Roma e alla Luiss School of Government ed è editorialista de La Stampa, Il Piccolo e i quotidiani veneti Finegil.

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