“Pronti a girare, muti tutti, motore, azione!” Io, comparsa sul set di...

“Pronti a girare, muti tutti, motore, azione!” Io, comparsa sul set di Master of None

Si sono concluse ieri, con un giorno di anticipo, le riprese a Modena della serie targata Netflix "Master of none". Dopo aver partecipato alle selezioni, sono stato scelto come comparsa insieme a centinaia di altri modenesi. Ecco il racconto dietro le quinte della mia prima (e unica) giornata in veste di attore. Dove ho dato il mio contributo a scrivere la cartolina di Modena per gli americani: capitale di un dolce far niente (siamo pur sempre italiani) e delle abbuffate (ma con eleganza).

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Speravo di no, ma alla fine mi hanno preso. Giovedì 25 agosto mi chiamano dal casting della “360 Degrees film”, responsabile delle selezioni. Parla un addetto con accento romano e modi spicci:”Allora sei dei nostri?”, mi dice ricordandomi di portare il culo nello stesso ristorante, la Secchia Rapita in Corso Canalgrande, in cui hanno fatto il primo casting. Prima di chiedergli se devo venire con l’abito della domenica, mi ferma:”Ti spiegherà tutto Irene stasera per telefono”. Irene chiama nel tardo pomeriggio per la conferma, poi in serata arriva un suo sms scritto in maiuscolo, con i verbi all’infinito e i punti esclamativi:”VENIRE ALLA CONVOCAZIONE INDOSSANDO IL POSSIBILE CAMBIO!!! PORTARE DIVERSE OPZIONI DENTRO UNA VALIGIA. UOMO: PANTALONI LUNGHI CLASSICI – Jeans ok impeccabili (non rotti o slavati) – NO bermuda, NO shorts!! Camicie, polo, t-shirts, NO Logo, NO scritte o marchi, Ok per uomini da 40 in su completi spezzati. NO tutto nero e NO bianco. NO scarpe da ginnastica”.

Così la mattina del 26 di agosto sono alla Secchia rapita. Ci vado con tutta la simpatia di cui sono capace ma in cuor mio maledico l’attimo in cui ho accettato, le parole del caporedattore del giornale mi rimbombano beffarde fra le tempie: ”Vai, magari è una bella esperienza e ti diverti”. Sa precisamente che non sarà così. Appena arrivato ecco subito un intoppo: sono vestito male. “Avevamo detto niente pantaloni cargo”, mi rimprovera un’addetta. Indosso dei pantaloni militari verdi con i tasconi, e non vanno bene. Mi preparo a tornare da dove sono venuto senza protestare, con rinnovata gioia, ma trovano subito una soluzione: ”Provati questi”, mi dice una sarta del casting. Mi infilo con orrore un paio di pantaloni neri a pois grigi con ancora l’etichetta dell’Ovs. Sono corti e stretti alla caviglia, a forma di carota, mettono in risalto scarpe e calzini. Con le mie clarks affusolate sembro un pagliaccio del circo. Rifiuto di guardarmi allo specchio, l’addetta mi dice:”Ok, vai”. Prima di uscire mi fanno firmare un foglio dove è scritto un lungo testo che in sostanza dice che useranno le riprese come cazzo vogliono loro e che la paga è di 90 euro lordi per 12 ore più gli straordinari. E sono 13 ore toste, un’intera giornata a disposizione di assistenti alla regia dal vocabolario scarno e assertivo: ”Muti tutti! Silenzio! Motore! Tu, vai lì e stai immobile!”.

Siamo una sessantina di comparse, la crème de la crème degli utili inutili. Siamo molto diversi gli uni dagli altri. Ci sono un paio di donne anziane e alcuni veterani del cabaret locale fra i quali Gian Carlo Iattici presidente della Società del Sandrone. Poi ci sono
tanti ragazzi, chi molto sobrio e preciso, altri con i piercing e lo sguardo stralunato. Alcuni sono arrivati in mattinata da Bologna ma la maggior parte è di Modena. C’è anche il sosia di Bob Sinclair, capelli lunghi e barba incolta, lo sguardo torvo e misterioso, e di Marta Marzotto (Rip), elegantissima e ingioiellata con gli zigomi di plastica alti e acuti che cadono a strapiombo sulle guance scavate e le labbra formato mongolfiera.

