Modena e il lavoro “voucherizzato”

Modena e il lavoro “voucherizzato”

Il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale si pronuncerà sull'ammissibilità della proposta di referendum che ne chiede la cancellazione, proposta che ha raccolto oltre 3 milioni di firme. Sotto accusa ancora i voucher. Nel 2015 ne sono stati venduti in Italia oltre 100 milioni, 2,5 milioni nella sola provincia di Modena, e nei primi sei mesi del 2016 si è già toccata quota 1,5 milioni. I buoni lavoro, nati come strumento di contrasto all'illegalità, stanno raggiungendo un volume impensabile fino a qualche anno fa, diffondendosi in ogni settore economico. E Modena non fa eccezione rispetto al resto d'Italia.

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Sono stati uno dei simboli della recente campagna referendaria, che sebbene riguardasse la modifica alla seconda parte della Costituzione ha convogliato su di sé le tensioni sociali e politiche che attraversano il paese, riducendosi a un giudizio sul governo e la sua azione; sono stati branditi da esponenti di destra e di sinistra, additati come il simbolo della precarietà nel mondo del lavoro e di condanna per il futuro dei giovani; sono stati messi nel mirino della CGIL, che ha raccolto oltre 3 milioni di firme per proporre un referendum che ne sancisca l’abolizione, referendum sulla cui ammissibilità si pronuncerà la Corte Costituzionale l’11 gennaio prossimo : sono i buoni lavoro, meglio conosciuti come «voucher». Nati con l’intenzione di combattere il lavoro nero, favorendo l’emersione dall’illegalità di tutte una serie di mansioni che, generalmente, vengono retribuite fuori da qualsiasi contratto (un esempio tipico sono le collaboratrici domestiche, cioè le colf), questa forma di lavoro ha visto negli ultimi anni una vera e propria esplosione, conoscendo una crescita esponenziale che ha fatto lanciare più di un segnale d’allarme da parte di esperti e istituzioni, che non esitano ormai a parlare di un’economia «voucherizzata». Neanche Modena può ritenersi immune da questa tendenza: se nel 2015 sono stati venduti in Italia oltre 100 milioni di voucher, nella nostra provincia ci sono state oltre 2,5 milioni di transazioni, collocandoci al secondo posto in regione, dietro alla sola Bologna.

Ma che cosa sono, esattamente, i voucher? Si tratta dello strumento utilizzato per pagare il lavoro cosiddetto «accessorio», ovvero una particolare modalità di prestazione lavorativa non riconducibile ad alcun contratto, perché svolta in modo saltuario e occasionale. Il valore netto di un voucher da 10 euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo di un’ora di prestazione. Il resto del valore del voucher serve a coprire i contributi all’INPS e all’INAIL. Il committente può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, senza rischiare vertenze e senza dover stipulare alcun tipo di contratto, mentre il lavoratore può integrare le sue entrate attraverso queste attività occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. Il d.lgs. n. 81/2015 (Jobs Act, per intenderci) è intervenuto sulla disciplina dei voucher, consentendo il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio in tutti i settori produttivi e garantendo, nel contempo, la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati. I compensi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare, per il 2015, 7.000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno, con riferimento alla totalità dei committenti.

Marta Fana
Marta Fana

L’allarme è stato lanciato sotto la Ghirlandina da Cos.Mo.Lab-Sinistra italiana, un collettivo che, nelle intenzioni dei fondatori, vuole essere uno spazio di elaborazione culturale, utilità sociale e buona pratica politica a Modena. In un incontro svoltosi lo scorso 24 ottobre, intitolato significativamente «Generazione voucher: la trappola del super-precariato», sono stati squadernati i dati relativi all’utilizzo dei buoni lavoro, sia nazionali che locali, e il quadro dipinto per i giovani che oggi si affacciano nel mondo del lavoro appare particolarmente cupo. «L’economia italiana si sta “voucherizzando”, ma non si tratta di una fatalità, bensì di una scelta ben precisa» afferma Marta Fana, 31 anni, giovane dottoranda in Economia all’Università Sciences Po di Parigi, tra le relatrici della serata. «Le ore lavorate in Italia mediante i voucher sono di più di quelle a tempo indeterminato. Il lavoro viene pagato sempre meno, parliamo al massimo di 7.000 euro l’anno, e al tempo stesso non si riconoscono diritti a questa nuova generazione di lavoratori. Questo “nuovo” modello ha un duplice impatto sul sistema italiano: da un lato abbassa la produttività, perché è evidente che le aziende che utilizzano questa forma di lavoro non hanno alcuna intenzione di investire nel capitale umano dei propri collaboratori – ma nel mondo globalizzato la competizione si gioca sulla capacità di innovazione e quindi sulla formazione dei lavoratori; in secondo luogo, i giovani che oggi lavorano tramite voucher versano pochissimi contributi, per cui un domani si presenterà il problema di come pagare loro una pensione dignitosa». In aggiunta a questi problemi, occorre segnale anche gli abusi che sono stati fatti, e continuano a farsi tutt’ora, dei voucher: «In base ai forniti dall’INPS», prosegue Fana, «molti buoni lavoro vengono utilizzati come “copertura” per il lavoro nero (il caso tipico è un datore di lavoro che acquista voucher per un’ora di lavoro e poi paga il resto del tempo in nero) o le aziende che li usano per remunerare le ore di straordinario dei propri dipendenti».

