Mia Martini, tu che sei diversa

Nella parabola musicale di una grande artista come Mia (Mimì) Martini, Modena segna una tappa importante. Non perché lei fosse legata in maniera particolare alla nostra città, ma perché qui – all’Umbi Studios di Montale, all’epoca tra i più importanti studi d’Europa – registrò nell’estate del 1994 il suo ultimo album prima di morire. Un disco, il diciassettesimo della sua lunga carriera, che involontariamente è anche il suo testamento spirituale. L’album uscì poi il 5 dicembre, si intitola “La musica che mi gira intorno“, e contiene le sue personalissime interpretazioni di brani di cantautori italiani come De Andrè, Dalla, Fossati, De Gregori, Vasco Rossi e altri. Grandi autori, ma “per niente facili, uomini sempre poco allineati“. Del genere che piaceva tanto alla Martini, a sua volta per una vita, una donna poco allineata. Il titolo è ovviamente un omaggio al grande amore della sua vita, Ivano Fossati, ma costituisce anche la summa del suo ideale artistico di tanti anni di carriera: “Cantare la musica che gira intorno a ognuno di noi in tutti i momenti della vita, cioè la musica che ciascuno ama veramente (…). Per me, cantare è un modo di raccontare una storia, di donare un’emozione che in quel momento io, come intrerprete, devo vivere in prima persona“.

Mia Martini fu una donna tormentata, con un’infanzia difficile e un padre che in seguito la sorella Loredana Berté accusò di ogni possibile nefandezza, rapporti complicati con le case discografiche e, in generale, con il mondo dello spettacolo che – a parte amici come Renato Zero e pochi altri – su di lei fece circolare voci frutto di ignoranza, stupidità e superstizione. Vizi di una certa Italia di ieri, così come di quella di oggi, che la costrinsero per anni a ritirarsi dalle scene fino al grande ritorno del 1989 a Sanremo con un gioiello come “Almeno tu nell’universo“. A distanza di quarantacinque anni esatti dal suo debutto con l’abum “Oltre la collina“, questo omaggio a quella che venne definita la Edith Piaf o la Billie Holiday italiana, comincia dalla fine, da questo servizio del TG1 del 14 maggio 1995.

Una giovanissima Mia Martini
Una giovanissima Mia Martini

Cardano, vent’anni dopo. Un paio d’anni fa, per motivi di lavoro, mi è capitato di soggiornare per una notte in un uno dei tipici paesini del profondo Nord, in provincia di Varese: Cardano al Campo, comune di circa 14.000 abitanti posto tra Gallarate e Busto Arsizio. Arrivare a Cardano è una di quelle imprese “per niente facili” ma ben poche epiche dei tempi moderni. Dopo ore infinite di coda sulla tangenziale di Milano, con gente che usciva per strada dalla propria macchina a prendere aria, il traffico ha lentamente ripreso ritmo e il lungo biscione di auto ha cominciato a muoversi, di nuovo fluido. La tangenziale passa per Rho, in mezzo al grande tappeto grigio di fabbriche e capannoni, per poi uscire a Busto Arsizio e virare a ovest, direzione Malpensa. Una distesa di casette in mezzo ad una natura pressoché inesistente. Un intreccio di strade che si dirama tra i soffocanti paesini lombardi che finiscono tutti in “-ate”, in mezzo a industrie, aria pesante, inquietudine. Alla fine eccomi a destinazione. Mi ritrovo in una stanza d’hotel grande e bianca, con i cuscini immacolati e la tv anche in bagno. Intorno, il silenzio interrotto solo dal rombare dei motori degli aerei in arrivo e in partenza dall’aeroporto di Malpensa, a pochi passi da Cardano.