Aziz Ansari
Aziz Ansari

Il mondo si divide in chi vuole apparire e chi no. Non sono sicuro a che categoria appartengo ma sono certo di non appartenere alla prima, mentre il resto dell’umanità che popola il set è lì proprio per quello: apparire per una manciata di secondi nella seconda serie di Masters of None, una produzione americana targata Netflix che si appoggia localmente a maestranze bolognesi e romane. Il set è un mucchio di gente in moto perpetuo: costumisti, truccatrici, elettricisti, macchinisti, scenografi divisi per squadre. Gli americani sono identificabili per la loro stazza importante e le loro belle facce paffute e abbronzate, manca loro solo una tavola da surf sotto il braccio e quasi si respira la California. Il protagonista è su di giri, si chiama Aziz Ansari ed è una star negli Stati Uniti, un comico nato nella stand-up comedy. Le comparse, in particolare, sono lanciatissime, hanno voglia di spaccare il mondo, venderebbero la propria madre per un po’ di visibilità. Così decido di non intervistare nessuno ma tengo l’orecchio teso e gli occhi bassi a contemplare il mio nuovo look.

Alessandra Mastronardi
Alessandra Mastronardi

Aziz Ansari è un giovane attore di origine indiana dal nome chiaramente islamico. Prima di girare le scene con le comparse si accomoda alla caffetteria Giusti con gli attori Alessandro Laganà e Alessandra Mastronardi, quella dei “Cesaroni”. C’è da aspettare per i figuranti che la scena sia pronta in ogni dettaglio. Impreco e mi chiedo come mai Ansari non sia in moschea a pregare invece di mangiare prosciutto, abbuffarsi di cotechino e bere vino rosso. Ma me lo chiedo soltanto perché voglio tornare a casa a bermi una birra, da solo, al buio, nello sgabuzzino.

Alessandra Mastronardi è la “nostra” star. Piccolina e secca come un tizzo di carbone, un po’ curva, con la gobba accennata, i piedi martoriati dalle scarpette, la camicetta chiara sudata, i pantaloni scuri e lunghi a vita alta anni ’80 come vanno di moda oggi. Con un’aria di finta umiltà arriva sul set sorridendo sicura di sé, consapevole del suo successo e di appartenere a un mondo lontano e dorato. Sembra svettare su di tutti, mentre cammina leggera sembra sfilare sulle teste dei comuni mortali. “E’ un privilegio recitare a Modena”, non dice altro ai giornalisti mentre scambia qualche battuta in perfetto inglese con i colleghi americani. Accanto a lei c’è un “crew member”, così si presenta, in bermuda e t-shirt: ”No plot, I cannot speak please but Modena is a great town, the food is fantastic”. E’ tutto un elogio, ovviamente nessuno che dice: ”Questa città mi fa schifo ma il mio lavoro prevede anche di girare in posti di merda”. Gongola il sindaco Muzzarelli presente alle riprese. Raggiante, incassa i complimenti degli americani e di Ansari: ”Un momento importante per la città”, dice sorridendo rubicondo in viso.

 L’embargo della produzione intorno alla storia tiene, gli attori rispondono da consumati diplomatici elogiando Modena e il suo cibo. Sembra che tutta la serie giri ossessivamente intorno alla gastronomia italiana e Modena non è stata scelta per caso. Gli addetti ai lavori che dirigono le comparse come un’orchestra di formiche ci informano che alcune delle scene da girare si svolgeranno davanti e all’interno dell’Osteria Francescana. Con Bottura nei panni di Bottura. Dalla produzione dicono di fare attenzione a non disturbare “il flusso del business del ristorante: siate discreti”. Ballate piano.

