Matteo, il Pd e la gente

A Lucia Annunziata, Matteo Richetti piace. E non è poco, per una “vecchia lenza del giornalismo politico” come lei. È stata lei stessa a definirsi così ieri sera, in piazza Falcone e Borsellino a Spezzano, dove Richetti ha presentato il suo libro. “Harambee“, questo il titolo. In kenyano vale come il nostro “oh issa!” e si usa per rimettere in piedi un matatu, un autobus locale, quando si rovescia impantanato nelle strade dei villaggi. Non è diversa, d’altronde, la situazione del Partito Democratico ora che il Movimento Cinque Stelle, dato per morto come tutti quelli che tacciono per un momento nel gran vociare della politica, è resuscitato con la conquista della Capitale.

richetti_harambeeMatteo Richetti, fedele al titolo del suo libro, parte dalla strada e mette al primo posto i cittadini. Li ha elencati tutti, ieri sera: dall’artigiano al carpentiere al macellaio al contadino al dirigente all’idraulico al giornalista. Ci ha messo anche la vecchietta al freddo, di cui la politica deve occuparsi. A più riprese, poco per volta nel corso della serata, ha toccato la spalla a tutti quelli che ascoltavano. Voleva chiamarlo, il suo libro, “Dodici parole per innamorarsi della politica”. Che sia stata una sua scelta o una decisione dell’editore, Guerini e Associati, poco importa. Il discorso, ieri sera, è partito alla larga. Richetti si è seduto in piazza e ha rievocato gli inizi del mestiere che non pensava facesse per lui, ma che era giusto fare.

Ha ringraziato tutti i presenti, il Comune “per la piazza e il palco” e la parrocchia “per le sedie”, prima di cominciare la sua chiacchierata con Lucia Annunziata. È stato quasi un gioco di ruolo, per certi aspetti. La Annunziata lo ha marcato stretto per tutta la serata. Gli ha lasciato elencare i motivi per cui ama il suo mestiere, lo ha definito “una persona perbene, di cui fidarsi”, ha sottolineato la rarità di queste qualità nel mondo della politica, e gli ha permesso di dare la sua visione della politica, della buona politica. E poi, a poco a poco, lo ha messo all’angolo chiedendogli, un passo dopo l’altro, un parere sui nuclei bollenti della politica attuale. E un ruolo ben preciso, quello che intende mettere in campo nel futuro del Partito Democratico e impantanato. Richetti le ha tenuto testa, la chiacchierata è durata un’ora e mezza e alla fine la Annunziata ha mollato l’osso. “Ci tengo a precisare che non mando mai le scalette delle mie domande ai miei intervistati: – ha detto – tutte le risposte di Matteo sono state date sul momento”. Come a dire: è stato bravo. Ma è stata buona con lui: lo ha messo all’angolo solo alla fine. Prima, Richetti ha avuto modo di dare la sua visione delle cose, di accarezzare la sua città con un po’ di retorica, e poi subito dopo di scusarsi per la retorica.

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Di intervallare con qualche uscita in dialetto, che fa sempre simpatia, quello che a tratti è stato anche un auto elogio. Ma d’altronde, in un mondo di squali, chi sta a galla senza esserlo ne ha bisogno. La sua foto a bordo palco, mentre chiamava per nome i presenti, a partire dalla sua famiglia – dai figli che vanno a scuola alla mamma che va in chiesa la domenica, allo zio bracciante comunista, ai fratelli con cui, ha precisato, si sono sempre passati i vestiti, al papà che senza grandi parole gli ha insegnato la strada della coerenza, e l’ex sottosegretario Giovanni Manzini “che è stato il mio secondo papà” – sembrava un ricordo col seppia. Ma va bene, in casa va bene. Andava bene anche all’Annunziata, che di solito, alla retorica, lascia poco spazio. “Nel quadro generale del renzismo – ha detto la Annunziata prima di cominciare l’accerchiamento – mi ha sempre colpito l’essere onorevole di Matteo, nel senso vero del termine: in movimenti di questo tipo, spesso si sfocia in un senso dell’arrembaggio che diventa arroganza, cinismo e distanza dai cittadini”. “La decisione di ritirare la sua candidatura alla presidenza della Regione nel 2012 – ha continuato la direttrice dell’Huffington Post – e il fatto che Matteo abbia spesso detto che un politico deve avere più onestà di tutti i cittadini, è ciò su cui si costruirà la sua carriera politica: in caso contrario, oggi Matteo sarebbe stato presidente di Regione, e un politico dai piedi fragilissimi”. Richetti ha confermato le solide radici del suo impegno e della sua onestà: “mio padre mi ha insegnato un senso dell’onestà a prova di coglione: è il mio punto di partenza fisso, la mia base e la radice del mio impegno”. “Essere colpiti nell’onorabilità – ha continuato – è una pugnalata, per i valori in cui credo: in tutto questo, la politica è un servizio, e non esiste neanche da lontano che la propria carriera venga prima del servizio che hai deciso di dare ai cittadini”. È da loro che parte Richetti. E dall’Emilia.

