L’essere umano prima delle categorie

L’essere umano prima delle categorie

Le riflessioni di Monsignor Castellucci nella lettera aperta indirizzata a tutta la Città. Con "l'umiltà e la fermezza" che caratterizzano lo stile evangelico, il nuovo Vescovo affronta i temi al centro dibattito contemporaneo: l'immigrazione e le unioni civili.

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«Consegno queste riflessioni a chiunque desideri proseguire un dibattito che non si limiti a dare voce ad emozioni momentanee, ma accetti di ragionare e confrontarsi sulla teoria e sull’esperienza». Si conclude così, con un’apertura al confronto e al dialogo, la lettera che Monsignor Castellucci ha indirizzato alla città intera. Una tradizione che la Chiesa modenese rinnova dal 1998 in occasione della festa del patrono, San Geminiano, con l’obiettivo di evidenziare un particolare aspetto o una esigenza della vita cittadina. Il titolo che il nuovo Vescovo ha voluto dare alla sua prima missiva è “L’essere umano prima delle categorie” (Qui il testo integrale).

Il senso è subito spiegato dalla citazione della Lettera ai Galati di San Paolo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. «La Chiesa – spiega Monsignor Castellucci – esiste per servire questa unità, incarnare l’unità di Dio con l’uomo e degli uomini tra loro». In altre parole, anche dal punto di vista di un laico, l’obiettivo è quello di porre una prospettiva capace di guardare oltre, oltre le differenze e le divergenze che caratterizzano la nostra società, in nome della comune umanità. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” avrebbe altrimenti detto il grande commediografo latino Terenzio: “Sono un uomo, e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”.

E’ in questa prospettiva che la lettera tocca temi controversi che producono spaccature profonde. Ma lo fa con lo spirito umile di chi, prima che guardare ai limiti altrui, guarda ai propri: «La Chiesa – si legge ancora – non può indicare credibilmente alla Città le strade da percorrere, se contemporaneamente non percorre quelle stesse strade al suo interno». Continuare a svolgere la missione pastorale che le è propria, rigorosamente fedele al Vangelo, è semplice solo in teoria, «perché in pratica le persone appartenenti alla Chiesa – ossia i battezzati – cadono spesso nei peccati, nei compromessi, nella ricerca dei propri interessi, talvolta persino nell’illegalità e nel reato». Perciò, citando Giovanni Paolo II, per “rifare il tessuto cristiano della società umana, la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali”.

Un momento delle presentazione della Lettera alla stampa.
Un momento della presentazione della Lettera alla stampa

Dopo una simile premessa per nulla scontata, prosegue quindi Monsignor Castellucci: «Nell’agenda sociale di oggi, nazionale e non solo modenese, molti sono gli argomenti all’ordine del giorno. Due tra di essi convogliano ai nostri giorni molte passioni: l’immigrazione e le unioni civili». «Non intendo entrare nel merito delle questioni – continua Don Erio – perché sarebbe ridicolo e presuntuoso dire qualche cosa di sensato in poche righe. Intendo piuttosto segnalare lo stile e il contributo che la Chiesa può continuare ad offrire alla Città, in questi come in altri campi».

Scarica tutte le lettere dei Vescovi alla città. Un quaderno a cura del Centro Culturale Francesco Luigi Ferrari.

“Fratelli oltre le divisioni”, è questo il messaggio che la lettera ribadisce con forza, la luce che guida qualsiasi contributo che l’Arcidiocesi intende dare al dibattito presente e a quelli futuri che animeranno la vita della città, testimoniando con «umiltà e fermezza il valore della dignità della persona umana e la sua priorità rispetto a tutte le distinzioni di ruoli e condizioni, il primato del sostantivo rispetto all’aggettivo. Umiltà e fermezza: questo è lo stile evangelico».

«Il sostantivo essere umano – conclude – è più importante delle sue specificazioni: cittadino o straniero, uomo o donna, cristiano o musulmano, bianco o nero, povero o ricco, sano o malato, nascituro o nato, giovane o vecchio, santo o peccatore. Se dimentichiamo questo principio, fondamento della civiltà occidentale nata anche con l’apporto del cristianesimo, retrocediamo anziché progredire. Questo principio è servito soprattutto a proteggere gli esseri umani più deboli e riconoscere loro uguali diritti».

Nel merito dei due temi, pur ribadendo che non è compito dei pastori (a cui spetta formare le comunità ai valori di fondo fondati sulla rivelazione e sostenuti dalla ragione) sostituirsi ai laici cristiani che sono invece coloro deputati a «entrare nei diversi luoghi in cui si svolge il dibattito, dalla famiglia ai partiti, dalla scuola al mondo del lavoro, dalla cultura al volontariato» scrive:

«Nel dibattito sull’immigrazione, occorre tenere presente la priorità dell’“essere umano” sullo “straniero”, specialmente quanto è rifugiato e quindi in una situazione particolarmente debole e sofferente; dentro a questa priorità va favorita l’inclusione o integrazione sociale, in un contesto di piena legalità e adesione alla Costituzione italiana e alle leggi del nostro Stato. La Città non può respingere per principio chi proviene da fuori, ma deve favorire – come sta facendo – un processo educativo che comporta l’alleanza tra istituzioni pubbliche e private, famiglie, scuole, parrocchie, volontariato. La Chiesa quindi fa e può continuare a fare molto per l’accoglienza e l’integrazione, contribuendovi attraverso la sua grande e spesso poco appariscente opera educativa, verso i cristiani e verso i non cristiani».

Parimenti, rispetto al tema delle unioni civili, «e sui temi in genere ad esso collegate – come il gender o le unioni omosessuali – è necessario comporre il riconoscimento dei cosiddetti “diritti civili”, in modo che non vi siano discriminazioni individuali, tenendo però presenti le parti più deboli: la famiglia fondata sul matrimonio e i bambini. La famiglia sposata, infatti, appare oggi in alcuni casi socialmente penalizzata rispetto alle coppie conviventi; dai tempi antichi, invece, le legislazioni avevano favorito l’unione stabile tra un uomo e una donna, in vista dell’accoglienza ed educazione dei figli e di una trasmissione ordinata del patrimonio: non quindi per motivi religiosi, ma per motivi sociali. I bambini poi, per crescere e maturare, richiedono entrambe le figure parentali, maschio e femmina: è necessario mettere loro, come parte più fragile, al centro dell’attenzione e farne il perno dei “diritti” anche quando si tratta dell’adozione».

In copertina, “Abramo e i tre angeli” di Marc Chagall, l’artista preferito di Papa Francesco.

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