Leggi anche: Quando la retribuzione assomiglia più a una paghetta.

Claudio Riso
Claudio Riso

Si mostra altrettanto preoccupato Claudio Riso, della segreteria CGIL Modena: «Oggi, per un giovane, il primo contatto con il mondo del lavoro avviene attraverso una forma precaria, tra cui i voucher. Questo primo contatto, però, anziché rimanere limitato al periodo di ingresso nel mondo del lavoro, rischia di diventare una situazione stabile, una condizione che si prolunga nel tempo. E questo ce lo dicono i dati: a Modena, oggi, solo un contratto di lavoro su quattro è a tempo indeterminato». È evidente, dice il sindacalista, che in questo contesto, una grossa fetta di prestazioni lavorative viene remunerata attraverso i voucher, che spiega «hanno sostituito quelli che 15 anni fa erano i co.co.co. Ma si tratta di una forma più insidiosa, perché i contratti di collaborazione erano comunque maggiormente strutturati, perché comprendevano orari di lavoro, trattamento economico, diritti, doveri ecc». Elemento di preoccupazione è il fatto che i voucher si stiano diffondendo in tutti i settori produttivi, per effetto delle norme contenute nel Jobs Act, e che la tendenza in atto sia quella di sostituire man mano il lavoro dipendente. «Il lavoro a Modena sta cambiando volto» afferma Riso, «e la situazione non è diversa dal resto d’Italia. Per fortuna anche le istituzioni hanno iniziato a rendersi conto del problema e a interrogarsi sulla “questione voucher”».

Andrea Bosi
Andrea Bosi

Il riferimento è all’interrogazione presentata in consiglio comunale a Modena dai gruppi Per me Modena, Sel e Fas-Sinistra italiana il 29 settembre scorso, che invita l’amministrazione «in coerenza con il Patto per la crescita sostenibile e intelligente di Modena, a non utilizzare i voucher se non nei casi strettamente previsti dalla legge sia nei rapporti di lavoro diretti, sia indirettamente nell’ambito dei contratti d’appalto di opere, lavori e servizi affinché venga sempre più promosso il lavoro stabile e di qualità». L’assessore al lavoro Bosi ha preso la parola per riportare alcuni dati e informazioni relativamente all’utilizzo dei voucher a Modena e in regione: «In Emilia Romagna, nei primi sei mesi del 2016, sono stati venduti quasi nove milioni di voucher (esattamente 8.822.380)» ha affermato l’assessore, «con numeri in aumento mese per mese, da 1 milione 161 mila di gennaio, a 1 milione 668 mila 886 di giugno. In questo contesto, la provincia di Modena si colloca al secondo posto in regione, subito dopo Bologna, per numero di voucher venduti (1.503.729, pari al 17 per cento del totale). Di questi, per quanto riguarda le categorie merceologiche di riferimento, circa il 60 per cento risulta come “attività non classificata”, le altre categorie maggiormente rappresentate sono servizi (9,2 per cento) e turismo (8,4 per cento)». L’assessore ha poi ricordato come il comune di Modena «non utilizzi i voucher, benché la legge lo consentirebbe, e come la stessa normativa contenuta nel Jobs Act vieti il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio nell’ambito di appalti». Questo il quadro della situazione: il prossimo passo sarà quello di attivare un tavolo di confronto con tutte le parti sociali per tentare di capire come ricondurre il fenomeno alla sua dimensione originaria e quali strumenti mettere in campo per prevenire e reprimere gli abusi. Il ministro Poletti ha dichiarato di attendere la diffusione dei dati sulla tracciabilità dei voucher, e se sarà il caso interverrà per porre rimedio alla situazione. Non resta che aspettare, anche se la situazione sta evolvendo rapidamente: il referendum promosso dalla CGIL agita la maggioranza in Parlamento, e già diversi esponenti del Pd stanno facendo pressione perché si intervenga prima che sia troppo tardi.

 

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Sono nato a Vignola nel 1985. Dopo la laurea in Scienze della comunicazione a Bologna ho conseguito un master in Editoria all'Università Cattolica di Milano. Ho lavorato fino al 2015 per le Edizioni Dehoniane e attualmente collaboro con diverse case editrici e riviste, tra cui Il Regno. Mi interesso di temi legati a cultura, legalità e politica. Dal 2014 sono consigliere comunale a Vignola.

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