richettiCon Renzi, come ha sottolineato l’intervistatrice, Richetti ha in comune una famiglia bianca in una regione rossa. “Ho avuto modo di capire quali sono i punti forti della mia regione proprio grazie a questo: – ha detto – avevo, come detto, uno zio bracciante comunista, e sono entrato in politica perché un prete mi ha convinto a farlo, sono tutti i pezzi che costruiscono il senso del mio agire”. Che parte da qui, dall’Emilia: “è una regione che non deve perdere la sua capacità di non sprecare risorse, energie, ideali: non si tratta solo di stanziare fondi e stabilire leggi per le startup, ma di avere un tessuto ideale che non butti via nulla”. “La politica deve avere un ruolo pedagogico: dalla legge di stabilità alla spending review la filosofia deve essere quella del padre di famiglia, e degli spaghetti e dei funghi di mia madre, che non buttava mai, e riciclava tutto”, ha ricordato. Se si perde di vista questa filosofia, ha detto, la politica è da buttare. La Annunziata ha annuito, e poi ha cominciato il suo gioco per portare Richetti dove voleva lei: una possibile candidatura a segretario di un Partito Democratico in difficoltà.

 

Lui ha risposto a tutto. E la risposta, in forme diverse, è stata sempre la stessa: prima i cittadini. E la fedeltà a Matteo Renzi. Su questo, Richetti ha romanticamente rievocato il primo incontro. “È scoccata la scintilla: – ha detto – ho capito che lui capiva, e intercettava con evidente sintonia non solo il discorso economico, ma anche il bisogno di cambiamento”. “Mia moglie ricorda ancora le domeniche che passavo con lui a Palazzo Vecchio, a pensare, ragionare e progettare: Matteo ha una capacità impressionante di vedere le cose, di cercare il cambiamento”.

Ma la croce del 2013, la “non vittoria” di Bersani e tutto quel che ne è conseguito fino all’approdo di Renzi a Palazzo Chigi, il PD se la porterà sempre dietro, così come la domanda che, stavolta, è toccata a Richetti: come la mettiamo con il mancato passaggio elettorale di Renzi? “Un punto non risolto del renzismo”, ha infierito l’Annunziata, che sul tema ha recentemente battibeccato con Richetti durante una puntata di Ballarò. E come la domanda, anche la risposta è sempre la stessa: “il termometro europeo del 2014 è stata una misurazione attendibile del consenso di Renzi e un rafforzamento oggettivo del suo mandato”.

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“I Cinque Stelle sono il nemico?”, ha chiesto a questo punto la giornalista . “Non sono il nemico – ha ribattuto prontamente Richetti – ma l’avversario politico. Dobbiamo prendere spunto da questa situazione non per accarezzare il pelo agli elettori, ma per combattere ciò che è sbagliato, senza se e senza ma, con buoni gesti, come me che sono entrato in Parlamento senza un vitalizio”. “I buoni gesti – ha continuato – vanno fatti in modo continuativo e strutturato, dando un esempio pratico, trattando se stessi come uno tra i tanti: per questo credo che Renzi debba dare un criterio e una struttura a gesti che, altrimenti, rimangono isolati, come quello degli 80 euro”. E precisa: “lo dico perché gli voglio bene, non sono contro di lui, dico quel che secondo me bisogna fare”.

Una precisazione servita su un piatto d’argento all’Annunziata, che è partita e ha incalzato: “non aver paura di metterti contro Renzi, non ti giustificare: siamo in politica, è sano proporre idee migliori e più competitive”. Ed ecco il tentativo di sfondamento finale: “siamo arrivati al punto per cui sono venuta qui stasera, alla domanda che volevo farti, quindi rispondi: sei pronto a impegnarti ancora di più in politica?”, un chiaro accenna ai rumors che vogliono Richetti candidato alla segreteria in un momento in cui molto spingono per separare il ruolo di segretario da quello di capo del Governo. Richetti, a quel punto, ha glissato, mettendola sull’importanza della leadership: “Non ci credo, io, nel ricambio della leadership ogni due anni: voglio lavorare con Renzi e dirgli quello che secondo me è giusto fare, ma collaborando”. Il match, perché di questo si è trattato, è durato ancora per un po’. Ma Richetti ha il senso della squadra e non crede che la politica sia un gioco in cui si rubano poltrone: questo è ciò che crede. Ha rimesso tutto all’importanza dei cittadini: “si parte da loro”. L’Annunziata ha mollato l’osso, e tra gli applausi la serata si è conclusa.

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