La Via Emilia 127 anni fa era un po’ diversa da oggi

Nel 1889 non c’erano ancora Instagram e Facebook e le cose che si vedevano, se si volevano condividere, bisognava scriverle. Così è curioso trovare questa testimonianza di una lirica e quasi
visionaria passeggiata sulla via Emilia a opera dello scrittore Alfredo Oriani, tratta dalla raccolta “Fino a Dogali”, perché è come una “fotografia” della via Emilia di fine secolo (inteso come Ottocento, ovviamente).

Inizia con il protagonista che, malaticcio, a cavallo osserva la vita sulla Grande Strada e si lascia andare poi a considerazione filosofiche fino a visioni che attraversano i secoli e la Storia. Come  sappiamo la via Emilia era una via romana che ha dato il nome alla regione Emilia. Inizialmente collegava Piacenza a Rimini e successivamente, con un nuovo tratto, Milano a Rimini. Dunque il suo tracciato originale ha oltre 2mila anni, cosa che esalta molto Oriani che immagina la via Emilia come rappresentazione del flusso di avvenimenti della Storia. Ma la parte che ci interessa del suo racconto è proprio quella descrittiva, perché – come una foto – ci mostra la via Emilia più di un secolo fa, un po’ diversa da quella di oggi. Basti un solo dettaglio: non c’erano le automobili.

Il protagonista del raccontino di Oriani giunge al tramonto, quando “una tristezza umida si aggravava nell’aria” e questo ci conferma subito che si tratta proprio della nostra via Emilia, che oggi conosciamo come SS9:

La via Emilia in quell’ora e in quel giorno non votato ai mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano, diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un’aria di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso s’affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai camini.

Se escludete il traffico, lo smog, i neon, le migliaia di luci, i camion, le pizzerie e i kebab, il crepuscolo sulla via Emilia descritto da Oriani non è poi così diverso da quello di oggi, quando la gente torna a casa.

E infatti prosegue lo scrittore:

La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case, che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena. Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo. Il paesaggio era solenne, l’ora severa. In quel momento nessuno passava per la strada.

Un'automobile percorre la via Emilia, asfaltata da poco (ottobre 1929) / Wikipedia
Un’automobile percorre la via Emilia, asfaltata da poco (ottobre 1929) / Wikipedia

La via Emilia vuota lascia andare lo scrittore a riflessioni apocalittiche:

Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia crepuscolare copriva la natura arrestandone l’infinita instancabile varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre mill’anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della civiltà. Ero solo, ero l’ultimo.

A questo punto il protagonista ha una lunga visione ed elenca tutte le persone, tutti i popoli che immagina abbiano attraversato la via Emilia nei secoli:

Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri, eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo, legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi, Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera delle foreste… […] Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari, il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo.

Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986)

Continua elencando tutta la possibile umanità che può attraversare una strada, “da un grande poeta e un accattone scemo”, procedendo per opposti, dato che “nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali”.

Aggiunge poi che “nessuna feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe”. E ancora via ad elencare i grandi della storia che immagina attraversare la via Emilia, da Tiziano e Michelangelo a Dante e Petrarca, Macchiavelli, Byron e così via. E’ evidente che a questo punto, nella visione di Oriani, la via Emilia è diventata la Storia: “Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.”

E poi lo scrittore si chiede: “Eterna, e quindi insensibile, il dramma umano che le passa attraverso non la commove. Quanti drammi sono passati nella via Emilia per conchiudersi altrove o vi si sono compiti?”

Oriani, scrittore e poeta nato e vissuto a Faenza, si può a buon diritto definire tormentato: la sua voce biografica sulla Treccani esordisce con allegria: “ebbe una fanciullezza vuota d’affetti”, e il suo primo romanzo, scritto a soli 21 anni, si intitolava “Memorie inutili”. Il volume “Fino a Dogali” in realtà è noto per altri motivi: principalmente perché contiene quello che è considerato il manifesto colonialista e imperialista di Oriani, che narra la battaglia di Dogali – alla quale prese parte – in cui lo scrittore  vide “il primo capitolo della storia mondiale d’Italia”.

La via Emilia a Derna, in Libia. 1932. Colonia italiana in Cirenaica. Tutto torna.
La via Emilia a Derna, in Libia. 1932. Colonia italiana in Cirenaica. Tutto torna.

Naturalmente tutto questo non poteva che piacere al fascismo, che infatti esaltò l’opera di Oriani, anche se lui non lo saprà mai, dato che morirà nel 1909.

Mussolini lo indicò addirittura tra gli ispiratori del fascismo, forse per la sua foga, la sua vis polemica, così “energica”, e per l’esaltazione di miti politici come il nazionalismo e l’imperalismo che in quel momento, in quel terribile ventennio, tornarono senza dubbio utili ai fascisti. Lo scrittore, anche a causa di questo, successivamente fu rimosso dalla lista dei “famosi” e finì a lungo nella lista dei dimenticati. In seguito è stato “rivalutato” come si dice in questi casi, anche se oggi non si può definire esattamente un nome celebre.

Ma qualche anno fa la ripubblicazione di un suo libro curioso lo fece riscoprire, almeno a qualcuno.

oriani
Alfredo Oriani con la sua bicicletta

Si tratta de “La bicicletta” del 1902, un “saggio d’amore” dedicato alle due ruote, “quasi un incunabolo sull’arte ciclistica, sulla passione per questo sport che in Romagna, terra natale del faentino Oriani, sembra aver trovato il proprio humus ideale, allora come oggi” come si legge in una recensione. E qui grazie a Oriani (che imparò a pedalare a 42 anni, ma la bici così come la conosciamo oggi era nata da poco) si scopre una storia alternativa della bicicletta in Italia, all’epoca vista come simbolo delle classi più agiate, dato che le prime bici – siamo nei primi del 900 – non erano assolutamente alla portata delle tasche delle classi popolari. Non solo: le bici, come oggi le automobili, oltre ad essere tassate erano considerate pericolose e ci furono ordinanze municipali per limitare la circolazione di questi pericolosi “cavalli di ferro”.

Oriani era quello che oggi si definirebbe un ciclo-attivista: manifestò contro queste leggi, difendendo il diritto dei “biciclettisti” di circolare nelle strade. Ma non solo: oltre a essere stato un precursore inconsapevole del fascismo, Oriani fu anche un precursore del ciclo-turismo: lui la bici la usava anche per lunghi viaggi, uno di questi tra Romagna, Emilia e Toscana, raccontato nel libro.

In seguito, come sappiamo, la bici diventerà perfino simbolo di lotta politica, con i ciclisti rossi, i ciclisti partigiani, fino a sport di massa, molto popolare, e mezzo di trasporto diffusissimo. Oriani non poteva saperlo, essendo morto nel 1909, così come non poteva sapere cosa sarebbe stato il fascismo, né – soprattutto – quanto sarebbe stato pericoloso, in seguito alla diffusione delle automobili, fare la via Emilia in bicicletta. Soprattutto al tramonto.

(immagine di copertina: Luigi Ghirri, via Emilia, Fidenza, 1985)

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