La seconda rivoluzione americana

La seconda rivoluzione americana

Indipendentemente da quel che sarà, nei fatti, la presidenza Trump, la sua elezione rappresenta un evento storico che continuerà ad essere discusso e a farci discutere a lungo. Sul suo blog su Note Modenesi, Sociologando, l'intervento del politologo Massimiliano Panarari.

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Le recentissime elezioni presidenziali statunitensi presentano tratti “rivoluzionari”? Si tratta di un interrogativo che vale decisamente la pena porsi, al netto del fatto che Donald Trump ha preso oltre 1 milione voti popolari in meno di Hillary Clinton, beneficiato da un sistema elettorale con elementi piuttosto “barocchi” e farraginosi, un dato quindi che non dovrebbe essere trascurato nel dibattito pubblico. Ma quella del tycoon e imprenditore edile newyorkese rappresenta giustappunto la “rivoluzionaria” elezione alla presidenza degli Stati Uniti di un non politico di professione che aveva contro di sé l’establishment del Partito repubblicano, poi letteralmente sbaragliato.

Trump appare come il presidente dell’affermazione trionfale della disintermediazione, ottenuta all’insegna di uno stile comunicativo (e argomentativo) quintessenzialmente populistico, che non a caso scatena la golosità dei leader e partiti nostrani e internazionali che al vasto e frastagliato ombrello del populismo si richiamano. “The Donald” ha terremotato i partiti americani, “portando al potere” e dando voce (e un’ugola urlante e strepitante…) a una maggioranza silenziosa che lui stesso denomina, in maniera alquanto significativa, “movimento” – un’espressione che palesa tutta la sua dimensione antipartitica (e identifica una prototipica manifestazione dello spirito dei tempi). Trump costituisce, difatti, l’esito – fortissimo, ben al di là delle consapevolezze di numerosi gruppi dirigenti (politici, mediatici e culturali) progressisti – dell’introduzione di nuove fratture che stanno riscrivendo le caratteristiche e le fondamenta dei sistemi politici liberal-rappresentativi occidentali.

Al posto della divaricazione e contrapposizione sinistra-destra (secondo la derivazione fondativa post-Rivoluzione francese e post-Illuminismo), con Trump troviamo l’applicazione della disintermediazione alla politica e al campaigning elettorale (che in questo riprende e reinventa vari tratti del reaganismo, anche dal punto di vista delle piattaforme di politica economica). E ritroviamo quel nuovo (e decisivo) cleavage (sfaldamento) che il politologo svizzero Hanspeter Kriesi ha codificato in termini di “perdenti” contro “vincenti” dei processi di mondializzazione economico-finanziaria (winners and losers of globalization), come pure quello tra le forze di sistema e quelle anti-establishment (che infatti assumono la doppia cifra di singoli leaders e uomini politici-antipolitici e di “movimenti” che si identificano nel loro messaggio e nella loro proposta anziché nelle organizzazioni politiche e negli istituti della democrazia rappresentativa).

Nuove tendenze verosimilmente destinate a riscrivere nel profondo (e, in certi casi, in maniera inquietante) l’offerta politica di questi nostri anni, che si affiancano a dinamiche politiche ampiamente consolidate, e divenute via via strutturali a partire dall’inizio degli anni Settanta del Novecento: la personalizzazione (di cui il trumpismo è l’ultimo, esagitato, capitolo) e la mediatizzazione: ovviamente non quella veicolata da vari mezzi di comunicazione mainstream (e con marcate componenti liberal) della East e della West Coast, ma quella, comunque generalista, di Fox news e di vari circuiti radiofonici ampiamente ascoltati nella Deep America, insieme al web, perfetto terreno di coltura delle subculture del complottismo e del cospirazionismo che, in maniera complessiva, tanto hanno contribuito alla radicalizzazione dell’elettorato di destra (dagli evangelici ai “Tea party”) statunitense e alla disgregazione del paradigma del politicamente corretto. Quest’ultimo l’altra grande vittima della rivoluzione politica trumpista, le cui promesse acchiappavoti andranno attentamente osservate al vaglio della realtà e alla prova dei fatti.

Fonte immagine di copertina: Gage Skidmore (Licenza CC).

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Insegna "Campaigning e organizzazione del consenso" all'Università Luiss Guido Carli di Roma e alla Luiss School of Government ed è editorialista de La Stampa, Il Piccolo e i quotidiani veneti Finegil.

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