La prima scena della mia carriera da figurante si svolge all’enoteca della Compagnia del Taglio. La via è presidiata dai vigili urbani, chiusa ai passanti, vietato apparire se non sei una comparsa. Dentro al locale mi posiziono sotto gli ordini di un assistente alla regia dando le spalle alla camera da presa, in piedi e a pochi passi dalla Mastronardi e da Ansari che flirtano davanti a un bicchiere di rosso e festeggiano il compleanno di quest’ultimo. La situazione da rappresentare è informale e mondana, sono un avventore dell’enoteca in compagnia di un’amica, un’altra comparsa. Una donna di mezz’età mi si mette davanti, ha l’aria cordiale e serena, sorride sempre, sembra sotto psicofarmaci. “Fate finta di chiacchierare”, dicono gli assistenti. Cerco di borbottare qualcosa mentre la mia collega, che la pensa come il mio caporedattore, si dimostra più abile di me e intavola sul momento una vera e propria discussione per fingere al meglio. “Sei di Modena? Che bella esperienza che stiamo vivendo!”. Parte il coro degli auguri che contagia tutto il locale e i figuranti si mettono a cantare: sorrido come un coglione guardando il mio calice di finto vino rosso, una specie di succo d’uva che emana tutta la falsità della situazione.

Segue la pausa pranzo: cestini per i figuranti, ristorante per le star, come nella norma. Sui piatti coperti dal cellophane e tenuti caldi ci sono delle targhette con i nomi delle star: sopra la lasagna c’è scritto John, la pasta al pesto è invece di Frank. Nel pomeriggio c’è un lungo momento di attesa, gli addetti ci radunano in un angolo di piazza Roma, sotto una gelateria. Non so perché ma in quel momento spero in un cambiamento repentino della sceneggiatura: ”Fucilate le comparse in piazza Roma, poi liberi tutti”, mi immagino. Invece no. Arriva l’ora dell’aperitivo, le comparse invadono i tavolini della gelateria, c’è chi ha rotto gli indugi e beve vino bianco o birra. Cala il sole e parte l’ultima scena girata in piazza Roma. Si tratta di una scena di azione. Ansari gira in bicicletta e nel tentativo di attirare l’attenzione di Sara (la Mastronardi) si fracassa per terra sul selciato. Ma non è lui a girare la scena della caduta ma una controfigura: un indiano vero. Un uomo dalle fattezze asiatiche e della stessa corporatura di Ansari lo sostituisce per rompersi l’osso del collo al posto suo. Il suo lavoro è farsi male al posto del protagonista. Ci penserà poi il montaggio a rendere tutto credibile.

C’è anche la scena di un furto di cellulare. Siamo a Modena ma è pur sempre l’Italia, paese di ladri e truffatori che vogliono vendere il Colosseo agli ‘Merigani. Così Ansari si fa infinocchiare da un giovanotto che gli fotte l’I-phone ma interviene la madre del ladruncolo che lo rimprovera e finisce tutto a pacche sulle spalle. Si scherzava, Aziz.

Ricapitolando: dolce vita italiana in salsa modenese, gelaterie in piazza Roma, enoteca in via del Taglio, vino e maiale, colesterolo italo-americano alle stelle, scena d’azione con controfigura e latrocinio all’italiano. E poi ancora cibo negli angoli più caratteristici della città come il Mercato Albinelli e piazza Grande, panino al cotechino, spritz e cappuccino. La cartolina di Modena per gli Americani, capitale del dolce far niente e delle abbuffate (ma con eleganza), è pronta e promette di essere un trionfo, di luoghi comuni.

Alla fine mi escludono per la scena in notturna. Dovevo fare il passante durante il fracasso di Ansari ma mi hanno scartato. “Sei libero di andare”, mi dicono, “ma ricordati di restituire i pantaloni”. Torno a piedi un po’ offeso verso il ristorante in compagnia di una donna con l’accento siciliano, di una cinquantina d’anni e residente a Modena che ha già partecipato ad alcune fiction Rai in passato: ”Lo faccio per soldi, sono disoccupata e 90 euro al giorno più gli straordinari non sono da buttare”, dice.

Dopo essermi tolto di dosso quel pantalone stretto e scomodo da metrosexual mi infilo con sollievo i miei “cargo” verdi militare. Uscendo lascio i calzoni dell’Ovs a pois grigi nel vestibolo del ristorante, saluto educatamente tutti gli addetti e i colleghi e prendo la porta. Poco dopo incontro per strada l’addetto dei pantaloni che mi incalza nuovamente: ”Gaetano, hai lasciato i pantaloni?”. Gli rispondo: ”No, me li sono fottuti”.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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