Cardano al Campo, come per la maggior parte delle persone credo, a me non diceva assolutamente niente. Così, per curiosità, quella sera sono andata a leggere la relativa pagina di Wikipedia, per sapere qualcosa su quel minuscolo paese in cui mi ero ritrovata. Alla voce “Persone legate a Cardano al Campo” spuntano due nomi: quello di uno dei grandi del Rinascimento italiano, il medico e matematico Gerolamo Cardano e un altro: Mia Martini. La cantante italiana è legata a Cardano al Campo perché proprio nel comune lombardo, il 12 maggio 1995, è morta all’età di 47 anni, ritrovata nella sua abitazione in cui si era da poco trasferita per essere più vicina al padre al quale, dopo non essersi né visti né sentiti per anni, si era riavvicinata. Un contrasto stridente, quello della sua fine nella fredda e nebbiosa pianura lombarda, con le sue origini calabresi. Nata nel profondo Sud, a Bagnara Calabra, di cui Domenica Berté (il suo vero nome) andava fierissima, si trasferisce con i genitori e le sorelle a Porto Recanati. Solo 18 giorni passati nel comune di Reggio Calabria, ma la Martini si è sempre sentita una calabrese doc, come ha più volte dichiarato. Dalla caciara calda e rumorosa di Bagnara, alla nebbia fredda e inospitale di Cardano. Una parabola che ha attraversato tutt’Italia, la sua vita.

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Più Billie o più Edith? Semplicemente Mia. Mia Martini è stata una delle più grandi interpreti della canzone italiana, nonché cantautrice, paragonata più volte dalla critica (non solo italiana) a due leggende come Billie Holiday e Edith Piaf. Tra le cantanti italiane, ho sempre ascoltato di più Mina, ma Mia Martini è stata una scoperta più intensa e anche in qualche maniera dolorosa. YouTube è piena dei suo video. Ce ne sono tantissimi, a partire dai suoi grandi successi come “Minuetto“, “Almeno tu nell’Universo“, “La nevicata del ’56“, “La Costruzione di un amore“, “E non finisce mica il cielo“. Tutti brani meravigliosi. Uno però mi impressiona particolarmente. Mia Martini a 28 anni che canta una canzone di Cocciante, “Quando finisce un amore“. I capelli ribelli le incorniciano il viso, la telecamera si muove sapientemente dall’alto, prima con un mezzo busto per poi riprenderla da sotto stringendo sul viso, con un movimento da cinema espressionista tedesco. Lei canta (in playback) e sembra che si rivolga ad un Cocciante pensieroso, rapito dalla sua voce. Parla di un amore che non si può dimenticare. Lo sguardo è fisso e l’espressione dolce e tranquilla, la bocca sembra masticare le parole, la voce è graffiante e viscerale, e lei è bellissima, sincera, autentica. L’immagine è vitale, presente, quasi vigorosa. Nello struggimento con cui canta, Mia Martini esprime anche una nota tragica che, volente o nolente, ha caratterizzato il suo personaggio negli anni e che proprio per questa drammaticità si è reso affascinante, e allo stesso tempo temuto. I lati bui attirano molte persone più di quelli di luce, e la capacità di Mia Martini di cantare la sofferenza in modo sincero e profondo, l’hanno resa allo stesso tempo bersaglio d’amore e anche di odio, o paura. Negli anni il timbro si è arrochito, anche lo sguardo è cambiato, nelle interviste sembra più sorridente, ma meno calma.

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Una vita difficile. La vicende di Mia Martini sono conosciute più o meno da tutti. Un padre difficile (addirittura violento, come già ricordato, secondo quanto affermato da Loredana), quattro mesi di carcere in Sardegna appena ventenne per possesso di hashish (di quella drammatica esperienza, parla in questa intervista), una storia d’amore straziante, quella con Ivano Fossati, un ritiro dalle scene forzato. “Per me la felicità è dormire otto ore nel mio letto, svegliarmi la mattina con mia madre che mi porta il caffè, andare al cinema alla sera, alle 10, 10 e 30, con i miei amici. E quando piove guardare la pioggia attraverso i vetri della finestra, sempre nella tua casa, con la tua famiglia, fra le tue cose, i tuoi oggetti cari.” A Mimì piacevano, per usare le parole della omonima protagonista della Boheme di Puccini, “quelle cose che han sì dolce malia, che parlano d’amore”. Ma la realtà cui era costretta, per un motivo o per l’altro, era diversa. In un’intervista del ’74 spiegava: “Invece io non dormo quasi mai, sono sempre in macchina e quando piove sono sempre in macchina con il terrore che succeda qualche cosa. Sono sull’autostrada e magari sto andando in un paese qualunque a quattrocento chilometri dall’ultimo paese dove sono stata a cantare, a fare una serata. E devo essere sempre in forma, sempre bella, per quanto mi è possibile, sorridente, con la voce sempre a posto. Magari se ho la bronchite rischio di trovare tremila persone inferocite che protestano perché non sono completamente a posto.”

