Modena, città della convivenza possibile?

«La vera integrazione? Si realizza attraverso la cultura». Così il vescovo di Modena, Monsignor Erio Castellucci, ha sintetizzato martedì sera a Vignola in un incontro organizzato dall’Amministrazione comunale dopo i fatti del gennaio scorso, la strada maestra da percorrere per garantire alla nostra comunità un futuro di prosperità e pace in un’epoca di mutamenti epocali. Mutamenti che nessuna spinta xenofoba, innegabilmente presente nella nostra società, può arrestare.

Secondo il report realizzato dalla Regione Emilia-Romagna sugli scenari demografici relativi al 2020, se attualmente i cittadini stranieri residenti sono circa 550 mila (su un totale di circa 4 milioni e mezzo), nei prossimi quattro anni si prevede una crescita di quasi 200.000 persone, arrivando a circa 800.000 emiliano-romagnoli con cittadinanza straniera. Come noto, la natalità in Italia tocca di anno in anno record sempre più negativi: siamo tornati a livelli ottocenteschi. Perciò, prevedono i demografi, nel 2020 oltre un quarto della popolazione italiana avrà 
più di 65 anni, e più o meno la stessa percentuale di under 40 avrà cittadinanza straniera. Infine, 1 nato ogni 3 avrà entrambi i genitori stranieri. Complessivamente, il 40% dei nuovi nati avrà almeno un genitore straniero.

Siamo dunque di fronte a scenari che lasciano ben pochi dubbi: a meno di non volerci infilare in un tunnel di conflittualità permanente dentro e fuori le nostre comunità, dentro e fuori i nostri confini nazionali, la strada non può che essere quella dell’integrazione. O, come preferiscono definirla alcuni, della “interazione”. Insomma, della convivenza. Termine che va preso alla lettera partendo dall’etimologia latina della parola: cum-vivere. Che non significa sopravvivere, nonostante la presenza dell’Altro, del diverso da me, nell’impossibilità – come vorrebbero alcuni – di scacciarlo, ma del vivere con l’altro. Dunque, pensieri e prassi relative alla relazione con sé e con l’altro, con la cultura e i significati simbolici di cui questi è portatore.

E’ questo il significato più profondo delle aperture che il Vescovo non manca mai di garantire nelle riflessioni che offre alla comunità modenese. Spunti che si traducono in azioni concrete: a Vignola, Monsignor Castellucci non si è solo confrontato con il Sindaco Mauro Smeraldi e l’Assessore regionale alla cultura Massimo Mezzetti, ma anche con Adil Laamane, presidente della “Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza” di via Portogallo, un centro (ne abbiamo scritto ampiamente qui e qui) composto da persone inserite socialmente e con un livello di istruzione medio-alto. A dimostrazione – se ancora ce ne fosse bisogno – che è la cultura, reciproca, il piano comune su cui imbastire un dialogo. Non solo possibile ma, di più, necessario.

In prima pagina, sulla Gazzetta di Modena di oggi, Monsignor Castellucci e il presidente della "moschea" di via Portogallo, Adid Laamane, si stringono la mano.
In prima pagina, sulla Gazzetta di Modena di oggi, Monsignor Castellucci e il presidente della “moschea” di via Portogallo, Adil Laamane, si stringono la mano.

«Siamo i nuovi cittadini italiani, legati all’Islam quanto alle istituzioni della repubblica. Il clima culturale a Modena è esemplare – osservava Laamane in una riflessione immediatamente successiva alle stragi di Parigi – non dimentichiamoci che i terroristi venivano da precisi contesti sociali che non esistono in Italia e quanto meno a Modena. Qui non ci sono le banlieue né i quartieri esclusivamente dominati da una sola etnia o da una unica religione. Questo è un territorio che ci ha accolto da decenni, con delle istituzioni presenti e in costante dialogo con la comunità musulmana, ci sono poi degli scambi culturali costanti con il resto della società».

Proprio intervenendo sui fatti degli ultimi mesi che hanno sconvolto l’opinione pubblica mondiale, da Parigi fino alla notte di capodanno a Colonia – Monsignor Castellucci ha riassunto in uno slogan, quello delle “tre P”, le possibili risposte che come società dobbiamo dare a eventi e protagonisti il cui obiettivo finale è farci precipitare nelle barbarie. La risposta più immediata da parte di molti è quella “di pancia”: comprensibile, ma dal respiro corto e fondamentalmente senza prospettive. Decisamente meglio la seconda P, quella “di piazza”, per cui una comunità coesa respinge ogni tentativo di utilizzare la violenza come strumento per risolvere conflittualità sociali. Importantissima, ma insufficiente. Infine, la risposta capace di prevenire e disegnare un futuro comune: quella “di penna”. Ovvero: la cultura.

A Modena i cittadini stranieri sono poco meno di 30 mila, il 15,5 % del totale. l’Emilia-Romagna è la regione italiana che ha la percentuale più alta di residenti stranieri rispetto agli italiani: il 12% seguita dalla Lombardia con l’11,5 e dall’Umbria con l’11%. E’ ovvio che il nostro territorio, come già accaduto in passato in tante altre occasioni e situazioni, non può esimersi dal costituirsi come capofila, come modello, di una vera interazione tra “diversi” che necessitano di trovare un piano comune sul quale gettare le fondamenta dell’Emilia-Romagna futura. E’ questa una delle sfide più importanti a cui siamo chiamati tutti, come società civile, come istituzioni culturali e religiose, come classe dirigente politica ed economica. Una sfida da affrontare e vincere oggi. Una sfida dai cui esiti dipenderà il futuro che consegneremo nella mani delle generazioni che verranno.

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