L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina

L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina

Il 27 ottobre 1990 ci lasciava uno straordinario attore, tra i più grandi interpreti della commedia all'italiana. In questo breve omaggio, ripercorriamo alcuni tratti del legame profondo che Ugo Tognazzi, cremonese d'origine, aveva con Modena e l'Emilia. Un legame fondato su due pilastri: il cibo e le belle donne.

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Ventisei anni fa, proprio oggi, a Roma moriva Ugo Tognazzi, uno dei grandi interpreti – anzi dei “mostri” – della commedia all’italiana. Il protagonista di innumerevoli capolavori come “Il federale” o “La voglia matta” di Salce, “I mostri” di Risi, “Amici miei” di Monicelli o “Il Petomane” di Festa Campanile, il maestro della supercazzola, attore in più di 100 film e in più di 30 piéce teatrali, nonché regista di 6 lungometraggi e pure cantante con il singolo Risotto amaro, aveva un rapporto particolare con la Bassa padana, con quel triangolo oblungo che congiunge la sua Cremona con Piacenza e Modena, passando per Parma. Naturalmente, a renderlo assiduo frequentatore della bell’Emilia (ricordiamolo, l’unica regione che è anche un nome femminile) sono state due cose che notoriamente occupavano gran parte della sua vita, oltre al cinema s’intende: il cibo e le donne. Come sintetizzato da lui stesso in una celebre frase: “L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina”. Carina come la cantante e soubrette modenese Carmen Bastiglia che proprio insieme a Tognazzi mosse i suoi primi passi nel mondo dell’avanspettacolo. Fedele alla propria nomea di impenitente sciupafemmine, prima di un spettacolo, il grande Ugo fece delle avance alla cantante che fu in seguito amatissima dallo Scià di Persia, profferte che la bella modenese rifiutò. Così una volta sul palco a mo’ di scherzosa vendetta, lui la presentò così: “Buonasera a tutti questa sera vorrei presentarvi la mia amica Carmen che poco fa ha respinto una mia avance”.

A testimoniare il suo particolare attaccamento all’Emilia, Modena in testa (alla lettera, come scopriremo tra poco) è uno scatto del 1953 che lo vede contornarsi, col suo solito sguardo marpione tra il gaudente e il (finto) spaventato, da due bellone tra cui una made in Emilia, Sandra Nipoti, miss Emilia, e Marcella Mariani, Miss Italia di quell’anno. Una celebre foto scattata proprio a Modena, con Tognazzi a fare da testimonial d’eccezione alla nostra città grazie a un buffo copricapo riproducente la Ghirlandina, circondato dalle due giovani ragazze con in testa le due torri bolognesi. Nell’occasione, al grande attore originario di Cremona era stato affidato il compito di fare da plenipotenziario a un simbolico trattato di pace tra le due città storicamente rivali.

Ugo Tognazzi

Dell’Emilia e di Modena naturalmente amava moltissimo la cucina. Un’associazione quasi naturale quello tra lui e il buon cibo, tanto da farne un leit motiv presente in moltissimi dei suoi film, da “La grande abbuffata” fino a “La Donna Scimmia” sempre di Marco Ferreri – giusto per fare qualche esempio – in cui proprio una cucina diventava il set per l’incontro tra il personaggio di Tognazzi, il trafficone Antonio Setola, e quello della co-protagonista, Annie Girardot nei panni di Maria, la donna scimmia. Mentre si aggira tra le rezdore che trafficano con i piatti della mensa di un convento di monache, Antonio si accorge che una di queste intenta a pelare patate rifiuta di farsi vedere in viso. Incuriosito, finisce per scoprirne la diversità che capisce subito di poter sfruttare a proprio vantaggio. Ne “La grande abbuffata” è un grande chef parigino deciso a suicidarsi mangiando fino alla morte. In uno dei suoi ultimi capolavori, “Il vizietto” è alle prese con i fornelli, ai quali dedica ore per preparare i suoi “intruglietti” per Michel Serrault. Una passione, quella per la cucina, nella quale in Tognazzi si intrecciano indissolubilmente arte e vita. “Ho la cucina nel sangue – era solito ripetere – il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro. Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite.” La spaghettite – a quanto affermava – lo tormentava dalla nascita, ma Tognazzi era un tipo generoso, amava soprattutto condividere la sua passione con gli amici.