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Una diva che non se la tirava neanche un po’. Adorava cantare, si comportava in modo professionale, generosa e senza divismi, nonostante il successo. Ma la sua enorme personalità artistica non amava il ritmo imposto dal mondo dello spettacolo italiano, con molte pressioni e anche imposizioni. La Martini era famosa per essere una che faceva di testa propria, anche per questo forse ad un certo punto ha iniziato, come si sa, ad essere estromessa dal mondo artistico e a guadagnarsi una lunga lista di detrattori, tanto che nei primi anni ’80 decide di ritirarsi. Nel mondo dello spettacolo, superstizioso e infame, qualcuno aveva iniziato a mettere in giro la voce che Mimì Martini portasse sfortuna. Leggo che alcuni colleghi si rifiutavano di andare a cena fuori dopo i concerti se la Martini era presente, e cominciarono ad escluderla dai festival. Dopo che è morta in tanti si sono indignati e hanno gridato allo scandalo; ma mentre era viva e veniva isolata, a gridare e a difenderla erano molti meno.

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La musica che le girava intorno. L’ultimo album, “La musica che mi gira intorno“, viene registrato a Modena un anno prima della sua morte. In quest’album Martini omaggia grandi autori della musica italiana, che erano suoi amici, le persone che negli anni difficili hanno dimostrato umanità e amore nei suoi confronti. De André e Dori Ghezzi la raggiungono proprio qui, agli Umbi Studios, in una villa a due piani nella campagna di Montale con camere confortevoli, cucina, sala giochi e tutto quanto serviva per concentrarsi e lavorare in relax: si poteva passare dalla camera alla regia direttamente in pigiama. Oltre a Fabrizio, che ammirava tantissimo la Martini, Dori Ghezzi convince a venire a Modena anche Fossati, facendo una sorpresa a Mia. I due se la raccontano, a dieci anni della separazione, e la cantante ne è felice. Di Fossati, nell’album Mia Martini decide di interpretare “La musica che gira intorno“, “I treni a vapore” e “La canzone popolare“. Un anno dopo, con tanti progetti in testa, tra cui anche un album insieme a Mina, Mimì si ritrova a Cardano al Campo. In un’intervista del ’74 in una trasmissione condotta da Enzo Tortora, parla del padre, con cui già all’epoca si dichiarava riappacificata. Proprio per stargli vicino infatti si trasferisce in Lombardia, dove lui abitava all’epoca. Una scelta che, ancora la sorella Loredana, giudicherà esserle stata fatale, lanciando nuove terrificanti accuse al padre Giuseppe: “Lui le ha dato un appartamento del cazzo, dove non c’era niente. C’era un materasso steso per terra e basta. Mimì si lamentava, diceva che quel posto faceva schifo e che non ci sarebbe rimasta. C’è stata in tutto tre giorni: uno da viva e due da morta, ma in quell’appartamento ce l’ha messa il padre, poteva tenersela lui… poi quando l’ho vista dentro la bara, era massacrata, piena di lividi”. Non si sa se le accuse di Loredana Bertè corrispondano a verità o siano dettate da un livore atavico, l’unica cosa certa è che il 14 maggio 1994 (due giorni dopo l’arresto cardiaco che ne decretò la fine, come rilevò la successiva autopsia) Mimì viene trovata morta nel proprio letto, tra le sue cose, con le cuffie del walkman infilate nelle orecchie. Un finale triste e solitario, con la sola consolazione della sua musica che, di sicuro anche adesso – dovunque si trovi – ancora le gira intorno.

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