Ogni venerdì sera infatti dava una cena a casa sua nella quale radunava una combriccola degna di “Amici miei”. A darcene testimonianza è Paolo Villaggio: “Lui la chiamava la cena dei dodici apostoli, l’ultima cena dove Monicelli tra l’altro faceva Giuda”. E chissà cosa serviva ai suoi ospiti, che si dice rabbrividissero appena varcata la soglia, memori delle precedenti esperienze tutt’altro che piacevoli. “La roba era proprio cattiva!” confessò in seguito Monicelli. Tognazzi infatti amava sì cucinare, ma pare non fosse esageratamente talentuoso. Un creativo un po’ troppo sperimentale forse, e ogni tanto i piatti gli venivano proprio male. Qualcuno ricorda disgustato il maial tonné, e qualche altra diavoleria forse indigesta per il palato, ma perfettamente in linea con la sua verve un po’ folle. Del resto le critiche non lo hanno mai scoraggiato, e ogni venerdì rimaneva fedele a se stesso, impegnandosi a far fiorire da pentole e tegami il meglio di sé. Dopo la cena, chiedeva agli amici di scrivere una valutazione su dei bigliettini che dovevano mettere in un recipiente d’argento. “Straordinario”, “niente male”, “malino”, “maluccio”, “cagata” e “grandissima cagata”, era questa la gamma delle valutazioni che proponeva ai suoi ospiti. Generalmente, vista la presenza di canaglie come Villaggio e Monicelli, i giudizi erano negativi a prescindere. Loro erano stronzi, e lui non era bravo. Quindi gli esiti delle serate erano tanto divertenti quanto disastrosi.

A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult "Un due tre"

Tognazzi, interprete coraggioso, uomo impavido, quando veniva offeso sulla cucina, ci rimaneva male, malissimo. Da uno che non aveva paura di fare scelte artistiche davvero eccezionali, che sceglieva registi scomodi, ruoli che facevano discutere nonostante la sua enorme popolarità, proprio non te lo aspetteresti. Ma la cucina per Tognazzi il tallone d’Achille: ci teneva tantissimo, ma il suo coraggio non era tanto apprezzato quanto lo era nel mondo dello spettacolo.

L’attore ha ricevuto numerosi premi e onorificenze da diverse importanti associazioni culinarie in Italia e all’estero. In Emilia fu insignito di ben tre titoli a lui particolarmente cari: quello di Maestro generale della Sovrana Confraternita del Prosciutto di Parma, quello di Socio Emerito del Club dell’amicizia gastronomica di Bologna e infine era anche confratello della Dotta Confraternita dei Tortellini. La dotta confraternita dei tortellini è strategicamente situata a metà tra Modena e Bologna, ovvero a Castelfranco Emilia, per non privare nessuna delle due città del merito di questo golosissimo piatto. Esagerando un po’, si può così azzardare (giusto da poter vantare anche noi qualche simbolica reliquia di questo grande artista) che Tognazzi sia stato confratello di tutta la cittadinanza modenese, tanto che nel suo ricettario non solo compariva una rivisitazione dei tortellini stessi, i Tortellini Cantarelli, ma anche quella di un’altra pietanza cara ai modenesi, lo stinco, che Tognazzi aveva ribattezzato “Stinco di santo”, naturalmente perché frutto di una ricetta tutta sua.

Ma, come già segnalato, non ai soli tortellini era legata la sua passione per Modena e l’Emilia. Un aneddoto molto divertente, surreale almeno quanto tanti dei suoi personaggi cinematografici, fa in qualche modo da sintesi perfetta tra le sue due grandi passioni, donne e cucina. A riportarlo è sempre Villaggio. D’accordo, per sua stessa ammissione, un ballista di professione, ma poco importa accertare la veridicità di un simile aneddoto: con Tognazzi ci sta tutto.
Partito in tarda serata da Bologna con la sua spider rossa insieme a Villaggio stesso e una bella sconosciuta, tutto infighettato per far colpo sulla fanciulla, ha la brutta idea di fermarsi a Sasso Marconi e consumare uno yogurt. Alimento che, per qualche misterioso motivo, gli provoca tremendi dolori di stomaco. Tanto da costringerlo a fermarsi all’autogrill successivo e volare dritto dritto in toilette. E lì, rimanerci chiuso talmente a lungo da far preoccupare Villaggio e la ragazza. I due bussano nella porta del cesso, per sentire Tognazzi disperato confessare di essersela fatta addosso, e che perciò da lì non si sarebbe più mosso. Anzi, che lì ci sarebbe morto.

Alla luce di questa bella esperienza, come negare il legame indissolubile tra l’Emilia e Tognazzi? Niente di più profondo di una “grandissima cagata”, appunto, per dirla con il suo metro. E pure in compagnia di una signora.

In copertina, una scena di “Venga a prendere il caffè da noi”, di Alberto Lattuada.

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Alice Norma Lombardi è nata nel 1991. È cresciuta a Vittorio Veneto e ha studiato a Modena. Ama Tolstoj.

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